A distanza di due anni esatti dal vol. I delle Opere di Leonardo Sciascia contenente i testi di “Narrativa, Teatro, Poesia” (pp. xlii-2030), apparso presso Adelphi edizioni, è stato pubblicato nell’ottobre 2014 il tomo I “Inquisizioni e Memorie” del vol. II dedicato alle “Inquisizioni, Memorie, Saggi” (pp. 1440), a cura dello stesso curatore Paolo Squillacioti, con uno staordinario commento editoriale di “Note ai testi” (pp. 1241-1432), analogo a quello del I vol. (pp. 1695-2016). Le 500 pagg. di commento sono essenziali per la comprensione delle vicende redazionali ed editoriali dei testi sciasciani. E non solo.

InquisizioniUn particolare minimo della scrittura sciasciana, intrigante linguisticamente, ha attirato la nostra attenzione. Colpisce infatti l’uso del termine etere nel seguente contesto: «i sali furono soltanto etere solforica: in che si univa l’etere, l’etra dei poeti, allo zolfo; il cielo più puro alle infernali vene della terra». La frase è (a p. 847) nel racconto 1912 + 1 edito nel 1986, ed è citata dal curatore a p. 1386 per altri aspetti. Nel sintagma “etere solforica” appare invero un accordo al femminile insolito, il termine etere essendo sostantivo maschile, attestato nel 1771 come voce settoriale della chimica. E il maschile era il genere della base etimologica, in quanto latinismo mediato dal ted. Äther s.m. (proposto nel 1730 da Agost Sigmund Frobenius), dal lat. aether, -is, acc. aethera/aetherem s.m. “etere; aria”, a sua volta dal gr. aithér éros (con genere oscillante, masch. o femm.).

La settecentesca voce di chimica è etimologicamente collegabile con il trecentesco etere letterario “cielo”, “volta celeste” (cfr. l’etere stellato di U. Foscolo). La voce letteraria è a sua volta grecismo mediato dal latino sopra ricordato. Ora, in seguito al collegamento espressamente sopra proposto da Sciascia dell’etere (chimico) con il letterario etra percepito come femm. (come l’87,8% delle parole italiane in /-a/ di genere femm.), il termine etere è diventato per “contagio” sintagmatico femminile.

Epperò, va anche detto che la voce etra, databile 1516 con l’Orlando ariostesco, è in realtà di genere masch. stando non solo ai dizionari ma soprattutto all’uso letterario (cfr. “l’etra ignifero” in A. Marchetti; “l’etra sereno e libero” in V. Monti; il “puro etra” in N. Tommaseo; “l’etra solitario” in A. Soffici; “l’etra vetrino” in E. Montale). Un genere difforme, quello di etra, peraltro da quello dell’etimo diacronico: dal lat. aethra(m) s.f. “cielo”, dal gr. aíthra s.f. “cielo sereno”. (Si può qui ipotizzare che la maggior frequenza di etere s.m. trecentesco ha sottratto l’etra cinquecentesco al genere etimologico femm.).

Stando così le cose, Sciascia avrebbe operato un duplice allineamento: (i) nella sua grammatica inconscia etra s.m. terminando in /-a/ è diventato s.f. (per la pressione paradigmatica del su ricordato 87,8% delle parole italiane in /-a/ di genere femm.); (ii) etere da s.m. (etimologico e d’accordo con il 51% delle parole masch. in /-e/) affiancato a etra “sentito” come sost. femm. è diventato a sua volta sost. femm.

Che tale innovazione morfologica sia specificamente o idiolettalmente sciasciana è confermato da Google e “Google libri”, dove l’etere solforicA è invero attestata una sola volta e solo nel testo sciasciano (1986) a fronte del masch. etere solforico documentato in 15.300 risultati.

Epperò, va anche detto che il termine etere affiora qua e là al femminile pure in altre combinazioni. Così l’etere cosmica compare in due momenti: nel 1867 (nella penna di Eusebio Oehl, Il lavoro, in “Il Politecnico” a p. 43); e nel 1967 (in “La Parola del popolo”, a p. 8). Invece, il canonico s.m. etere cosmico è stabilmente documentato con “circa 2.730 risultati”. Ma paradossalmente è post-datato al 1932 con l’Enciclopedia Italiana nella corrente dizionaristica.

Un’etere solitaria s.f. è poi presente una volta, sempre in “Google”: “quell’ultima nota si libra nell’etere solitaria”.

In nome di un più rassicurante normativismo qualcuno potrebbe pensare che l’etere solforica sciasciana avrebbe dovuto/potuto essere ricondotta al più normale etere solforico, in barba a “la verità, l’aspra verità” (filologica) di Leonardo Sciascia. Ma il curatore si è guardato bene dal normalizzare (o banalizzare), anche se è probabile che lo scarto gli sia sfuggito.

In un analogo caso di marcato genere femminile («un’atropo testa di morto intorno al lume») presente due volte in A ciascuno il suo (1966), lo stesso curatore aveva invece interpretato «come errore d’autore» (vol. I, p. 1826) tale forma, correggendola al maschile (un atropo) come il 99% delle parole in /-o/: invero abusivamente, in barba questa volta alla “verità, all’aspra verità filologica”, in quanto atropo è sost. con genere oscillante, presente al femm. (etimologico, dal gr. Átropos) per es. in G. Pascoli 1903: «Come le sfingi, fosche atropi ossute»; e in F. Tombari 19351, 19552: «Era Atropo, la sfinge del terribile blasone. Enorme e pelosa, dalle grandi ali giallastre […]» (Il libro degli animali).

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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