di Davide Di Bernardo

Viaggio dentro il centro di accoglienza di Palagonia dove le stanzette dei minori sono come quelle dei nostri figli e si respira un’aria familiare

Roma – “Avendo questa relazione continua con il Ministero sono in grado un po’ di orientare i flussi che arrivano da… da giù… anche perché spesso passano per Mineo… e poi… vengono smistati in giro per l’Italia… se loro c’hanno strutture che possono essere adibite a centri per l’accoglienza da attivare subito in emergenza… senza gara… le strutture disponibili vengono occupate… e io insomma gli faccio avere parecchio lavoro…”.
“Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”.
Queste alcune delle intercettazioni che vedono come protagonisti, prima Luca Odevaine, ex vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni e capo della Polizia provinciale di Roma, e dopo Salvatore Buzzi, responsabile della cooperativa “29 giugno” e braccio operativo dell’organizzazione che sin dallo scoppio dell’emergenza lucra sugli immigrati che raggiungono le nostre coste.

PALAGONIA – Nella capitale dell’arancia a polpa rossa arrivo a bordo di una vecchia Panda che fa più rumore di un di una Ritmo anni ’90, ma meno di una Idea del 2006. Sono appena le 11,00 del mattino, ma visto in tempo uggioso e la mancanza totale di raggi di sole, sembrano le 6,00.
A farci da “ciceroni” tre operatori che mi accolgono come un vecchio amico, pronti a raccontare una storia diversa da quella che si sente sui Tg, proprio perché stanchi di ciò che continuamente viene raccontato sui centri come il loro.IMG_0005
Con questo approccio è nata l’idea di questa intervista, ma in nessun modo avrei immaginato di ritrovarmi in un luogo così.
Innanzi tutto la struttura: una villa vera su due piani ampi, adornati da un bellissimo marmo, tipico di alloggi spocchiosi costruiti in questa zona negli anni ’80 i, grandi circa 200 mq per piano, più un box uffici esterno, attorniato da un ampio parcheggio, una zona coperta adibita all’asciugatura dei panni ed un tavolo per pranzi all’aperto che farebbe crepare d’invidia anche una famiglia americana amante dei barbecue.
“Questa è l’unica struttura con al suo interno una famiglia laica che si prende cura dei ragazzi in ogni momento della giornata, sopperendo, quando serve, alla mancanza di operatori o a ritardi di turnazione” dice il marito del presidente della Cooperativa e anima di tutto il progetto – dal 2012 i minori non accompagnati entrano all’interno della struttura, sotto il coordinamento del Comune di Catania, delegato dall’ANCI. Qui arrivano spesso scalzi e con un unico desiderio: les documents!”
Salvo Travagliante, assistente sociale della struttura, spiega come non appena arrivati ad un centro di prima accoglienza, come fu il PalaSpedini a Catania, viene effettuato un primo foto-segnalamento con dei dati sommari forniti dallo stesso immigrato che serve ad una identificazIMG_0041ione più che altro anagrafica, così da selezionare i minori non accompagnati che, tramite il benestare del Pm di turno, il Comune di Catania riesce a piazzare in una struttura che fornisce disponibilità.
Ad un certo punto dell’intervista la voce e lo sguardo dell’assistente si fanno più teneri, ha iniziato a parlare singolarmente dei ragazzi della struttura. Di quelli che vi risiedono e, soprattutto, di quelli che sono riusciti ad andare via dal centro, con i documenti in regola e la possibilità finalmente di vivere una vita libera da quei tragici momenti sui barconi, e di loro racconta ancora di quante volte richiamano o scrivono con WhatsApp o Facebook agli operatori, ormai parte della loro vita.
Il giro nelle stanze dei ragazzi è ancora più incredibile e toccante! Dimenticate le immagini dei “campi di concentramento moderni” viste nei giorni scorsi, quando si parla di C.A.R.A. di Mineo o strutture simili. Qui le stanze sono, non solo pulite, dignitose e con massimo 3 letti,  ricordano in modo tangibile quelle di tutti i ragazzi della loro età, con disegni appesi ai muri e colori sfarzosi che danno all’insieme un’aria molto familiare.
La prima fase, dopo l’accoglienza, prevede la creazione di un rapporto di fiducia dove, comIMG_0042e sottolinea la psicologa dell’Istituto la dott.ssa Giulia Citelli, non solo il ragazzo viene rassicurato e portato a un livello di fiducia tale da far spuntare addirittura dei documenti ben nascosti, ma a cui viene anche spiegato l’iter che sta dietro al tanto auspicato rilascio dei documenti italiani.
Ma cosa ancora più importante, come tiene a dire il nostro primo contatto con la struttura, l’educatore Giuseppe Milluzzo, la prima cosa che ai ragazzi facciamo fare è chiamare casa.
Siamo arrivati! Siamo vivi!” “وصلنا نحن نعيش” – “gridano al telefono. Molti di loro vengono dall’Egitto, ma hanno passato tanto tempo in Libia, prima di arrivare sulle coste e partire per il viaggio della speranza.
Dall’altro capo del telefono, spesso, dopo un primo momento di gioia per il ritrovato figlio o parente, non gli si chiede lo stato di salute, ma quando saranno inviati i primi soldi! Infatti tante famiglie vivono con gli strozzini alle porte, pronti a saccheggiarli di ogni bene pur di riavere i soldi dati per permettere la partenza e pagare gli scafisti.
Allo stesso Milluzzo ho anche chiesto quanto guadagna al mese e, senza alcuna riserva, mi ha subito risposto che il suo stipendio ammonta a circa 1.200 € al mese, o meglio questi sono soldi che percepirebbe qualora la complessa macchina burocratica che sta alle loro spalle pagasse regolarmente.
Il centro non incassa da oltre di 12 mesi, ma mai nessun ragazzo ne ha risentito, mai nessuna paghetta è stata negata ai ragazzi -“La percepiscono come fossero nostri figli e come tali la spendono”.
Le spese, secondo un conteggio sommario del ragioniere dell’Istituto, ammontano a circa 500 euro giornalieri, senza contare tutte le spese extra, come i viaggi  alla Questura di Catania per i documenti dei ragazzi e i voli verso l’Ambasciata egiziana a Roma, che anche dopo gli arrivi di centinaia di connazionali su terra siciliana non ha ritenuto necessario l’istituzione di un ufficio dislogato sul territorio.
A queste fa fronte il presidente della cooperativa  Nellina Urzì che, col marito, segue i minori sin dalla nascita del centro, negli anni ’90, e che quando sono stati chiamati ad affrontare un’altra crisi, quella dei minori stranieri in cerca di rifugio, non solo non si sono tirati indietro, ma hanno affrontato la nuova avventura con rinnovato slancio. Anche quando venne deciso che l’importo che gli sarebbe spettato sarebbe stato lo stesso che veniva da loro percepito per i ragazzi italiani, pur con ovvie differenze e costi, a partire dalla necessità di Mediatori in lingua araba.
Ma i soldi che dovrebbero essere stanziati dalla Regione Sicilia, per poi passare dalle casse del Comune di Palagonia, ed infine, dopo un giro tra varie banche, alla cooperativa sono ancora fermi. Le scuse sono le solite, si va dal patti di stabilità, ad altre mille cavilli burocratici che fanno accapponare la pelle.
Viene solo da chiedersi se i “furbetti” romani e tutti coloro che lucrano su questa emergenza abbiano gli stessi problemi di chi, da mesi, lavora senza avre visto un solo euro per dare a dei poveri ragazzi catapultati su un altro continente, spesso senza nemmeno IMG_0006uno straccio di biancheria intima, la speranza di essere ancora persone e non capi di bestiame da macellare.
Forse basterebbe solo una commissione formata da onesti cittadini, invece che decine di commissioni che poi si scoprono essere formate per la maggiore dai peggiori soggetti in circolazione.
Anchise venne portato a spalla, vecchio e paralitico, dal figlio Enea e morì sulla nostra terra, a Trapani. Ma da giovane, non solo era bello e venerato da tantissime donne, da cui ebbe diversi figli, ma fu anche amante della più bella tra le dee, Venere. La dea s’innamorò di lui e fu proprio dal loro amore che nacque l’eroe di cui narra Virgilio.
Forse sarà proprio per questo che la Onlus di cui vi ho parlato è stata chiamata “Il giovane Anchise”, per non dimenticare che chi arriva sulle nostre coste, qualunque sia il suo stato oggi, un tempo avrebbe potuto essere come un uomo venerato dagli dei.
Le nuvole si sono diradate, ora il sole picchia forte in questo lembo della Piana di Catania dove é sempre estate. Piccoli, giovanissimi immigrati fanno “ciao” con la mano. Li salutiamo con un sorriso, soddisfatti di aver conosciuto l’altra faccia di “Mafia Capitale”, quella che nessuno racconta.

D.D.B.

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