Aristotele, nelle sue opere di logica, scrisse che esistono sostanzialmente due tipi di proposizioni. Le prime sono le cosiddette proposizioni dichiarative, come le descrizioni, di cui è possibile ricercare la verità, ossia la effettiva corrispondenza delle stesse con la realtà; le seconde sono le cosiddette proposizioni significative, come le esortazioni e le preghiere, di cui non è invece possibile, per evidenti motivi, ricercare la verità. Solo le prime proposizioni costituiscono oggetto della filosofia.

Come sempre accade, le teorie di Aristotele si prestano alla analisi filosofica di molti contenuti. Fra quelli di più stringente attualità mi pare vi si possa far rientrare anche l’esposizione universale denominata Expo 2015, che come noto ha utilizzato come slogan la proposizione – di grande impatto emotivo – “Nutrire il pianeta”. Sul sito ufficiale di Expo si afferma addirittura che essa si pone come una “occasione per riflettere e confrontarsi sui diversi tentativi di trovare soluzioni alle contraddizioni del nostro mondo”, in particolare da un lato il poco cibo di cui dispongono centinaia di milioni di persone, e dall’altro il troppo (e pessimo) cibo di cui si nutrono altre centinaia di milioni di persone.

Può allora essere interessante chiedersi a quale tipo di proposizioni appartenga lo slogan “Nutrire il pianeta”. Ebbene: prescindendo dalla questione grammaticale, ovvero da come la proposizione è formulata, mi pare che lo slogan sia da intendere – nella migliore delle ipotesi, ovvero qualora non sia un mero imbellettamento di una operazione commerciale – in senso esortativo, e non in senso descrittivo. Che esso sia un modo, insomma, per dire che sarebbe auspicabile “nutrire il pianeta”, anche se a ciò non corrisponde una realtà orientata a questo fine.

L’Expo in effetti è una manifestazione volta a favorire la più profittevole circolazione delle merci, nella fattispecie quelle del settore alimentare. Non basta questo però, ovvero non bastano le briciole che cadono dal tavolo, per ridurre i gravi problemi alimentari del pianeta; e non bastano nemmeno le generiche dichiarazioni di intenti, le microproposte, o il trito rimando alla riduzione degli sprechi. Quando si affrontano problemi che coinvolgono l’intera totalità sociale, è molto probabile che le cause di tali problemi stiano nella stessa struttura della totalità sociale; e se dei problemi non si eliminano le cause, essi rimangono tali. Il modo di produzione capitalistico, finalizzato al profitto ed in tal senso strutturato, non ha infatti come obiettivo la riduzione della fame nei paesi poveri, né il miglioramento della qualità della vita nei paesi ricchi. Esso ha come unico obiettivo la valorizzazione del capitale, per la quale non vi è alcuna contraddizione – ma anzi connessione – nella compresenza di enormi povertà di alcune zone del pianeta ed ostentata opulenza di altre, così come non vi è contraddizione negli sprechi di cibo (più si spreca, più si consuma, più si vende).

E’ importante comprendere, quando si affrontano problemi così importanti, che le esortazioni non servono. Servono descrizioni vere della realtà, valutazioni negative della stessa se necessario, ed una umanistica progettualità sociale: solo in questo modo, nel rispetto della natura, si potrà progettare un reale cambiamento del pianeta.

A proposito dell'autore

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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