di Katya Maugeri

Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia […] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest’altra mascherata, continua, d’ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontari quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere […] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! – Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia. […] La mia vita è questa! Non è la vostra! – La vostra, in cui siete invecchiati, io non l’ho vissuta! ».

Perdere la propria dimensione e ritrovarsi addosso abiti nuovi.
Accade di non trovarsi, di non riconoscersi. Forse ci si rende conto che l’immagine che abbiamo sempre ammirato di noi stessi non corrisponde a quella che gli altri hanno di noi. Da qui ne deriva l’inevitabile incomunicabilità tra individui: ciascuno ha un proprio modo di vedere la realtà, l’apparenza, la superficie. Trascurandone i dettagli. Ecco che l’individuo non può esprimere pienamente il proprio temperamento e la conseguente incomunicabilità lo costringe ad indossare una “maschera”. Accade a Enrico IV, nell’opera pirandelliana, in cui la finzione si confonde con la realtà, l’interiorità lotta contro l’apparenza e la normalità diventa follia, dove – inevitabilmente – emerge il concetto di relativismo psicologico in cui credeva fortemente l’autore. Una condizione in cui gli uomini sono liberi, liberi di esprimere il proprio essere, fino a quando la realtà – i limiti, le convenzioni sociali – costringono l’individuo a indossare una maschera, a interpretare un ruolo – diverso dal proprio – per fronteggiare dinamiche di circostanza.ENRICO-IV-LUIGI-PIRANDELLO-BEMBORAD-1923
Un nobile prende parte a una mascherata in costume durante la quale impersona Enrico IV e, a causa di un’amnesia provocata da un incidente, si convincerà di essere realmente il “personaggio”, continuando la finzione anche dopo aver riacquistato coscienza di sé, per sfuggire alla realtà che lo vedrebbe condannato per aver ucciso il suo rivale in amore. Fingendosi pazzo continuerà ad immedesimarsi nei panni del Re. Ai suoi “amici” che vorrebbero che egli ritrovasse la propria stabilità emotiva, psicologica, la sua reale identità, lui denuncia la loro cecità, la loro incapacità di rendersi conto di vivere prigionieri di convinzioni, situazioni fittizie, bisogni effimeri, ruoli che limitano, condizionano e impediscono di essere se stessi e conosciuti come tali. Per superare il suo conflitto tende a rinchiudersi in se stesso e la anormalità diventa il rifugio. La guarigione dalla pazzia lo proietta nella vita quotidiana, consapevole, però, di non poter più recuperare gli anni perduti. Enrico sceglie così di rifugiarsi nella dimensione storica, già scritta, per trovare la sicurezza che l’esistenza “comune” non è stata in grado di dare. Quella che all’inizio è una situazione provocata dal caso, diventa la sua scelta esistenziale dopo la guarigione. Sostituendo la sua precedente identità reale con una maschera, con una vita fittizia, irreale, storica. L’Enrico IV, tragedia in tre atti rappresentata per la prima volta il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano, può essere considerata uno dei capolavori teatrali di Luigi Pirandello. L’analisi dell’opera riesce a far emergere i temi più significativi della produzione pirandelliana: la maschera, la pazzia, il rapporto fra uomo e personaggio, fra l’uomo e la sua maschera.  Come “Sei personaggi in cerca di un autore”, anche Enrico IV appartiene alla terza fase del teatro pirandelliano: il teatro nel teatro, dove all’interno della rappresentazione è messa in scena un’altra rappresentazione.
Pirandello ci presenta un alienato, un uomo messo al margine della società di cui ne subisce la diversità.  Enrico si ribella a una società che impone regole alle quali lui non vuole sottomettersi scoprendo nella follia la propria via di fuga da ciò che lo limita, sceglie di auto emarginarsi piuttosto che integrarsi alla società diventando così vittima della propria follia – ad un certo punto volontaria – e vittima della propria inadeguatezza dinanzi alla realtà.
Un personaggio nato nel 1921, ma che incarna perfettamente il modello dell’uomo attuale, l’uomo che vive il proprio turbamento in una realtà diversa dalle proprie aspettative, l’uomo che per resistere e reagire a tali condizionamenti sceglie di non reagire, di rifugiarsi in una propria realtà che lo rende “immune” dagli eventi. E poi, il tempo. Il tempo non ha aspettato Enrico che continua a inseguire la sua vita, trovando solo ricordi perché estraneo in un mondo che è cambiato senza di lui. Cerca di sfuggire al tempo, fermando tutto, rinchiudendo tutto all’interno di una gabbia: la follia. Il protagonista, del quale non conosciamo il nome, forse proprio perché in realtà la sua identità era solo fittizia, ha realmente compiuto un gesto eroico rifugiandosi nella propria follia? E’ realmente un atto di coraggio indossare una maschera, immedesimarsi in un ruolo diverso dalla reale identità per sfuggire a una società che impone regole, limiti e condiziona la nostra mente? Il protagonista pirandelliano sceglie di combattere rinunciando alla propria identità.
Non è forse questa la vera prigione? Per vivere in sintonia basterebbe accettare e riconoscere di non avere un’unica identità, ma tanti frammenti, consapevoli di essere alieni dinanzi a tanta superficialità.
La società non accetta questo relativismo e chi lo fa è ritenuto pazzo, ciò che rende liberi non è la follia, ma la libertà di esserlo senza rinchiudersi tra le mura di un castello.

 K. M.

 

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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