CATANIA – «Vergine Madre, figlia del tuo figlio,/umile e alta più che creatura,/termine fisso d’etterno consiglio».

Più che perfetto appare il glorioso incipit della preghiera di San Bernardo, che apre il XXXIII e ultimo Canto del Paradiso, suggello della Cantica e dell’intera Divina Commedia. Un capitolo che non poteva mancare tra le lecturae Dantis del ciclo “#fatti non foste a viver come bruti”. A declamare le sublimi terzine incatenate interverrà l’attrice Gaia Aprea, mentre il commento sarà affidato allo studioso Sergio Cristaldi: l’appuntamento è per venerdì 8 gennaio al Teatro Musco alle ore 17.30 (ingresso libero).
Prosegue così con crescente riscontro l’articolata iniziativa, ideata da Giuseppe Dipasquale, direttore del Teatro Stabile di Catania, e promossa in sinergia dall’ente teatrale e dal Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università etnea. Una formula vincente che affianca ai protagonisti della stagione dello Stabile i docenti del Disum diretto da Giancarlo Magnano San Lio. I canti sono stati scelti, per affinità tematiche con i titoli in cartellone, dall’insigne dantista Nicolò Mineo che ha impaginato la sequenza degli incontri insieme allo stesso Dipasquale.

Tema correlato al canto XXXIII del Paradiso è “La vittoria sul male”, ad esaltare il passaggio dal mondo della dannazione a quello della salvezza, che culmina nell’immateriale visione dantesca di Dio, buono e giusto per definizione. Le corrispondenze saranno da individuare nell’Orestea eschilea, in scena in questi giorni al Teatro Verga: in particolare nella trasformazione delle feroci Erinni nelle benevole Eumenidi e nell’istituzione dell’Areopago, tribunale della giustizia voluto e presieduto dalla dea Atena, ruolo affidato proprio ad una superba Gaia Aprea, che nella trilogia impersona anche la profetica Cassandra.
Problematica si annuncia poi la materia che sarà trattata dall’italianista Sergio Cristaldi, specializzato in Critica dantesca ad Harvard. I versi che hanno subìto la più tormentata vicenda critica della Commedia sono infatti quelli di Bernardo. Se i primi commentatori si soffermarono sull’aspetto della teologia e i critici romantici sull’arte oratoria, Benedetto Croce parlava senza entusiasmo di romanzo teologico. Bisognerà attendere esperti come Pistelli e Del Lungo, per vedere riconosciuta la forza poetica insita nella sacra orazione, fino alla felice sintesi di Casella e Momigliano, che notano come Dante – muovendo, è vero, dalla tradizione dei patristici medievali – vinca la sfida di raggiungere il vertice poetico rispettando la struttura della preghiera.
L’inno a Maria diventa qui captatio benevolentiae, affinché la Vergine interceda presso l’Altissimo e il poeta possa finalmente raggiungere la meta straordinaria inseguita nel viaggio oltremondano: la conoscenza di Dio e dei suoi misteri, ossia l’unità dell’Universo, la Trinità, l’Incarnazione. Non basta tuttavia il livello intellettuale e razionale. Dante si paragona al geometra che cerca invano la quadratura del cerchio. Sarà la grazia divina ad appagare il suo desiderio di conoscere con una folgorazione mistica: ma egli può solo trasmettere la sensazione di avere attinto Dio. E se Croce bolla come artificiosa la rappresentazione astratta del “triplice cerchio”, di contro Salvatore Battaglia vede nella “poesia dell’inesprimibile” la cifra e la novità del Paradiso, interpretazione cui hanno aderito i maggiori dantisti del Secolo Breve fino ad oggi.

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