Non ci sono dubbi che il complesso “Le Ciminiere di Catania” è un grande esempio di recupero urbano di archeologia industriale. Personalmente penso che l’architetto Giacomo Leone e il suo team, rielaborando un’area industriale abbandonata e destinata ad una banalissima cementificazione, abbiano dato alla città uno spazio di grande rilevanza urbanistica e bellezza architettonica.

Il centro fieristico è un delicato complesso polifunzionale che occupa una superficie di 27.000 mq, di cui 16.000 mq coperti, 8.300 mq di spazi liberi (pedonali e carrabili) e 2.700 mq destinati a verde. In realtà la superficie totale utilizzabile (su diversi livelli) è di 46.120 mq di cui 7.300 mq occupati da scale, servizi e impianti costosi e di notevole difficoltà manutentiva.

Si articola principalmente in tre aree funzionali.

L’area fieristica che rappresenta annualmente, soprattutto per le piccole e medie imprese artigianali ed industriali, uno strumento d’incentivazione, marketing e di promozione internazionale (esempio, Etna Comics).

L’area congressi nella quale è presente un grande auditorium comprendente una sala inferiore di circa 600 posti ed una sala superiore, con tribuna, di 1200 posti, ed una ulteriore sala riunioni da 200 posti.

L’area espositiva che è studiata per mostre temporanee e permanenti e attività di comunicazione, cultura e svago.

Sono inoltre presenti: due musei permanenti, il rinomato “Museo Storico dello Sbarco – 1943” e il “Museo del Cinema”; una grande piazza gradonata all’aperto per concerti e spettacoli; un piccolo teatro ed una galleria d’arte completano le strutture di questa articolata ed attrezzata area.

Com’è stato giustamente sottolineato, il centro “Le Ciminiere” è stato studiato e prodotto dall’architetto Leone come una importante infrastruttura di supporto alle attività culturali e alle esigenze fieristiche della città.

Condivido in gran parte quanto scritto su Sicilia Journal da Salvo Zappalà, imprenditore componente del Tavolo per le imprese. Ma non mi trova d’accordo quando ipotizza “una sorta di quartiere aperto, senza cancelli…” oppure quando scrive “Immagino la presenza di alcuni punti di ristorazione e street food della ricca gastronomia catanese per animare il quartiere di sera.”

È vero che negli ultimi tempi la gestione delle Ciminiere non è stata e non è il massimo dell’efficienza e della produttività, ma si sa che le amministrazioni pubbliche non brillano nelle gestioni manageriali, soprattutto ora che la “fantasma” Provincia Regionale” naviga a vista come una nave pirata senza comandante. È sotto gli occhi di tutti che macro e micro inefficienze organizzative e di manutenzione (soprattutto per la mancanza di figure professionali e risorse economiche) rendono opaca la bellezza dell’infrastruttura e il suo potenziale produttivo sia in termini culturali che economici. Ma è anche vero che oggi se il centro “Le Ciminiere” non si è trasformato in un’area degradata, sporca, soggetta a furti e ricettacolo di illegalità lo si deve ai suoi cancelli e alla sorveglianza e al fatto che non è diventato un “quartiere aperto di notte”. Ok i punti di ristorazione e street food, ma devono essere funzionali agli eventi culturali ed espositivi e non fini a se stessi solo per attirare la “Catania by night”. Infatti visto che le sale congressuali e le attività, culturali, artistiche, artigianali e artistiche  non potranno essere attive H24 l’antica via Simeto diverrebbe un duplicato di via Coppola che nulla ha di culturale.

Anch’io auspico che un imprenditore capace prenda in mano la situazione e che a sua volta sia in grado di riassegnare i molteplici spazi ai giovani imprenditori catanesi e a Enti attivi nel campo della Comunicazione e valorizzazione del Patrimonio Artistico. Soggetti animati da entusiasmo e carichi di energie che potrebbero trasformare questo complesso architettonico nella sede ideale di scambi culturali e commerciali e polo di attrazione per il turismo culturale. Ma senza trasformarlo in un bivacco notturno di perditempo e imbrattatori. Penso che la sicurezza di un’area così delicata è in contraddizione con il “quartiere aperto senza cancelli” come auspica Salvo Zappalà.

Corrado Rubino

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