La narrazione del diritto, dell’inalienabile diritto del lavoro, ha ceduto il posto alla narrazione del debito, dell’inestinguibile debito cui ogni cittadino è sottomesso nell’atto stesso di venire al mondo.

Tre decadi hanno trasportato le società ad economia “avanzata” (come si diceva una volta) dalle rovine della guerra ai miracoli economici, tassi di crescita molto prossimi alle due cifre che dovevano garantire la ricchezza diffusa, la moltiplicazione dei consumi e – per essi – il raggiungimento di una condizione di stasi sociale quale solo l’estinzione delle classi può provvedere. La crescita doveva essere supportata e adeguatamente difesa da un corredo di cessioni parziali di sovranità, mediante l’allargamento dei diritti sociali e una loro intensificazione simbolica: tutta una mitologia del lavoro, del valore apodittico del lavoro, doveva germinare dalle conquiste sindacali e politiche della classe operaia, ed estendersi ai ceti medi nella misura proporzionale alla loro vicinanza a quella, a lungo fissata come criterio sociologico e ideologico del progresso.

La quota di richiestività, di conflittualità, di desiderio che non poteva essere assorbita dentro la logica del welfare e delle strategie salariali era lasciata agire nell’incontro – perfettamente funzionale al discorso di un potere lungimirante – con un disegno costantemente eversivo, statuale, che erigeva i confini del pensabile (per trenta e passa anni l’immaginario del nostro paese è rimasto inchiodato alla nozione dell’inevitabilità della natura oppositiva del maggiore partito comunista europeo!) sotto la minaccia di uno scardinamento delle regole democratiche. Chiaro indizio dell’immaturità del capitalismo italiano rispetto ai paesi con una storia più consolidata.

Fra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 avvenne lo switch over: il processo di commutazione delle dinamiche sociali, la fine della redistribuzione del reddito dall’alto in basso e l’inizio – a intensità crescente – della redistribuzione dal basso in alto!

L’affermazione dilagante della deregulation dei mercati, la de-territorializzazione dei flussi finanziari, la montante politica dell’austerità prepararono il terreno per il brodo di coltura di una soggettività assogettata alla colpa, all’afflizione del limite, all’espiazione del peccato originario: l’aspirazione a una diversa configurazione dei rapporti di potere fra le classi.

La strategia del debito ha avuto buon gioco: alimentando continuamente, circolarmente, il sentimento di afflizione mediante dosi quotidiane massicce di bisogni indotti, radicando questi – per converso – nel vuoto di senso generato dall’afflizione, si è determinato un effetto probabilmente imprevisto, perfino agli agenti più agguerriti del neo-liberismo rampante: la progressiva estinzione della classe operaia.

O quanto meno un disallineamento della condizione sociale rispetto al rispecchiamento politico ed elettorale. Masse crescenti di “operai” hanno aderito allo storytelling di una destra e di una sinistra, distinguibili solo per sfumature poco significative rispetto alla comune adesione ai dettami della teocrazia finanziaria, che ha progressivamente sostituito il culto del diritto con la liturgia del debito, officiata mediante la capillare spettacolarizzazione della cultura della razionalizzazione, dietro cui si cela quella della spoliazione.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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