CATANIA – Sono 2236 le aziende che a Catania hanno fatto richiesta di cassa integrazione e le ore di quest’ultima applicate nel 2014 sono quasi due milioni. La disoccupazione giovanile è ormai arrivata al 50%, quella femminile sfiora il 60% (fascia anagrafica coinvolta, da 15 ai 35 anni). I lavoratori “somministrati” (contratto ex interinale) a Catania nel 2014 sono stati 998 mentre la gestione separata nel settore servizi è arrivata a quota 7488 iscritti.
Il quadro dell’occupazione catanese e degli ammortizzatori sociali è più cupo che mai e il Jobs act del governo Renzi non mantiene quanto promesso, anzi. Così come la Cgil sostiene da mesi, la “legge per il lavoro” con evidenti richiami al modello d’Oltreoceano, non fa bene al Paese e alle città fustigate dalla disoccupazione, come è appunto Catania.
Il tema è stato al centro di “Tutte le nuove frontiere: Jobs Act e riforma degli ammortizzatori sociali”, il seminario organizzato dalla Cgil e dal Nidil Cgil, tenutosi stamattina nella sala “Russo” di via Crociferi 40. È stata l’occasione per analizzare gli effetti della nuova riforma del mercato lavoro sul contratto a tutele crescenti, sull’applicazione della nuova riforma al pubblico impiego e sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Sono intervenuti Claudio Treves, segretario generale di Nidil Cgil, la segretaria confederale Margherita Patti, il responsabile del Mercato del lavoro, Giuseppe Oliva e il segretario generale Giacomo Rota.
“A Catania il sistema impresa-lavoro perde pezzi e il Jobs act di certo non ci aiuta- sottolinea Margherita Patti- In concreto non registriamo alcun posto di lavoro in più e, come se non bastasse, stiamo assistendo alla precarizzazione dei contratti a tempo indeterminato poiché a “tutele crescenti”, cioè con nuove e variabili disposizioni in termini di tutela. Le diverse clausole di salvaguardia indeboliscono il tempo determinato , e vengono persino dimezzati gli ammortizzatori sociali; proprio quelli che sino ad oggi hanno aiutato moltissimo la sopravvivenza delle imprese nel nostro territorio”.
Ma quali sono le principali criticità del Jobs act? Secondo la Cgil rimane ancora complesso l’accesso alla prestazione, anche perché il sistema di accredito della contribuzione continua ad essere ancorato a minimali retributivi troppo alti (in un mese bisogna guadagnare circa 1300 euro per avere una mensilità contributiva) rispetto alle medie retributive dei collaboratori; la durata della prestazione è condizionata dal fatto che periodi contributivi che hanno già dato diritto ad erogazione della prestazione non possono essere più utilizzati; non è prevista contribuzione figurativa; non c’è traccia (diversamente da quanto previsto nella legge delega) del principio di automatismo delle prestazioni che opera in caso di omissione contributiva da parte del datore di lavoro.
Spiega Oliva: “Se nel 2014 abbiamo avuto due milioni di cassaintegrazione, possiamo con una certa sicurezza sostenere che queste sono destinate a dimezzarsi, con gravi ricadute sul sistema sociale e sulla dignità dei lavoratori stessi. E se poi consideriamo il caso delle aziende sotto i 15 dipendenti non potranno ricorrere al contratto di solidarietà di tipo B”.
Per il segretario generale del Nidil nazionale Treves: “Anziché pensare ad unificare le condizioni dei lavoratori , il governo nazionale le segmenta ulteriormente. Nelle stesse aziende, adesso, troveremo lavoratori con vecchie e più robuste tutele e lavoratori che dovranno temere di essere licenziati. Renzi dice di avere introdotto gli ammortizzatori universali, ma sono di valore inferiore o comunque calante rispetto al passato. Su questi temi la Cgil continuerà la sua battaglia sia a livello contrattuale che a livello politico”.

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