di  Roberto Colina

“Conosco l’amore meglio di voi” di Andrea D’Agostino (Codice Ed, pp295, €14,90) è il lungo e doloroso racconto d’un uomo di provincia che ha subito lo strazio della pedofilia in età adolescenziale. Questo testo ha molto d’un racconto ed è poco romanzato: per il tema affrontato, non poteva essere diversamente. È la storia di sempre che si consuma fra le pareti d’una parrocchia, con la presenza di un diabolico sacerdote e un innocente minorenne. Il suo pregio non è il coraggioso argomento di cronaca, a cui purtroppo siamo abituati, piuttosto la capacità di analisi ambientale che l’autore riesce a dare ai suoi personaggi, conducendo il lettore a comprendere come da una situazione di normalità si arrivi a conseguenze estreme.

Si parte con la descrizione apparentemente poco elaborata di Vincenzo (che ha solo 12 anni), degli ambienti e delle situazioni familiari che appaiono ai suoi occhi in maniera acritica. Tuttavia il tormento di quest’intelligente ragazzino è la sua precoce pubertà, inadeguata alla giovane età anagrafica; questo disequilibrio tra coscienza di sé e ambiente lo conduce a creare equivoci e pregiudizi fra i parenti intorno. In un’analisi più profonda, al di là della puntualità descrittiva (spesso atroce nella prima parte della narrazione), c’è un forte simbolismo: il narratore non s’accontenta di descrivere con ogni mezzo il dolore, il disagio e la devastante costernazione  delle copiose violenze che il giovane Vincenzo subisce, ma ne innalza ancor di più l’accento, attraverso la simbologia della morte. Una morte non sua, ma della sorella che pare entrare nella storia come evento banale; una pagina dopo l’altra, l’apparente banalità lievita però fin all’ossessione. La  vicenda umana di Vincenzo trasferita nel dolore per la scomparsa della ragazza, diviene angosciosa morte della sua adolescenza e lo condurrà al disincanto e alla solitudine. L’intero racconto è allegorico nella sua totalità e ogni personaggio non è che un frammento del cuore di Vincenzo che con il tempo si consuma. Tutti gli interpreti sono raffigurati con un preciso ruolo fatalistico: un segno isolano inequivocabile. Ogni evento si dimostra involontario come se la propria coscienza non fosse che la volontà degli altri. Solo chi ha avuto la possibilità di uscire dal guscio del provincialismo, come uno zio di Vincenzo, si sente liberato da quest’invisibile condizionamento.

In questo impietoso romanzo fanno capolino anche spunti piacevoli e di poesia descrittiva; le gite estive fuori porta con i parenti, invece, lasciano un po’ di tregua al lettore. Non mancano battute ironiche nei confronti delle donne del paese, ‘oche’ appollaiate davanti al televisore di casa. La riscoperta della nonna materna, rimasta vedova, è forse il quadro più emozionante del libro; la solitudine di Vincenzo, ormai grande, si ritrova nell’anziana donna in una silente complicità affettiva. L’occasione della festa padronale ad Enna fa rivivere questo momento di tenerezza tra i due e per la prima volta si coglie la gentilezza di Vincenzo.

COPERTINALa figura del sacerdote, centrale nel racconto quanto quella del protagonista, denuncia l’ipocrisia della Chiesa sul tema della pedofilia. Incapace di fronteggiarla, la Chiesa è complice involontaria e prigioniera dai suoi stessi dogmi religiosi. In questo romanzo non si esprime adeguatamente ma lo fa con timore e non censura i blandi provvedimenti disciplinari nei confronti di padre Calogero. Costui continuerà a mietere vittime in altri luoghi, senza rimorsi o rimpianti, se non quelli propri egoistici perché lui “conosce l’amore meglio di noi”. Tra le righe si evince un’inesauribile forza descrittiva, una sfida alla stessa scrittura immaginativa, un impressionismo pittorico e intellettuale. Il finale, poi, è sorprendente ed equilibrante. 

«Nel tempo sospeso e magico –parola di Andrea D’Agostino- in cui mi sono dedicato a questo libro avevo negli occhi una montagna di immagini. Usando le parole che mi permettevano di restituire anche le sfumature delle immagini immaginate, sono riuscito a trascriverle una frase alla volta. Dentro di me ero cosciente della pratica del lavoro paziente, più che della teoria. Badavo alla sostanza e dalla sostanza è scaturita la forma. Sono di origini ennesi e mi manca molto mio nonno, che di quella gente riassumeva molte virtù e qualche vizio. Mi manca il calore dei siciliani, che a Enna è in parte mitigato dall’altezza e dal vento. Mi manca il sapere povero e antico della pasta coi finocchietti, dei cardoni, delle lumache. Meno mi mancano la rassegnazione e l’asservimento al potere, la maldicenza, la malizia dietro cui molta gente camuffa la propria ignoranza. Rientra nella sfera delle leggende ennesi la storia che vuole almeno un paio di persone avere tentato il suicidio dalla Rocca di Cerere senza successo. Si sono lanciati nel vuoto ma qualcosa li ha presi per la collottola: un ramo, un gancio sporgente dalla rete di contenimento. Loro malgrado, si sono salvati. Avevo deciso che questa sarebbe stata la fine di Vincenzo. Disgraziato anche nel tentativo di abbandonare la vita, ma benedetto da questa disgrazia che alla vita gli permette di tornare, abbandonando alla Rocca il peso che troppo a lungo ha portato nel petto».

 

 

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