Panta rei, che traduciamo con “tutto scorre”, è una espressione greca che, a partire da Platone, viene generalmente attribuita all’eraclitismo. Nel Cratilo Platone fece in effetti riferimento al famoso frammento 91 di Eraclito, in cui tale espressione non è presente, ma può comunque essere dedotta dal contesto (si parla della impossibilità di bagnarsi due volte nello stesso fiume). Rassicuro il lettore che eviterò, in questa sede, di fare lo storico della filosofia antica. La mia intenzione è infatti solo quella di riflettere sul motivo per cui – come mi è stato fatto notare – molti ristoranti, bar, locali in varie parti d’Italia utilizzino Panta rei come denominazione. Ebbene: la mia ipotesi è che i proprietari di queste attività ritengano che il fluire delle cose rispecchi il sentire comune del nostro tempo, epoca liquida per eccellenza.

Può tuttavia essere interessante, in primo luogo, cercare di capire – dato che la filosofia non si occupa delle mode, ma della verità – se questa espressione sia vera. La questione, come noto, fu risolta già da Platone ed Aristotele. I due filosofi classici, alcuni decenni dopo Eraclito, argomentarono chiaramente che sia la tesi “tutto scorre”, ovvero “tutto è diveniente”, sia la tesi opposta, ovvero “tutto è eterno” (solitamente attribuita a Parmenide), sono false. Ciò per almeno due motivi. Il primo motivo, di tipo fenomenologico, è che la maggior parte della realtà è diveniente, ma una parte della realtà è eterna. Il secondo motivo, di tipo più propriamente logico – piano logico e piano fenomenologico sono comunque correlati, proprio per la non contraddittorietà logica della realtà fenomenologica –, è che l’affermazione “tutto scorre”, ipotizzata come vera, sarebbe stabile, ossia non scorrerebbe, mostrandosi in tal modo contraddittoria. Aristotele, nel IV libro della Metafisica, dimostrò inoltre la contraddittorietà delle proposizioni che pretendono di riassumere l’intera realtà in una enunciazione univoca, come “tutte le cose sono vere” o “tutte le cose sono false”. Chi dice infatti che “tutte le cose sono vere”, deve ritenere vero ogni discorso, dunque anche, contraddittoriamente, il discorso opposto al suo; allo stesso modo, chi dice che “tutte le cose sono false” deve ritenere falso ogni discorso, dunque anche, contraddittoriamente, il proprio. Come mai, allora, molte persone oggi continuano a ritenere che panta rei sia la espressione greca che più significativamente descrive la realtà?

Mi sembra che i motivi, in estrema sintesi, possano essere ridotti a due: uno strutturale e l’altro contingente. Il motivo strutturale è che gli uomini sperimentano continuamente la caducità della vita, il tempo che passa, la morte. La maggior quota della esperienza umana, infatti, è diveniente. Come scrisse Aristotele, tutto ciò che si genera inevitabilmente si corrompe, e di questo è necessario essere consapevoli.

Il motivo contingente è invece dovuto all’attuale modo di produzione sociale, che elogia la mobilità, specialmente nel lavoro, come condizione esistenziale naturale, quasi auspicabile per condurre una vita interessante. Ciò è conforme a quanto richiede il ciclo capitalistico lavoro-consumo-svago, per il quale non ci si deve mai fermare, bensì occorre essere pronti ad adattarsi (sul lavoro), a modificare le proprie abitudini (nel consumo), ad essere sempre con le valigie in mano (negli svaghi). Eraclito e Hegel – il movimento dialettico del loro pensiero, non certo la sistematicità dello stesso – sono oramai divenuti i pensatori di riferimento anche di quegli autori che, come Costanzo Preve e Diego Fusaro, si pongono oggi in maniera critica verso il modo di produzione capitalistico. In questo senso Platone ed Aristotele risultano, purtroppo, molto meno presenti.

Aristotele tuttavia, parlando del divino, ossia del Motore Immobile di cui tratta soprattutto nella Metafisica, scrisse alcune cose importanti. Scrisse, in primo luogo, che esso è immobile in quanto perfetto, ossia in quanto avente il proprio fine in sé, e pertanto non bisognoso di altro. Il movimento, la ricerca, l’azione, sono in effetti un chiaro segnale di una mancanza che si cerca di colmare; una mancanza che è propria di ogni uomo, ma che va colmata in modo equilibrato, se si vuole raggiungere il fine della realizzazione di una compiuta umanità, fondamento della buona vita.

Non si pensi, ovviamente, che per Aristotele bastasse stare immobili per essere perfetti. Anche chi si trova in una condizione felice, per lo stagirita, deve infatti sempre impegnarsi per migliorare la vita propria ed altrui, essendo ciascuno parte di un intero. Ciò nonostante il continuo movimento, il continuo nietzscheano “salire la vetta senza pensare”, ossia senza un fine e dunque senza un principio, senza un progetto dotato di senso e valore, non costituisce la condizione più naturale per l’uomo. Di tutto questo, checché ne dica il nostro tempo, è bene che soprattutto i giovani siano consapevoli.

Scrivi