Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta inoltrata alla Presidenza della Regione Siciliana, alla Presidenza dell’Ars e ai Gruppi parlamentari dell’Ars.

 

In Sicilia, “per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale” (Giovanni Falcone).

Ai sensi dell’art.51 del ddl licenziato dalla prima commissione Ars sui liberi consorzi e città metropolitane, i comuni di Gela, Niscemi, Piazza Armerina e Licodia Eubea, dopo aver deliberato a maggioranza qualificata attraverso i rispettivi consigli comunali il passaggio ad altro libero consorzio e confermato tale decisione attraverso referendum popolari, sarebbero ora costretti ad un’ulteriore deliberazione a maggioranza assoluta per ribadire nuovamente tale scelta. Non solo, qualora ciò avvenisse, il governo dovrà presentare un disegno di legge all’Ars per essere discusso ed eventualmente approvato. Intanto, con il ddl in questione che aggrega i liberi consorzi di Catania, Messina e Palermo di cui alla Lr. 8/2014 alle città metropolitane fino a far coincidere quest’ultime con le rispettive ex province regionali, comuni come Termini Imerese, Acireale ed altri hanno solo scherzato.

Sicchè, entro tre mesi dall’approvazione di questa norma e dell’intero ddl, il comune di Niscemi dovrà deliberare a maggioranza assoluta il passaggio alla città metropolitana di Catania, altrimenti rimarrà nel libero consorzio di Caltanissetta da cui a questo punto non si è mai staccato nonostante delibera a maggioranza qualificata e referendum confermativo; il comune di Piazza Armerina dovrà deliberare a maggioranza assoluta il passaggio alla città metropolitana di Catania, altrimenti rimarrà nel libero consorzio di Enna da cui a questo punto non si è mai staccato nonostante delibera a maggioranza qualificata e referendum confermativo; il comune di Licodia Eubea dovrà deliberare a maggioranza assoluta il passaggio al libero consorzio di Ragusa, altrimenti rimarrà nel libero consorzio nel frattempo costituitosi città metropolitana di Catania da cui a questo punto non si è mai staccato nonostante delibera a maggioranza qualificata e referendum confermativo. Essendo interessato dal turno elettorale delle amministrative di fine maggio, entro tre mesi dal suo primo insediamento il nuovo consiglio comunale di Gela dovrà approvare a maggioranza assoluta il passaggio alla città metropolitana di Catania, altrimenti Gela rimarrà nel libero consorzio di Caltanissetta da cui a questo punto non si è mai staccato nonostante delibera a maggioranza qualificata e referendum confermativo.

Pertanto, prendendo il solo esempio di Gela, la circostanza che ha visto 28 consiglieri (su 30) approvare all’unanimità (democrazia rappresentativa letteralmente esaltata) il distacco da Caltanissetta per aderire a Catania, condermato da un referendum cittadino (democrazia diretta largamente omaggiata) in cui vanno a votare in un clima di antipolitica ed in piena estate (luglio), ben 24 mila aventi diritto al voto, il tutto in ossequio a quanto previsto da una legge in vigore e di cui questo ddl, peraltro, dovrebbe essere attuativo, non vale assolutamente nulla. Il che va esteso anche agli altri comuni sopra citati. Ai quali, anziché riconoscere un diritto acquisito, cioè il passaggio ad altro libero consorzio e semmai consentire eventualmente, a fronte della aggregazione del libero consorzio di Catania alla Città metropolitana, il ritorno a quello di appartenenza, ai sensi di questa disposizione di legge viene invece detto: siccome non ce ne frega nulla di quanto avete fatto (benché in osservanza di legge), l’imperativo è che torniate dove eravate e se provate di nuovo a staccarvi con delibera a maggioranza assoluta, il governo ne prenderà atto con un ddl (cosa che non fa ora, dopo una delibera a maggioranza qualificata ed un referendum confermativo popolare) e su cui l’ultima parola spetta sempre e comunque all’Ars.
Innanzi a tutto ciò, la domanda diventa d’obbligo: ma come dovremmo definire una tale condotta? Quando in una democrazia rappresentativa, i rappresentanti del popolo, da questo eletti, utilizzando come espediente proprio quella legge che dovrebbe essere l’atto per eccellenza a garanzia della sovranità popolare, si esprimono così sfacciatamente contro il volere del popolo stesso palesato attraverso l’espressione indiretta di una delibera consiliare e quella diretta di un referendum, a quali termini dovremmo ricorrere? Di quale linguaggio dovremmo avvalerci? Di certo, facciamo fatica a trattenerci. Ci limitiamo allora a ricordare che il principio di legalità nasce storicamente come argine al potere arbitrario del monarca, spostando la sovranità dalla sua figura dapprima alla “nazione” (impersonificata dall’elite borghese) e poi definitivamente al “popolo”. Il principo di legalità si basa sul primato della legge non del legislatore. Non è il legislatore sovrano, ma il popolo. L’art. 51 del ddl sui liberi consorzi e città metropolitane così come licenziato dalla commissione affari istituzionali all’ars, schernisce il principo di legalità.

E, cosa ancor più grave in questa isola dilaniata, rischia di far passare un messaggio pericolosissimo e devastante. Questo articolo di legge, nel difendere a tutti i costi interessi egoistico-elettorali, ossia i 9 collegi all’Ars (lo hanno capito anche i bambini che i paletti messi dalla Lr 8/2014 e richiamati in questo ddl nell’articolo successivo, non permetteranno mai, come non hanno già permesso in questi mesi, la costituzione di nuovi enti intermedi oltre ai 9 preesistenti che di “libero” non hanno nulla e non solo altro che consorzi obbligatori), come quei criminali che a tutti i costi perseguono interessi egoistico-affaristici, è mafioso nella sua essenza. È abuso di potere, manifesta prevaricazione corredata da pura intimidazione, che utilizza una norma di legge come un’arma con cui vengono violentati, stuprati, i voleri democraticamente e liberamente espressi dai territori interessati. Qualora passasse intatto in aula, questo articolo assurgerebbe a sistema ulteriori connotati mafiosi come la contiguità (tra partiti) e la complicità (tra parlamentari). Ed il silenzio attorno ad esso, equivarrebbe ad atteggiamento omertoso. Senza se e senza ma. Con senso civico e coscienza democratica, l’auspicio e l’invito (non la minaccia) a riflettere è il minimo che non possiamo esimerci dal fare, per non cadere in una grottesca deriva istituzionale.

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