Marco Iacona –

Si intitola “Da donna a donna. La mia vita melodrammatica” il libro biografico di Katia Ricciarelli edito da Piemme. Vita e arte abilmente mescolate, eventi lieti e dolorosi, questioni familiari e esperienze teatrali. Un tutt’armonico tra eroine del melodramma – Verdi e Puccini su tutti – e storie d’amore vissute con passione di scena. “Traviata” è un inno alla ricerca della felicità, “Boheme” alla seduzione. E via dicendo.

L’opera lirica non abbandona mai i suoi protagonisti, in scena e fuori. Cantante per tutta la vita, si potrebbe dire. Anche se si passa dalle tavole in legno allo schermo gigante. Anche la Callas fu “Medea” per Pasolini, ricordate? Raggiungo Katia Ricciarelli al cellulare, mentre in treno va a Milano per presentare il libro.

Signora, la sua è una vita ricchissima. Da quanto tempo pensava di prendere carta e penna?

«Veramente non è da molto che ci penso. Mi è venuta la voglia di fare una specie di bilancio della vita e non solo artistica ma anche professionale e privata. Poi ho anche pensato di fare un bilancio di una cosa positiva, perché così vuol dire che ha un “presente” e anche un “passato”. Ed è bello anche far capire a chi vuole intraprendere una carriera come la mia, quello che bisognerebbe fare a prescindere dal talento iniziale che è un dono che viene dall’alto…».

 

Lei ha esordito nel 1969 in “Boheme” a Mantova. Che generazione era la sua di cantanti lirici?

«Faccio parte di una generazione che ha lavorato quando tutto era ancora bello, anzi magnifico. Ringraziando il cielo ho vissuto anni splendidi. Ho anche avuto la fortuna di cantare con Mario Del Monaco e Franco Corelli. Non ho frequentato la Callas perché c’era troppa differenza, la Tebaldi l’ho conosciuta ma non cantava più. Ho vissuto gli anni d’oro e a quel tempo c’era una passione indescrivibile…».

 

Rispetto agli ultimi anni della sua carriera, c’è una grande differenza, no?

«Differenza abissale! Ho avuto la fortuna di vivere fino in fondo quegli anni d’oro, poi però basta. Adesso purtroppo c’è un appiattimento e non vedo spiragli. Ci sono dei bravi giovani ma non vedo come possano avere quello che abbiamo avuto noi, in un momento così difficile».

 

Il futuro del teatro d’opera allora non è roseo?

«Non è roseo per nulla! Noi pensavamo che il nostro mondo fosse, come dire, intoccabile, capisce? Invece la cultura che dovrebbe essere lo specchio del paese viene offesa e questo è molto brutto».

 

Signora, il ruolo operistico più importante?

«Dovrei dire Mimì dalla “Boheme” che è stato il debutto in assoluto. Peraltro l’ho anche interpretata in alcune città importanti. Però, mi creda, io preferisco Desdemona [dall’“Otello” di Verdi]. Pensi, grazie a “Otello” ho avuto quattro incontri straordinari…».

 

Ce li racconti…

«Sono stata l’ultima Desdemona di Mario Del Monaco nel 1972, e la prima di Placido Domingo. Sono “entrata” al cinema col film opera di Zeffirelli, sempre con Domingo, e ho avuto la fortuna di cantare l’“Otello” al Metropolitan e al Covent Garden con il grande Carlos Kleiber come direttore d’orchestra. Che incontri straordinari! E poi quel ruolo sembrava scritto proprio per me. Fisicamente: sono bionda e anche veneta… Insomma, Desdemona ha contato molto».

 

Ci parla di Herbert von Karajan? Lei ha cantato e registrato con lui…

«Abbiamo fatto “Tosca” con la filarmonica di Berlino e poi ho inciso ancora “Tosca”, “Turandot” e “Carmen”. È stato un bell’incontro. Da lui però sono andata che ero già qualcuno, già famosa. Ho solo aggiunto questa “ciliegiona” sulla torta…».

 

Karajan le ha fatto fare un provino che lei descrive con molti particolari, nel libro…

«Certo! Lei mi insegna che se ha già fatto, che ne so, dieci film e adesso deve fare l’undicesimo, deve andare a fare il provino anche per quello. Si fa così perché bisogna vedere se sei adatto per il ruolo».

 

Signora, ci parla del suo legame artistico con Vincenzo Bellini? È nume tutelare di una città, Catania, che è parte della sua vita…

«Di Bellini ho fatto “Capuleti e Montecchi”, “Norma” e “Zaira”. Insomma l’ho cantato e mi è veramente piaciuto. È un compositore che adoro, elegiaco. È nelle mie corde!».

 

E con la città?

«A Catania, lasciando perdere i fatti privati, ci sono stata molto e l’ho frequentata. È bella. Tutta! Al “Bellini”, poi ho cantato molte volte. L’ultima volta ho fatto un concerto belliniano e c’erano anche altri colleghi tra cui Paolo Washington, ma il resto non me lo ricordo. E non scrivo mai niente».

 

Ricordo una sua esibizione a Catania al giardino “Bellini”…

«Sì, anche lì sono stata!».

 

Dopo le esperienze con Pupi Avati, le chiedo infine della sua carriera cinematografica e dei progetti per il futuro…

«Ho altri progetti a breve, quando avrò firmato i contratti e letto bene le sceneggiature… Sto andando avanti con cinema, fiction e faccio concerti. Opere non ne faccio più ma concerti sì. Poi insegno canto perché mi piace molto. Scrivo anche. Questo libro si avvale della collaborazione di uno scrittore, Marco Carrozzo, che è riuscito a comprendere bene tutte le cose che volevo dire e che era difficile dire… Devo anche a lui il successo del volume».

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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