di Katya Maugeri  foto di Vincenzo Musumeci

Una serie di racconti tenuti insieme dal filo dell’alternanza: a una storia ambientata in Sicilia, ne segue una di diversa ambientazione. Imprevedibilità, storie quotidiane, storie ricche di pathos ed emozioni, si tratta dell’ultimo lavoro letterario di Carlo Barbieri, “Uno sì e uno no” (Dario Flaccovio Editore).
Una raccolta di racconti che conquista il lettore per la capacità di alternare il fascino del thriller con “Il fico della palma” all’irresistibile comicità in “La coda”, “La coppola”, una dissacrante comicità che viene fuori dall’osservazione della vita quotidiana, ma anche dalla fantasia, che diventa veicolo di profonde riflessioni. Troveremo le verità sull’aldilà e una surreale indagine del commissario Mancuso. Una raccolta esilarante di racconti intrisi di umorismo, mistero, tenerezza e sfumature poetiche presenti del racconto “Il sei partendo dalla pancia”, in cui descrive con emozione, curandone i dettagli, il rapporto tra un nonno e la sua nipotina. Complicità, affetto, saggezza incarnato incarnati in un ruolo in cui l’ironia lascia spazio al sentimento. C’è spazio per le grandi metafore della vita, ad esempio nel del  racconto“Pietratonda”, Barbieri non regala al lettore solo dei sorrisi ma momenti intensi di riflessioni. Sono storie piacevoli, ironiche, avvincenti caratterizzate – come sempre nei libri di Carlo Barbieri – dal tempo di lettura indicato sotto il titolo, così da poter scegliere il brano da leggere in base al contesto o al tempo a disposizione. I racconti hanno una costante che affascina e incuriosisce il lettore, i loro finali imprevedibili, distanti da ogni ragionamento banale, uno stile elegante, diretto, ricercato, di chi conosce bene il valore delle parole e sa utilizzarle nel giusto contesto.

È così che “Uno sì e uno no” permette al lettore di ammirare la realtà da varie prospettive evidenziandone le caricature e le sfumature che, distratti da altro, non percepiamo.

Rivolgiamo all’autore alcune domande.

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“A chi è capace di ridere anche di se stesso”. Quanto è importante l’autoironia al giorno d’oggi?

«L’autoironia – e cioè il non prendersi troppo sul serio, che non vuol assolutamente dire “non essere seri” che è un’altra cosa – è una virtù pacifica, tollerante, antifondamentalista. Se ci fai caso, le persone che nella società creano i problemi più grossi – da quelli che predicano la guerra di religione a quelli che mettono sul piedistallo la propria libertà arrogantemente, non condizionandola al rispetto per gli altri – sono quelle che si prendono estremamente sul serio. Dittatori, capi di “cosa nostra”, inamovibili politici di lungo corso, giù giù fino a certi “baroni” universitari o della sanità e ancora più giù fino al vicino di casa che si sente chissà chi, tutti questi personaggi hanno in comune la assoluta mancanza di autoironia. E, molto coerentemente, temono la presa in giro più di altri tipi di attacco. Infine c’è da dire che l’autoironia fa stare bene con se stessi perché sdrammatizza il rapporto con noi stessi e ci rende più simpatici agli altri.
Insomma se l’autoironia si potesse spargere nell’aria che respiriamo, o somministrare con l’acqua che beviamo, il mondo sarebbe molto più vivibile e staremmo tutti meglio».

L’ironia può essere considerata una lente di ingrandimento con la quale evidenziare la decadenza sociale in atto?

«Una lente di ingrandimento in realtà serve a osservare meglio cose piccole. La decadenza in cui stiamo scivolando è invece un fenomeno macroscopico, purtroppo. Io l’autoironia la paragonerei piuttosto a un evidenziatore. Sai, quei pennarelli con colori allegri e fluorescenti che attirano l’attenzione su qualcosa che rischierebbe di passare inosservato. L’ironia fa risaltare, grazie alla sua capacità di far sorridere, di dire una cosa affermandone il contrario, i comportamenti/le cose/le persone su cui vogliamo puntare il dito. I latini dicevano “castigat ridendo mores” che non significa, come forse preferirebbe Salvini, “Castiga ridendo i mori” ma “Castiga ridendo i costumi”».

“Uno sì e uno no”, una serie di racconti che narrano metafore della vita e frammenti di episodi quotidiani. Quando la quotidianità diventa fonte d’ispirazione?

«Molto spesso, almeno nel mio caso. Uno dei racconti che lo dimostrano di più è forse “La coda”, che si svolge in un supermercato. Non immagini quanti lettori mi hanno detto “Guarda che questa cosa è successa anche a me” oppure “Al mio supermercato c’è una cassiera identica a questa”. Fra i diciannove racconti ce ne sono però anche alcuni dove il rapporto con la realtà e il quotidiano è più sotterraneo e in qualche caso sfuma nella fantasia pura, come ad esempio “Pietratonda” o “C’era una volta un Re”».

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I tuoi racconti hanno un denominatore comune: l’imprevedibilità. Che ruolo ha avuto nella tua vita?

«Elevatissimo. Siamo piloti della nostra barchetta, è vero, ma la barchetta sta a sua volta su un fiume con le sue brave rapide e cascate e non possiamo sempre governarla. Non è vero, come dicono tanti, che siamo totalmente artefici del nostro destino: è vero però che non possiamo né dobbiamo fare a meno di provarci, e approfittare dei momenti di calma in cui ci è possibile indirizzare la barca. Faccio un esempio quasi… archeologico: nel dicembre 1978 me ne stavo nella sede siciliana della mia società a Palermo, convinto che ci sarei rimasto fino alla pensione. Sei mesi dopo ero invece con moglie e figlio a Teheran dove avrei dovuto rimanere per minimo tre anni. Però dopo soli sei mesi lasciavo l’Iran “per qualche mese” per via della rivoluzione Khomeinista, ma in realtà non ci sarei più rientrato come residente. Un anno dopo ero in Egitto per tre anni… e ci sono rimasto per sette. Ma con questo esempio rischio di presentare la mia vita come un caso specialissimo in cui le imprevedibilità hanno giocato un ruolo che nella media delle esistenze non si riscontra. Invece non è così. L’imprevedibilità è continuamente presente nelle nostre vite. Pensaci un attimo. Se il giorno in cui hai conosciuto tuo marito fossi stata da un’altra parte? Quante cose imprevedibili ti hanno cambiato la vita? Tu non lo sai (i tuoi lettori non crederanno mai che non ci siamo messi d’accordo ma signori lettori credetemi, è così) ma proprio su questa cosa ho scritto un racconto inedito intitolato “Lo scambio”, imprevedibilmente premiato al premio Città di Cattolica 2014. Te ne trascrivo un pezzo:

“- Ora ti faccio vedere uno scambio.

Il nonno lo aveva portato nel bel mezzo dell’intrico di rotaie. Erano davvero tante.

 – Prendi questo binario. Un binario normale, non è vero?

Lui aveva fatto di sì con la testa. Il nonno gli aveva preso una mano e avevano camminato per una ventina di metri.

– Ora guarda qui: da questo punto le rotaie diventano quattro per qualche metro, e poi diventano due binari distinti, uno piega a destra e l’altro a sinistra. Uno va al deposito, l’altro alla stazione. Se si sposta in avanti quella leva, quella là, la vedi, il vagone andrà sul binario di sinistra. Se si sposta la leva indietro, il vagone andrà su quello di destra. E così ogni vagone va verso il suo destino.

Aveva detto “destino”. Solo molti anni dopo aveva cominciato a chiedersi se il nonno avesse inteso dire “verso la sua sorte” o semplicemente, nel linguaggio del mondo dei trasporti, “verso la sua destinazione”.

L’idea che i vagoni potessero pensare gli era piaciuta molto, sembrava il promettente inizio di una favola, e così aveva fatto un’altra domanda.

– Nonno ma i vagoni si accorgono che stanno cambiando direzione? Che sono passati sopra uno scambio?

Il nonno si era fatto pensoso. – Secondo me certe volte se ne accorgono subito, certe volte se ne accorgono dopo un po’. Ma se ne accorgono. Eh sì, accidenti se se ne accorgono.

Poi aveva aggiunto a voce bassissima, ma ormai parlava con sé stesso: – E passano la vita a chiedersi chi li manovra, gli scambi.”

Hai proprio ragione, la vita aiuta a scrivere: mio nonno era veramente ferroviere, e quel bambino sono io».

 

Katya Maugeri

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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