di Davide Di Bernardo

Ricordo poco di quando otto anni fa, nove  secondo il buon Matteo Renzi, si insediò al Quirinale.
Ricordo però che avevo 22 anni e come me tutta una generazione sognava ad occhi aperti un roseo futuro, grazie ad una più accessibile laurea, ad una raggiante moneta che sovrastava il dollaro e, appunto, al primo presidente comunista. “Una rivoluzione”-, ricordo d’aver pensato.
Dopo un pacato “nonno” che portava sempre con se la dolce moglie e sapeva sempre come calmare le acque, ecco un riformista. Uno che ha avuto la forza/pazzia di appoggiare l’invasione sovietiva dell’Ungheria e che camminava al fianco del miglior politico di sinistra del dopoguerra, Enrico Berlinguer.
Eppure cosa ne è dei sogni di quei ventiduenni? Cosa ne è di una nazione che da regina d’Europa si ritrova a “bagaglio in eccesso” per una Germania mai così forte dal periodo Nazista?
Il regno di “Re Giorgio” non è certo stato facile. Tra crisi economiche e politici ballerini, l’Italia ne ha proprio vissute tante, eppure in tanti sono concordi sull’uso spropositato delle competenze avute dal primo presidente ad essere rieletto per “necessità”.
Certo, oggi viene da chiedersi di chi fossero queste necessità, se degli inermi italiani che sono stati spettatori poco informati degli ultimi tre governi. Da queste rielezioni non hanno guadagnato un bel nulla, nemmeno la tanto auspicata riforma elettorale, ed invece partiti con apparenti politiche inconciliabili hanno governato, e continuano a farlo, senza alcuna riforma di svolta.
Il New York Times dopo averlo incoronato a “Re del nuovo corso politico italiano”, scriveva nel 2011: «Ora gli italiani guardano a Napolitano perché guidi la nave dello Stato con la sua tranquilla abilità, mentre Monti e la sua squadra di tecnocrati si assumono la difficile sfida di modernizzare la scricchiolante economia italiana».
Tutto ciò non solo non è stato attuato, ma  la democrazia stessa è stata messa da parte a favore della stabilità politica di partiti che il giorno dopo le elezioni sembravano più deboli che nel post “manipulite”.
Qualcuno ha parlato del troppo alto stipendio sommato alla troppo ricca pensione che mensilmente ha incassato incurante della difficoltà del momento, ma la coerenza al mondo politico sta proprio qui: se tutti lo fanno, perché proprio il Presidente della Repubblica dovrebbe rinunciarvi.
Grazie per gli auguri di buon anno, per non aver parlato dei marò e per aver lasciato a tutti i ragazzi del 2006 un’Italia dove il lavoro è diventato un sogno e quelli che allora erano sogni, solo ricordi lontani che non ci appartengono più.

D.D.B.

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