Allo stesso modo di come è accaduto in tanti altri casi di rilievo pubblico, si confondono anche nel caso della elezione del Presidente della Repubblica aspetti e giudizi che appartengono a piani di discorso categorialmente diversi. E così accade che quando si domanda (ad es. in un famoso talk show televisivo che di queste confusioni è ricco) il nome del futuro presidente, le persone rispondono o col nome che loro aggrada, o con quello che ritengono sia il più probabile o con quello che sarebbero disposti a votare. E così confondono tra aspetti diversi del problema, un po’ come è avvenuto a proposito della celebre frase di papa Francesco sul pugno che “si deve aspettare” chi insulti sua madre: è chiaro che questa espressione non voleva certo essere una giustificazione o – peggio – un imperativo morale del “pugno”, ma enunciava piuttosto una sorta di legge empirico-sociologica. Una cosa è infatti dire che se ci si butta dalla finestra ci si sfracella al suolo (legge empirica), un’altra è suggerire o dire che è buono e giusto buttarsi dalle finestre (legge o valutazione di tipo etico).

Analogamente, una cosa è esprimere il proprio presidente ideale, quello che piacerebbe fosse eletto; un’altra cosa è prevedere chi sarà eletto, anche se tale nome risultasse personalmente ripugnante; ancora un’altra è esprimere la propria disponibilità ad accettare (e quindi a votare nel caso si fosse nelle condizioni di farlo) un dato nome. Nel primo caso siamo nel mondo dei sogni, dell’ottativo del cuore, di ciò che risponde al nostro ideale e che sarebbe possibile nel migliore dei mondi possibili, se non ci si dovesse confrontare con gli attriti e le lordure della politica praticata. Nel secondo caso ci poniamo sul piano dell’analisi delle forze in campo, dei dati di fatto, delle esigenze contrapposte e quindi dobbiamo far uso dell’intelligenza delle cose, in una quanto più possibile asettica e spassionata valutazione della realtà della politica, facendo la tara alle passioni e alle sozzure di cui essa è intrisa. Nel terzo caso, infine, ci poniamo il problema di raccordare al meglio le nostre aspettative (appartenenti al primo livello di discorso) con la realtà di fatto (appartenente al secondo) e quindi cerchiamo di risolvere la difficile equazione consistente nella scelta del nome che è, ad un tempo, di fatto possibile e quanto meno lontano dalle nostre aspirazioni ideal-utopiche. Ed è quest’ultimo il piano in cui propriamente si deve porre la politica se non vuole rinchiudersi o nel velleitarismo inefficace o nella semplice e pura contemplazione dei fatti, che accadrebbero indipendentemente e indifferenti alla nostra volontà.

È questo lo sforzo che deve essere richiesto a tutte le forze politiche che vogliono realmente incidere sulle elezioni del presidente e che non vogliono rassegnarsi al nome che potrebbe scaturire dall’accordo a due tra Renzi e Berlusconi. Ma questo impegno a distinguere i diversi piani del discorso, prima tratteggiati, deve in generale poter caratterizzare l’attività di una forza politica che voglia coniugare il reale cambiamento con l’efficacia progettuale, l’attaccamento a nobili ideali con la loro concreta implementazione. Ed è proprio di questa “sapienza” che è sinora mancato il movimento diretto da Grillo; una sapienza che non può scaturire da votazioni plebiscitarie, appunto perché queste il più delle volte tendono a mischiare i diversi piani del discorso. È questo invece il compito di un accorto e pensante gruppo dirigente, che nei partiti e nelle organizzazioni che funzionano dovrebbe possedere il difficile mestiere della elaborazione e della mediazione. Proprio quello che sembra oggi mancare a gran parte dei partiti sulla scena, sballottati tra leaderismo autocentrato e plebiscitarismo acefalo.

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