Da qualche tempo, parallelamente alla propagazione della concezione della scuola come “azienda”, si va replicando l’uso di sostenere la bontà della ricerca dell’ “eccellenza” nel sistema di istruzione. E via con l’insegnante “bravo” che si adatta a pagare ogni anno un corso di formazione per avere un piccolo scatto di stipendio, con l’esaltazione dell’alunno che parla tre lingue, con il Dirigente-manager che trova i soldi che lo Stato non dà, con l’aumento di materie e contenuti per inseguire tutte le “eccellenze” possibili. E per verificare il tutto, sistemi di controllo attraverso test stupidamente quantitativi e nozionistici; insomma: sotto abiti diversi e aggiornati, il ritorno della scuola selettiva, nozionistica, d’èlite.

Dal punto di vista etico ed educativo, almeno per quel che riguarda i livelli non conclusivi del sistema dell’istruzione, viene semplicemente trascurato il fatto che per ogni vero insegnante gli alunni sono tutti diversi, ma eguali nel diritto di ciascuno di dare quel che può nel modo che può; che l’adolescente in crisi di crescita non va scartato, ma capito; che il bambino irrequieto non va punito, ma aiutato; che l’alunno distratto non va dimenticato, ma motivato. Che, in altri termini, “l’eccellenza” può certamente essere uno degli obiettivi dell’istruzione e dell’apprendimento, se ve ne sussistono le condizioni naturali, ma non è l’unico e nemmeno, dal punto di vista generale, il più importante.

Infatti dal punto di vista, diciamo così, “pragmatico” e gestionale la ricerca del prodotto eccellente risponde ad una visione regressiva della stessa concezione aziendalistica, ormai decisamente orientata verso il ” Total Quality Management” ossia verso una gestione totale della qualità, per cui essa viene considerata non solo sotto i suoi molteplici aspetti, ma soprattutto in relazione al prodotto marginale; in altre parole: una fabbrica di auto non è una buona fabbrica se, tra cento auto, ne produce 20 eccellenti e 80 con ricorrenti difetti; né se non riesce ad essere puntuale nelle consegne; né se i costi sono alti a causa degli sprechi e delle inefficienze. Tradotto a scuola: una scuola lavora bene non solo, e non tanto, se tra i suoi alunni ce ne sono con medie altissime e capaci di suonare il trombone e di programmare il computer; bensì se il maggior numero possibile di alunni ha acquisito consapevolezza delle proprie potenzialità attraverso il possesso degli strumenti di base, fatti di concetti e di nozioni, di capacità di ricerca e di esercizio alla memorizzazione, di tensione verso la crescita e di equilibrio con se stessi.

Non si tratta di contrapporre una ideologia “umanistica” ad una ideologia “aziendalistica”, oppure la “qualità” alla “quantità”. Si tratta di capire qual è la mission che, in un approccio sistemico, si vuole attribuire alla scuola e su quali presupposti concreti si vorrebbero impostare i processi di insegnamento-apprendimento. Quello che certi burocratici esperti della scuola non riescono a capire è la specificità dell’azienda scuola, vista come unitaria struttura formativa di un Paese. Un’azienda che opera in realtà molto diverse tra di loro: nel quartiere residenziale della grande città e nel piccolo borgo di campagna, nel centro isolato di montagna e nella periferia multietnica, tra agiate famiglie borghesi e tra famiglie scompaginate, non di rado afflitte dall’indigenza, dal semi abbandono, dalla sofferenza.

Un’azienda nella quale l’ottimizzazione degli sforzi attraverso il coinvolgimento dei dipendenti e la cooperazione educativa costituisce una necessità operativa, mentre l’incentivazione della concorrenza interna con premiucci agli insegnanti più bravi riflette solo il patetico retaggio di una mentalità da padroncino di bottega. E purtroppo non è ancora chiaro quale opzione stia prevalendo nel Legislatore italiano. Mentre è chiaro invece che in troppi puntano su una scuola governata da una specie di amministratore delegato, coordinata solo didatticamente da un preside dimezzato e completamente senza soldi ma con il potere di distribuire punti-premio, con docenti in concorrenza tra di loro per fare i primi della classe in vista di “qualche dollaro in più”, con alunni ridotti a merce da qualificare e strumento di operazioni burocratiche e affaristiche.

Gli alunni non servono a dimostrare quant’è bravo un insegnante o un dirigente scolastico; gli alunni sono, al pari degli insegnanti, i veri titolari e gli operatori in quella particolare industria che produce formazione e apprendimento per rinnovare le esigenze e le capacità produttive di un Paese; esigenze che reclamano il medico come l’agricoltore, l’avvocato come l’operaio specializzato o meno, l’ingegnere come il geometra e il muratore. In questa prospettiva, la ricerca dell’eccellenza è solo uno dei possibili percorsi, e comunque come corollario della capacità di tutti di apprendere e di interagire.

Bisogna invece reagire alla tendenza, spesso indotta dal disorientamento degli insegnanti e dell’intero sistema scolastico a fronte dei continui cambiamenti di rotta dovuti a progetti politici tanto pretenziosi quanto cervellotici e disfunzionali, al buonismo permissivo che di fatto abbandona a se stessi i più deboli; con il risultato di un progressivo aumento dell’ ignoranza al limite del semianalfabetismo, con studenti universitari che mostrano lacune abissali e apparentemente inspiegabili, quindi con una tangibile inefficienza del sistema scolastico. E con danni a lungo termine, perché comunque anche i meno preparati finiranno poi col diventare insegnanti, ingegneri, avvocati e, magari, qualcuno persino magistrato. Alzi la manina chi ha totale fiducia nei concorsi all’italiana. In proposito, le recenti testimonianze su FB del prof. Coniglione e del prof. Di Grado su strafalcioni degli studenti nel corso di esami universitari a Catania sono tanto significative quanto preoccupanti.

Ricordino comunque politici e burocrati, categorie anch’esse utili al Paese finché non risultano perniciose, che ogni vero insegnante riceve soddisfazioni dalla performance di ogni alunno, si compiace dei successi dei più bravi, ma non di rado ama quel bambino che si vergogna a venire a scuola perché il papà è in carcere, quella ragazzina che continua a sbagliare i congiuntivi ma è bravissima nel disegnare, quel cicalettone del terzo banco che stenta a capire Schopenhauer ma sa tenere unita la classe con il suono della sua chitarra. Alla faccia dell’eccellenza, e della “buona scuola” senza velo di Maya.

A proposito dell'autore

Dirigente scolastico

Nato a Catania il 17-8 1948, ha terminato gli studi classici presso il liceo “Cutelli” e umanistici presso la facoltà di filosofia. Docente di Storia e Filosofia nei licei di Paternò, Siracusa, Lentini dal 1974. Nel 1983  promotore e organizzatore, in collaborazione con Comune di Lentini, Società Filosofica Italiana e Università di Catania del Convegno internazionale su “Gorgia e la Sofistica”. Nel 2004 e nel 2005 Coordinatore didattico master di 2° livello università “Kore” di Enna; è stato Supervisore SISSIS a contratto presso università di Catania e assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione del Comune di Lentini. Dal 2009 Dirigente scolastico prima a Cremona e ora Paternò.

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