Riceviamo e pubblichiamo

CATANIA − Le Ciminiere di Catania: un grande esempio di recupero urbano di archeologia industriale, curato dal celeberrimo architetto catanese Giacomo Leone e dal suo team di giovani progettisti intellettuali. Grazie alla sua ostinata battaglia, il quartiere industriale delle solfatare è stato salvato dallo sventramento previsto dal piano regolatore detto “Piccinato” di oltre 30 anni fa ed ancora vigente. La struttura, di rilevante bellezza architettonica, realizzata in vetro ed acciaio, con una sapiente ricollocazione della pietra lavica, non è mai stata sfruttata appieno. La visione ampia ed intelligente del progettista non è stata mai compresa fino in fondo.

Provando a calarmi nella lungimirante visione dell’architetto Giacomo Leone e della sua accademia, dalla quale sono usciti i migliori architetti catanesi, immagino che il complesso sia stato pensato come una importante infrastruttura di supporto alle attività culturali e alle esigenze fieristiche della città. Una sorta di quartiere aperto, senza cancelli, dove la gente possa recarsi durante la giornata per varie motivazioni. Penso ad una serie di negozi specialistici, alla presenza di studi di progettazione, scuole teatrali, di ballo, di canto, di collettivi di musicisti e praticanti di varie discipline artistiche. Sarebbero le stesse associazioni a rendere vivo il quartiere con il viavai di studenti e lavoratori gravitanti per diverse ragioni nell’area: piccoli imprenditori, artigiani, specialisti ed esperti di vario tipo.

Le sale congressuali animate dalle innumerevoli attività culturali che la vivacità dei catanesi saprebbe esprimere: dalla presentazione di libri a dibattiti sui più svariati temi. Insomma un luogo d’incontro come possono esserlo biblioteche, cinema, teatri, botteghe d’arte, dove si lavora con elementi semplici e leggeri; immagino luoghi per la realizzazione di strumenti musicali, per la lavorazione della carta pesta, della ceramica, atelier di pittura, moda e fotografia, ed altri ancora. Qualcosa di simile ad una madrasa, quei luoghi dove si insegnavano, nel passato delle principali città del mondo arabo, i mestieri, e si curava l’avvio all’arte e all’artigianato dei giovani. Immagino la presenza di alcuni punti di ristorazione e street food della ricca gastronomia catanese per animare il quartiere di sera; la presenza di musei o mostre permanenti ed estemporanei per attrarre i turisti.

Per quanto mi riguarda, nell’attesa che la politica faccia il tanto auspicato salto di qualità, una tale risorsa andrebbe affidata ad un privato che avesse un progetto valido, innovativo e sostenibile economicamente.

La querelle tra i vari enti dell’amministrazione comunale e regionale altro non è che lo specchio della paralisi dell’iniziativa pubblica e della crisi che stiamo vivendo. Gruppi contrapposti politicamente trovano facile terreno per mascherare l’assenza di volontà di intervento dietro schermaglie fini a se stesse: un sintomo della mancanza di una figura politica autorevole, quella di uno stratega. Se ci fosse un’autorità politico-morale di elevato livello, gli enti pubblici collaborerebbero tra loro invece di contrastarsi per futilità ignorando il bene comune. Dunque, nell’attesa che compaia questo personaggio politico dotato di grande intelligenza e di adeguata visione, suggerirei di affidare le Ciminiere di Catania in comodato gratuito, col solo obbligo della manutenzione degli impianti, e il controllo della esatta e puntuale manutenzione ad un ente privato, possibilmente estero. Ci sono delle società internazionali a cui si rivolgono grandi gruppi industriali che operano in tal senso. Questa modalità ci consentirebbe di preservare il patrimonio immobiliare delle Ciminiere, evitando che i danni ed il degrado divengano tali da indurre la pubblica amministrazione alla chiusura perenne della struttura per mancanza di risorse economiche.

Ci sarà in città una persona in grado di prendere le redini del complesso? Un imprenditore capace a sua volta di riassegnare i molteplici spazi ai giovani catanesi che, animati da entusiasmo e carichi di energie, potrebbero trasformare questo complesso architettonico da luogo chiuso a spazio aperto, facendo di esso un grande quartiere, sede ideale di scambi culturali e commerciali. Un posto di cui gli artisti farebbero un circolo per sviluppare nuove idee e nuovi stili.

Un sogno? No, bisogna solo volerlo, abbandonando preconcetti e corporativismi non più sostenibili per la nostra economia e per le nostre esigenze di sviluppo.

Tutto ciò dipende dall’intelligenza, che certamente non manca, degli umani che vivono in questa parte della Sicilia: bisogna solo creare le opportunità affinché essa dia i suoi frutti.

Io mi candiderei per affrontare una sfida del genere. In ogni caso, questa mia nota va intesa come uno stimolo alla reazione a quella parte di popolazione che si sta impoverendo non solo economicamente ma, soprattutto, culturalmente.

Salvo Zappalà imprenditore, componente del Tavolo per le imprese

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