Oggi si vota per l’Europa, ma non si sa bene quale sia l’idea di Europa che ciascuno ha in mente quando si reca nella cabina elettorale; forse non lo sa nemmeno lui: vota per questo o quell’esponente politico, avendo di vista la situazione italiana. Cosa sia l’Europa, dove debba andare, quale sono state le motivazioni ideali che l’hanno fatta nascere, tutto ciò fuoriesce dall’orizzonte di attenzione di gran parte delle persone chiamate ad esprime la loro scelta. Al loro posto un grumo di sentimenti, di pulsioni, di rabbia alimentate dalla crisi, dalle situazioni locali, dai conflitti politici nazionali, dalla miseria crescente.

Sarebbe stato impensabile questa situazione alla svolta del millennio. Allora l’Europa sembrava un sogno di civiltà, la possibilità di una patria più grande e comprensiva, la fine dei campanilismi e delle ostilità, il riconoscimento di un destino comune all’interno di una medesima eredità di civiltà. L’Europa era innanzi tutto un’idea; e come tutte le idee era intessuta di umori storici, culturali, filosofici; era il riconoscimento di una narrazione comune che aveva visto i suoi popoli in una discorde armonia, a volte combattersi, altre volte, il più delle volte, collaborare. Ma in tutti – così come era accaduto con la koiné greca – v’era la salda convinzione di appartenere alla medesima civiltà, forgiata da una storia unitaria e dotata di una sicura identità: era questa l’Europa in cui Shakespeare, Goethe, Cervantes, Dante, Leopardi, Hume, Hegel, Rousseau e centinaia di altri suoi protagonisti non erano visti più come francesi, tedeschi, inglesi, italiani, ma come patrimonio comune, come parte di ciascuno, capaci di muovere i sentimenti di ogni europeo: nessuno di essi era ritenuto straniero ma nostro prossimo, in quanto esprimente a suo modo valori da tutti condivisi, da cui tutti siamo stati forgiati. L’Europa era per questo diversa dall’Asia, dalla Cina, dall’Oriente; e l’America veniva riconosciuta come nostra consanguinea in quanto affondava le sue radici nello stesso humus che aveva formato l’Europa.

Ma invece di rafforzare ulteriormente questo senso di identità, invece di avvicinare e fare convergere i nostri sistemi educativi, di formazione, di acculturazione, assistenziali e del welfare; invece di rafforzare i legami mediante misure di interscambio (di docenti, di studenti, di lavoratori), si è ritenuto che l’unità potesse essere assicurata innanzi tutto da una moneta comune. In una sorta di economicismo vetero-marxista – per il quale l’economia è alla base di tutto – si ritenne che fosse la moneta il simbolo dell’unificazione, la cifra della comune eredità. Non il frutto conseguente di una progressiva assimilazione culturale, di un reciproco riconoscimento delle pur indispensabili diversità, di una convergenza dei sistemi produttivi nazionali, ma il presupposto di tutto, l’incipit che avrebbe dato luogo alla fase finale dell’unificazione.

Ma l’unificazione monetaria si è rivelata per quella che ogni attento osservatore poteva facilmente prevedere: una ghiotta occasione di circolazione dei capitali e di speculazione finanziaria, che potevano così sfuggire ai vincoli nazionali; un’occasione per poter mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, approfittando con la mondializzazione della possibilità di delocalizzare e della assenza di una politica europea di protezione del lavoro. E mentre il mondo del lavoro si è trovato diviso e frammentato, senza che venisse adottata alcuna seria legislazione europea che lo garantisse e proteggesse dalla mondializzazione, invece i capitali speculativi sono stati liberi di scorrazzare e le economie forti hanno potuto profittare dell’euro per ulteriormente rafforzarsi a scapito di quelle deboli.

Ora l’euro è sotto accusa e l’unione europea ha perso gran parte del suo fascino. L’Europa ha ceduto di fronte alla mondializzazione, ha deposto le armi nella lotta per una società più solidale in cui fosse assicurato il pieno impiego – così come anno dopo anno, a partire dalla strategia di Lisbona del 1999, è stato ritualmente e vanamente recitato nei documenti della Commissione Europea – e sta vedendo nascere nuovi nazionalismi e campanilismi, per non parlare di ben più pericolosi movimenti con i quali xenofobia, razzismo, addirittura il fascismo e il neonazismo, diventano protagonisti della scena europea.

In questo sfacelo morale, economico, culturale il cittadino italiano è chiamato a pronunciarsi. Come meravigliarsi, allora, per la sua possibile disaffezione (con una massiccia astensione) o per la sua pulsione ad esprimere in qualche modo la protesta, votando per chi grida più fortemente il proprio dolore e la propria rabbia? E perché i Soloni di oggi, che tanto lucidamente predicano sull’Europa, non sono stati altrettanto lucidi nel prevedere quanto sarebbe successo? Perché hanno cantato le “magnifiche sorti e progressive” senza avvedersi del disastro incombente? E come possiamo ancora avere fiducia nelle ricette che ci propongono gli stessi protagonisti di quanto finora accaduto?

Anche un europeista convinto deve oggi forse augurarsi la morte dell’Europa (di questa Europa), per gridare nuovamente “viva l’Europa!”.

Scrivi