CATANIA – Denunciare non è mai facile, si sa. Le parole pesano, diventano lame, a volte, ma non è questo il caso: non si parla di armi, non adesso. Contro la mafia e la criminalità organizzate non servono: le parole sono più pesanti. Sono più incisive, e nessuno invoca il fuoco.

La denuncia è un’altra cosa: parte da dentro, esce fuori e raggiunge un destinatario, per rientrare, dritto al cuore di un sistema. E lo scardina, lo annienta. A questo serve la parola: una semplice chiacchierata al bar, o un libro, talvolta, possono diventare più potenti di qualsiasi mezzo usato nella lotta alla corruzione. E’ il caso di “L’aquila e la piovra”, l’ultimo lavoro editoriale dello scrittore Gianni Palagonia. Chi è Gianni Palagonia?

Palagonia è lo pseudonimo di un poliziotto che, a causa delle guerre di mafia degli anni ’80 e ’90, è stato costretto a nascondere la sua vera identità per proteggere se stesso e le persone a lui vicine. Ma non ha perso la voglia di denunciare, e l’ha fatto: il libro, presentato nei giorni scorsi presso La Feltrinelli di Catania, infatti, è la terza realizzazione dello scrittore, dopo “Il Silenzio” e “Nelle Mani di Nessuno”, e racconta la storia di un poliziotto italiano in Albania – con racconti veritieri, ma identità alterate – , e delle organizzazioni criminali della penisola balcanica.

L’evento, presenziato da Antonio Condorelli, direttore di Live Sicilia, ha visto la partecipazione di numerosi esponenti delle forze dell’ordine e della magistratura locale, nonché del pubblico che, da sempre, segue i lavori di Palagonia, apprezzandone la scrittura diretta e pungente.

“Saluto e ringrazio i presenti, in particolare le forze dell’ordine, che ogni giorno portano avanti la battaglia contro la criminalità organizzata”, ha esordito Condorelli. “Siamo in un periodo storico particolare in Sicilia, con un ex presidente della Regione eletto con i voti della mafia. Per me è un onore essere qui a discutere di un grande scrittore come Gianni Palagonia, che con coraggio analizza il fermento sul periodo storico in cui i cavalieri spadroneggiano nella nostra terra”, ha aggiunto. “La sensazione è che a Catania non si vivano pienamente tutte le possibilità esistenti, e questo a causa della corruzione. A Lombardo, ad esempio, tutti chiedevano favori: in questa città non si può fare nulla senza corruzione, e quest’idea pregiudica il resto”, ha affermato il giornalista.

Combattere la corruzione, insomma, per sconfiggere la criminalità organizzata. Ma quando, giuridicamente, si parla di “reato per mafia”? “Non è semplice, al giorno d’oggi, individuare una pena per associazione mafiosa”, spiega il magistrato Angelo Busacca. “Noi facciamo il nostro lavoro: ho vissuto gli anni delle guerre di mafia da figlio di magistrato, con la prima condanna a Santapaola emessa da mio padre”, prosegue. “La criminalità organizzata di cui ci parla Palagonia nel suo libro è legata a ideologie molto basse, con regolamento di conti e vendette tra famiglie: lo scrittore è bravo a fare diversi parallelismi tra “miseria” e “criminalità”, ricordandoci come, spesso, le due cose sono l’una conseguenza dell’altra”, spiega.

“E’ importante osservare anche le emozioni che suscitano i racconti: l’opera mi racconta un caleidoscopio, arricchita dalla costante dei suoi libri, il pessimismo”, continua Busacca. “Noi, però, dobbiamo guardare in positivo e continuare ad indignarci: non è vero che tutto va a rotoli. Possiamo cambiare ancora le cose”, aggiunge.

Ma come? “Colpendo i potenti dritti alle tasche: è la cosa che temono di più. A loro interessa il guadagno: se gli togli quello entrano in crisi. Possiamo inventarci l’unità anticorruzione, l’unità antidroga e simili, ma se ognuno di noi non svolge il proprio compito non risolveremo il problema, e le leggi non ci aiutano: siamo nel momento in cui bisogna capire se andare via da qui o lottare per cambiare le cose”, dichiara Busacca. Importante, infatti, è la questione sulla “confusione giudiziaria” degli ultimi anni che, a detta del magistrato, “gettano solo fumo negli occhi”, allungando gli iter burocratici e favorendo sempre più i potenti.

Presente all’incontro anche Dario Montana, rappresentante dell’associazione Libera, nonché fratello di Beppe Montana, vittima della mafia, che pone la memoria al centro della lotta alla corruzione: “La memoria è sacrosanta e deve essere messa in pratica sempre. Nel libro Palagonia parla soprattutto della collusione, ed è importante capire una volta per tutte che è la molla che aziona il meccanismo mafioso, come strumento di potere. E noi, in Sicilia, lo vediamo ogni giorno attraverso il tema della sanità, nella quale si vive di corruzione sia personale che nella gestione delle strutture”, spiega. Ma Montana è duro, diretto, e denuncia: “Cosa sarebbe stata la nostra regione senza la collusione? E’ intollerabile ciò che succede qui, non si può assistere inermi a questo spettacolo: bisogna lottare e sconfiggere tale fenomeno, e poi si potrà annientare la mafia”, conclude.

E Gianni Palagonia? Non era presente – per ragioni ovvie -, ma ha lasciato un messaggio al pubblico: “Questa città, Catania, riesce a distruggerti e a farti innamorare allo stesso tempo”. E non bisogna scontrarsi contro la nostra terra: lei non c’entra. Lei è vittima, ma noi possiamo essere i “salvatori”: denunciando, e non stando zitti. E qui viene il difficile, lo scoglio più grande da superare prima di vincere questa battaglia. E c’è speranza.

Antonio Torrisi

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