BARCAMotor Ship (MS) called The Allure of the Seas cruise ship passes under the Store Belt Bridge connecting Danish islands of Fuenen and Zealand on October 30, 2010. The Allure of the Seas, which cruised out of the shipyard in Turku on October 29, southwestern Finland where it was built, faces its first big test on October 30, when it must squeeze under a Danish bridge, just one foot (30 centimeters) taller than the ship. At 361 metres (1,100 feet) long and 66 metres wide, the "Allure of the Seas" is matched in size only by its twin, "Oasis of the Seas," which was launched one year ago from the same shipyard in Turku, western Finland. The Allure can take 6,360 passengers and will have a crew of 2,100 from 65 different countries. AFP PHOTO Jens N¿rgaard Larsen/Scanpix (Photo credit should read Jens N¿rgaard Larsen/AFP/Getty Images)

marin

LA VERA STORIA DELLA MEZZA BARCA
(raccontino surreale di fine estate)
La storia della mezza barca di un mio amico (foto N.1) è affascinante, e ve la voglio raccontare. Si tratta della metà di una delle scialuppe di dodici metri che pendevano dal suo yacht di 250 metri, barca nota, oltre che per le due sale da ballo, la pista go kart e la piscina olimpionica in cui la Cagnotto faceva da bagnina, per la supposta presenza del fantasma di uno dei 52 marinai dell’equipaggio che una brutta notte, mandato dal padrone a prendere una delle sue mitiche matusalem di DOM Perignon del 2004 (una delle migliori annate, ovviamente) si perse nei meandri dei quindici ponti più un congruo numero di cucine, sale macchine e stive, e non fu visto mai più. La scialuppa, dotata di una velatura da brigantino e un motore da truffaldino (in quanto tenuto segreto dal proprietario nel timore di essere radiato dal suo Club Velisti “Boia chi motorizza”), una notte fu presa di mira da un pesce sega che non avendo – è il caso di dire – un cazzo da fare, si divertì a sezionarla in due metà precise, di cui una rimase appesa a un paranco, fu recuperata e, dopo avere ispirato il racconto “La scialuppa dimezzata” a un epigono di Italo Calvino, tornò nelle mani del mio amico che nel frattempo si era però giocato lo yacht a bridge. Della seconda metà della scialuppa si persero le tracce, finché a Marsiglia, in occasione di una sosta in porto della mia barca (nella foto N. 2 durante una difficile manovra di ormeggio) mi capitò di sentire dalla bocca di un canuto lupo di mare, che mi stupì per la forza con cui riusciva a sollevare non vi dico con quale personalissimo attrezzo la cameriera completa di vassoio, bottiglie e bicchieri, la storia delle apparizioni del fantasma di un marinaio che vagava per il Mediterraneo in compagnia di un pesce sega con cui bisbocciava a champagne DOM Perignon del 2004. Lì per lì, che poi fa lì al quadrato, non credetti alla storia. Ma quando gli feci i complimenti per “l’ottima memoria unita ad una grande prestanza fisica nonostante la veneranda età” si arrabbiò e mi fece vedere la carta di identità: aveva trent’anni. “Si sbaglano tutti” – mi disse – “per via dei capelli bianchi, che mi sono diventati così sul colpo per lo spavento quando ho visto quel terribile fantasma.” Scettico per natura, gli dissi che lui era sì un trentenne, ma che la canizie era certamente fasulla, frutto di una tintura. E lui mi guardò con un sorriso stranissimo – che, dal momento che per me era un perfetto sconosciuto, gli venne preciso a quello dell’Ignoto Marinaio di Antonello (vedi foto N.3) – e mi disse, sfidandomi beffardo: “Non credi che la mia canizie sia vera? “No” gli dissi, ostinato. Lui prese la coppola da cui non mi separavo mai per via di una profezia fattami da un santone tibetano – ma è un’altra storia, un giorno ve la racconterò – e lo lanciò fuori dal locale. La coppola non aveva neanche infilato l’uscita che i capelli dell’Ignoto marinaio presero vita e si lanciarono all’inseguimento abbaiando. Un attimo dopo riavevo la coppola e la canizie, mugolando di piacere sotto le carezze dell’Ignoto Marinaio, si riaccucciava sul cranio del mio compagno di bevuta. Ero rimasto con la bocca spalancata, e appena mi riebbi gli feci le mie scuse, che accettò alzando verso di me il boccalone di ceramica da cinque litri che poteva sollevare solo per via del fatto che l’oste, tale Jacob di madre genovese e padre scozzese, riusciva a riempirlo di schiuma per fregare i clienti. Poi gli chiesi: “Non credo di avere mai visto una canizie abbaiare. Ma soprattutto non ne ho mai vista una riportare qualcosa lanciata dal padrone!” Mi diede il solito sguardo beffardo, che riuscii a sopportare a stento solo perché sapevo che gli Ignoti Marinai sanno sorridere solo così. Poi mi disse: “Ma hai visto che in testa ho pochissimi capelli?” Io non capii, e risposi “Che c’entra? Io dicevo che non ho mai visto…” ma lui mi interruppe: “Fammi spiegare, e soprattutto concludere, se no i tuoi amici lettori si stufano e non arrivano alla fine della storia. Secondo te, visto i pochi capelli che ho, una volta che mi sono fatto una canizie tutta nuova, non dovevo farmela da riporto?”. Il maledetto continuava a sorridermi in quel modo irritante, e lo affanculai ventriloquescamente. Lui si girò pensando che la voce venisse dal gruppetto di marinai che da qualche momento ci guardava con un interesse sospetto e io ne approfittai per squagliarmela. In quel momento passava il tram, e lo presi al volo. A terra rimase una capigliatura bianca che abbaiava furiosamente, ma l’Ignoto Marinaio non la raggiunse. Forse il gruppetto di colleghi su cui aveva fatto colpo gliel’aveva impedito.
Carlo Barbieri

Scrivi