E venne il tempo del Jobs Act, nome politico-giornalistico, ovviamente in inglese, della progettata riforma del governo Renzi in materia di lavoro. Una riforma di cui avvocati e magistrati credo non sentissero il bisogno, considerato che siamo ancora tutti impegnati a decifrare gli “abracadabra” incomprensibili della legge Fornero. Ma tant’è, i governi corrono e, se la realtà non riesce a seguirli, a sbagliare è la realtà, ovviamente.

Sui contenuti della riforma regna ancora l’incertezza, dato che il Consiglio dei Ministri ha mandato alle Camere una legge che è poco più di un foglio bianco, con la quale Renzi e soci chiedono al Parlamento di delegarli a modificare come meglio vorranno la regolamentazione del lavoro (leggere per credere: il testo è disponibile su www.senato.it come disegno di legge n. 1428).

Quel che si comprende (dal dibattito politico, non certo dal disegno di legge…) è che il Governo vuole definitivamente eliminare le tutele garantite dal famoso art. 18 dello Statuto dei lavoratori; in verità già indebolito (e, soprattutto, complicato) sotto il “regno” di Monti e della Ministra Fornero.

Come noto, l’idea diffusa dal Governo è che in Italia gli imprenditori non assumano per paura, perché licenziare sarebbe quasi impossibile proprio a causa del noto articolo 18. La tesi, in effetti, è molto suggestiva ma, ancora una volta, ha qualche problema a mettersi d’accordo con la realtà, considerato che non passa settimana che i giornali ci dicano di qualche media o grande impresa in crisi che organizza licenziamenti di massa, né la vita sociale manca di registrare licenziamenti individuali (i quali, ovviamente, non fanno notizia, se non in casi eccezionali.).

Ebbene, progettando di abrogare l’articolo 18, il Governo non sembra voler modificare i casi in cui è consentito licenziare i singoli dipendenti, che rimarrebbero sempre gli stessi, dato che l’articolo 18 non se ne occupa. Piuttosto l’Esecutivo punta a ridurre le sanzioni per i licenziamenti illegittimi, abolendo il diritto del lavoratore a essere reinserito in azienda e sostituendolo con un indennizzo monetario.

Insomma, per il datore di lavoro che licenzia correttamente non cambia nulla. Se, invece, l’imprenditore licenzia senza un valido motivo, anziché eliminare gli effetti del suo atto scorretto gli si chiede solo di pagare un modesto indennizzo. Un po’ come dire che se si trova un ladro con le mani nel sacco, anziché togliergli di mano la refurtiva e restituirla al legittimo proprietario, preferiamo lasciargli in tasca il maltolto e dargli una multa.

Vista così, l’abolizione dell’articolo 18 sembra assurda; ma, dice il Governo, il vero scopo è di ridurre l’incertezza per le imprese derivante dall’attesa delle decisioni giudiziarie. Il proposito, in sé, è meritevole, almeno per noi che soffriamo quotidianamente al fianco di imprese e lavoratori incerti sugli esiti dei loro processi. Però se si vuole raggiungere questo scopo ciò che serve davvero sono norme più chiare e nuove assunzioni di Magistrati e personale amministrativo per abbreviare i tempi del processo. La modifica dell’articolo 18 è, dunque, il classico gesto di chi, troppo incapace per aprire una porta, pretenda di esser considerato ben educato anche passando dalla finestra.

A proposito dell'autore

Avvocato in Catania

Giuseppe Auletta, è nato a Catania il 25 maggio 1983. Dopo studi classici presso il Liceo “M. Cutelli”, nel 2006 consegue la laurea triennale in Scienze Giuridiche presso l’Università di Catania, con voti 110/110 e la lode. Nel 2008, sempre a Catania, consegue la Laurea Magistrale in Giurisprudenza con voti 110/110 e la lode. Nel 2013 diviene Dottore di Ricerca presso l’Ateneo catanese all’interno del corso di Dottorato in “Scienza, Tecnologia & Diritto”. Avvocato dal 2011, è iscritto all’Ordine forense di Catania ed esercita la professione con particolare attenzione alle tematiche del diritto civile e del diritto del lavoro. Dal 2013 è componente del Consiglio d’Amministrazione dell’Istituto “Servizio Cristiano” di Riesi (CL). Sposato con Angela Castiglione.

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