di Marco Spampinato CATANIA – Un’aggressione ė un atto di violenza, da condannare. Diventa vile e ulteriormente delinquenziale, inaccettabile, quando ci si avventa in più persone su un solo malcapitato.
Questo ė quanto capitato, malauguratamente, a un giovane ciclista fatto oggetto del brutale, prolungato, momento di follia la scorsa domenica a Catania.
Un increscioso, è preoccupante, episodio di violenza che, forse proprio perché perpetrato in questa città strana e dai forti contrasti ha anche dell’assurdo, nell’approccio degli energumeni tra minacce e veti con intenti dissuasori, e del ridicolo.
Pur restando un fatto serio, grave.
Questo passaggio sia chiaro, come prologo, e a rimarcare ogni tipo di distanza tra atti delinquenziali, e di branco, da qualsiasi altra forma di convivenza civile possibile.
Il dato di cronaca andava, e va, ripreso e sottolineato perché la scorsa domenica, e fino a quel punto, la protesta, silenziosa o con slogan e qualche “parolina” di troppo era stata civilissima. Solo ii visi tesi, e gli altri tristi e scoraggiati, dei commercianti aderenti alla protesta civile organizzata da Confcommercio Catania erano le massime, “estreme”, espressioni di dissenso nei confronti dell’Amministrazione Bianco e del suo operato, che proprio diverse centinaia di esercenti commerciali e cittadini delusi avevano portato “on The Road”.
Teppisti e delinquenti, facinorosi e idioti stavano altrove e con la serrata non avevano a che fare.
Chi scrive ha da sempre inteso il tronfio, e vetero-bellico, titolare di un “Lungomare liberato” come una di quelle idiozie che non si possono né proporre ne leggere. Ma, tant’è…
Così, da un’idea balzana degna di una “Task force” salottiera e dal ventre molle, universitaria (stile “Mbare, sono fuori cosso…da dieci anni, mi sono strafatto di canne e marijuana anche al lavoro, precario, ma, adesso, aderisco al gruppo di lavoro su cultura ed eventi speciali vicino al Sintico”) ed a una resistente frangia elitaria del “non si sa che ne perché (campiamo a fare)”, nasce, a nostro avviso, una ennesima “progettualità” sostenibile ma che, settimana dopo settimana, è riuscita a dividere la città, registrando il riscontro di una parte di essa e raccogliendo, contemporaneamente, il dissenso, in crescita, di residenti e commercianti di questo ampio tratto viario che da piazza Europa (ex Piazza, perché oggi si dovrebbe definire “Borghetto”, delizioso tra l’altro, o, meglio “Fossa o Caveau”) arriva fino a piazza Mancini Battaglia, caratteristico scorcio con discesa a mare riconosciuto come “l’Ognina”.
I tecnici dei Comuni di Catania e Aci Castello sono al lavoro per far si che la passeggiata in bici, complice la chiusura al traffico domenicale del Lungomare (mai liberato da appariscenti e adescanti prostitute che, ogni sera, montano di servizio a riapertura del Lungomare “liberato” e fanno sfoggio delle loro caratteristiche mise, ne dagli “abusivi” che, quelli, pericolosi o semplicemente boriosi, al più si spostano nelle vie adiacenti e continuano, lamentandosi, il loro commercio) possa consentire agli amanti delle due ruote di procedere, in tutta tranquillità fino alla piazza del Castello di Aci.
Plaudiamo all’iniziativa. Con moto convinto, senza ipocrisia. Ma per dirla, o meglio, scriverla tutta sottolineiamo che il “piano” necessita più di un approfondimento e un bagno di umiltà da parte dei nostri amministratori.
È un dato di fatto che gli incassi degli esercizi commerciali, la scorsa domenica a saracinesche abbassate per il 98% dei casi vista la totale adesione alla protesta nella zona del Lungomare, calano sensibilmente durante la chiusura al traffico e certo non si può liquidare questo preoccupante fenomeno con leggerezza e fastidio come fatto, in maniera pressapochista e miope, da più di un assessore della Giunta Bianco.
E non basta la sensibilità all’ascolto, e l’approccio paziente ed educato, dell’assessore alla viabilità Rosario D’Agata; ci vogliono altri fatti. In una Catania dove, con l’altro componente della Giunta, Salvo Di Salvo ci si bea della pulizia che ha ridato alla città un largo Paisiello di nuovo presentabile, restano centinaia i muri imbrattati dai “writers”, che non sono tutti artisti e che non scelgono, quasi mai, parti di città già orripilanti, fatiscenti o dissestate, che certo non mancano. Non si placa neppure il fenomeno dello spray o del manifesto selvaggio che abbisognerebbe l’applicazione di sanzioni più serie e degne di una società civile. Si deve anche sapere ascoltare le richieste di quell’altra parte di città che certo non osteggia questa soluzione della chiusura temporanea del Lungomare o di altre, potenziali, “passeggiate”.
Un’azione concreta, sensibile, attenta, per essere tale necessita soltanto il coinvolgimento attivo delle varie componenti interessate, di una più strutturata capacità di coordinamento da parte dell’Amministrazione Bianco che, coi suoi rappresentanti, farebbe bene a lasciare da parte presunzioni e spocchia per mettersi a lavorare seriamente e in modo costante, produttivo.
Il silenzio non è una bella risposta. Il vittimismo rappresenta una “scelta” colpevole; è una dedizione all’abbandono di una parte della popolazione.
Il progetto che vede migliaia di ciclisti, in potenza e materialmente, su due ruote, può anche rappresentare uno scorcio di vitalità, rimandare ad anni più semplici e “puliti” ma è, in maniera evidente, monco.
Nonostante queste, o altre valutazioni critiche, può, e deve, essere salvato.
Ma non all’interno di una città fantasma, svuotata, dove centinaia di commercianti, vessati da tasse insostenibili non riescono a far fronte alla pur semplice apertura, e conduzione, del proprio esercizio.
Ci vorrebbero i bagni chimici per strada, ad esempio, ed è pure una occasione onesta di “fare business” che, come lamentato, per anni, dal proprietario di un riconosciuto bar del Lungomare “Non se ne può più di dare l’opportunità di andare al bagno a decine, ma anche centinaia di persone al giorno, quando queste non sono avventori, non consumano neppure un caffè e, in troppi casi e mi dispiace sottolinearlo, lasciano sporco apposta”. Pulizia e manutenzione costano e non si capisce perché una città moderna e a vocazione turistica non abbia, per un così ampio tratto viario neppure un paio di punti, pubblici e non privati, dove offrire servizi essenziali.
A maggior ragione, di questa mancanza, soffrono i non deambulanti visto che, malgrado la legge, non dappertutto è possibile usufruire dei servizi igienici andando su ruote si, ma di una carrozzina.
“I bus navetta – lamenta un’altra proprietaria di bar – sono gratuiti ma non puntuali. Troppi rimangono i punti al buio di questa ampia passeggiata per nulla concepita come spazio ospitale, ad esempio, per donne e bambini”.
Pochissime sedute, scarsa illuminazione, presidi delle forze di polizia che ci sono, anche in maniera numericamente evidente ma che poi, è il caso dell’aggressione al giovane ciclista, intervengono alla chetichella e “alla catanese” con un bonario intento di sedare gli animi del tutto singolare se praticato con una divisa addosso.
Gli interventi, già. Fa specie registrare il titolo, puerile e penalizzante, che vedeva dei “mammoriani” “pestare a sangue un giovane”. Mammoriani? Pestare a sangue? Esce l’élite salottiera anche da parte di qualche cronista pronta, o pronto, a risuscitare una terminologia da barzelletta catanese anni ’90, post movimento paninaro, ma intesa a classificare gli “zauddi”, i “cavernicoli”, quelli grevi e non scolarizzati, non già gli avventori, come si suggerisce in maniera strisciante, ma gli esercenti commerciali che sono i proprietari, e lavorano, nei camion dei panini.
“Mammoriani”…e mi vien su il non insolito conato.
E gli altri chi sarebbero? I “monfiani” ovvero i “fighetti” catanesi un tempo frequentatori di via Monfalcone?
Stucchevole, stupido, superficiale frasario che crea classi e sottoclassi e che unisce certa “stampa” a taluni “amministratori” di questa città.
Forse che anche queste cose contribuiscono ad avvelenare il clima tutto intorno? Eppure, sul Lungomare liberato e assieme ai commercianti si potrebbero favorire mostre, esposizioni, musica all’aperto o al chiuso.
Si dovrebbe offrire l’opportunità di parcheggiare le auto, in più parcheggi illuminati e gestiti secondo legge da personale qualificato anche altrove, rispetto al famoso, famigerato, moderno parcheggio inviso a tutti gli automobilisti: A) Perché realizzato con i tempi, la tecnica e lo stile, di una sopraffazione/soperchieria. B) Perché, grazie a una progettazione, e soprattutto a una segnaletica, geniale e illuminante, non solo non si capisce da dove entrare e da dove uscire (cosa che nella vita crea traumi seri) ma, soprattutto, una volta inteso il senso si ha contezza di immettersi, o uscire, sempre in una piena curva.
Almeno nelle re immissioni, si può immaginare di uscire dai box a tutto gas.
“Guardi – ci dice una signora ben vestita sfoggiando il suo sardonico sorriso – sono contenta che questo parcheggio resti sempre vuoto. L’operazione fatta da Virlinzi non mi è piaciuta per come è risultata…effettuata in barba ai ricordi e alle idee di una intera città. L’auto qui dentro, dico sempre a mio marito, non bisogna posteggiarla mai. Ci facciamo cento metri a piedi in più, piuttosto. Resti vuoto a continua testimonianza di un costante insuccesso”.
Si, certi cittadini sono spietati. Non è con “elegante” furberia che si “fanno fessi”, non è col “fumo” che si alimenta l’appetito. Non si diventa tecnici di ripresa attivando un telefonino e riprendendo un pestaggio, né cronisti aprendosi un blog, soprattutto non si possono concepire decine di stronzi che fotografano e riprendono una aggressione senza intervenire in soccorso del malcapitato. Uno, due, impreparati e allibiti, impauriti e bloccati ci possono stare, una decina di testimoni telefonino alla mano proprio no.
E non basta un bus, purtroppo, per convincere a donare, o a comprare un libro non per l’atto dell’acquisto ma per leggerlo e “acquisirlo” nella nostra esperienza di lettori ed esseri umani. Bisognerebbe liberare coscienza e civiltà non edifici o luoghi. A quello sono predisposte vigili e polizia o, nei più malaugurati casi, i militari.

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