di Katya Maugeri
Un romanzo senza filtri, che punta dritto al cuore, proprio come una poesia che non teme di esprimersi attraverso parole crude o fuori luogo. “Carmen è un’unica poesia dove una moderna Lolita cade e si perde. Una telecamera dall’esterno a narrarci il suo precipizio”, un narratore che non abbandona – nemmeno per un attimo – il lettore. Un lettore che, inevitabilmente, diventerà assetato di parole e vorrà conoscere ogni dettaglio, ogni retroscena di un percorso che, ahimè, condurrà – tra malinconia e solitudine – verso le sfumature di una vita quotidiana che si interseca con la cruda realtà. Carmen, edito dalla casa editrice SuiGeneris, il primo romanzo di Vincenzo Grasso, non conosce regole. S’insinua e non lascia scampo al lettore. Una lettura che non conosce tempo, sin dalle prime parole: “Carmen, Carmen. La punta della lingua sbatte due volte contro il palato prima di incontrare il lipgloss alla ciliegia delle tue labbra. Diciassette anni e un blackout nel cuore”, sarà inevitabile, non si potrà distogliere l’attenzione dalle parole ricercate in maniera certosina dal giovanissimo autore, le parole si susseguono, gli eventi passano dinanzi ai nostri occhi e attraverso la telecamera del nostro narratore, che ci concede di “spiare” la protagonista, “la pupa bella” della quale riusciamo a intravedere le espressioni, i dettagli che la rendono eterea e vulnerabile, sicura di sé e fragile dinanzi ad un mondo forse troppo stretto per le sue ambizioni, troppo vasto per le sue paure. Carmen, la Lolita dei giorni nostri. Il romanzo, chiaramente ispirato al romanzo di Vladimir Nabokov, è un tumulto di emozioni che si mescolano quasi in competizione tra loro, emozioni che vogliono prendere il sopravvento per descrivere pienamente la reale condizione narrata, o meglio “filmata” da colui che – senza filtri – racconta la storia di un’adolescente e del mondo che la circonda. I personaggi di Vincenzo Grasso hanno forma, spessore caratteriale, dirompenti e con una personalità ben definita tanto da legarsi emotivamente alle loro storie, si instaura un vero e proprio contatto invisibile tra la nostra realtà e la loro, a tal punto da ritrovarsi quasi a interagire con le loro scelte non condivise, con i loro gesti strazianti e colmi di dolore, di rabbia. Sentimenti che lasciano spazio a stati d’animo forti, a tratti fastidiosi, intensi e reali. Commozione, indignazione, paura, tenerezza e speranza, un cocktail di emozioni che coinvolgono il lettore e lo induco a delle riflessioni lontane da tabù e dal perbenismo sociale. Riduttivo – anche troppo – definirlo un romanzo sull’adolescenza, sarebbe come limitarlo a uno spazio temporale con scadenza, ma come lo stesso autore scrive, “Adolescenza in realtà è un verbo eterno che non finisce mai di crescere”, Carmen è un romanzo nel quale si ritrova – inevitabilmente – una parte di sé, magari proprio quella che si tende ad allontanare da noi stessi, perché scomoda, fastidiosa, trasgressiva o persino imbarazzante. Carmen non va descritta ma “osservata”, silenziosamente e attentamente, senza lasciare spazio a pregiudizi di cattivo gusto, futili e banali. Fraintendere è voce del verbo escludere. Escludere – a priori – dettagli che formano il lato caratteriale, emotivo di una persona – apparentemente – lontana da noi anni luce, ma la distanza non può essere calcolata con il metro dell’indifferenza, ecco che la “telecamera” con la quale osserviamo Carmen ci conduce là, in quel luogo, nel quale fraintendere non serve a nulla, ma occorre sentire, percepire e comprendere le azioni, gli sbagli, e persino i sogni pronunciati silenziosamente. Occorre afferrare la “telecamera” e lasciarsi avvolgere dagli eventi che travolgono la nostra protagonista. L’autore affronta in maniera eccelsa tematiche forti quali la droga, la difficoltà di accettare il proprio corpo, l’inadeguatezza nei confronti di una società in cui regna costantemente il bisogno di apparire, lasciando nella penombra l’essenza e l’emotività dell’uomo, i rapporti tra genitori e figli e la disperazione che conduce a delle scelte sempre meno dettate dalla volontà. Un romanzo che lascia un segno emozionale. Lo stile di Vincenzo Grasso è assolutamente poetico, racconta in maniera diretta e senza inciampare nel banale, di argomenti già narrati più volte da altri, ma riesce a farlo con una poeticità dirompente, la cruda realtà, le tristi verità racchiuse all’interno di un involucro poetico che ne esalta sicuramente l’impatto emotivo lasciando il lettore spiazzato, arrabbiato, indignato, emozionato, vivo.
Perché in fondo dietro ad ogni storia, anche la più cruda, spietata, ingiusta, è racchiusa la vita, quella vera, quella che – senza sconti né lampade magiche dalle quali ottenere miracoli – viene fin troppe volte oscurata perché non a lieto fine, perché lontana dalla “favola” che amiamo sognare. “Carmen” è un inno alla vita, è una telecamera puntata sulla strada e non ai salotti con tende di seta e tappeti costosi, una telecamera che permette di percepire odore e sapori di ciò rimane nella pelle di chi vive una vita lontana da “castelli fatati”, odori e sapori che conosciamo e che amiamo dimenticare per rinchiuderci all’interno di un involucro effimero ma ben accettato dalla società. Dimentichiamo però che qualcuno, con una telecamera, ammira e custodisce ogni nostro intimo silenzio, desiderio, persino le nostre paure, le nostre speranze. E inutile sarà fuggire, sottrarsi o nascondersi, tutte le strade portano a noi!

 

– Carmen è una ragazza apparentemente “emancipata”, fuori dagli schemi. Ma si evince chiaramente l’incapacità di liberarsi dalla condizione sociale nella quale vive. Da cosa è delimitata la sua gabbia d’oro?

 «La sua gabbia d’oro è se stessa, il ventre della balena dove Carmen si agita diventa così la realtà stessa del suo tormento.  Potremmo additare tantissime cause responsabili, eppure credo che quella principale sia l’incapacità di esprimersi. È da questo che nasce anche l’esigenza di un narratore come quello che ho utilizzato; l’esigenza di trasmettere l’inquietudine del fraintendimento, un fraintendimento costante che si alterna tra la telecamera e lo sguardo della mia protagonista. Tuttavia, come hai ben detto, la gabbia a cui è condannata è d’oro. La condanna che ne consegue è dover splendere sempre».

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 – Il narratore, un personaggio affascinante e misterioso che accompagna e sussurra al lettore i retroscena di una vita inquieta e colma di solitudine, lui è l’unico a conoscere realmente l’essenza di Carmen. Cosa vede di lei – in lei – in maniera esclusiva?

«Tutto ciò che il lettore ha solamente percepito, tutto ciò che non è stato raccontato, quello che appunto è stato frainteso da qualcuno. Mi riferisco di nuovo alla difficoltà di espressione, ogni pulsione repressa sfociata in un attacco terroristico alla vita ha avuto un’origine molto più ingenua. Carmen si è sempre lamentata, all’orecchio mi ha confessato che il suo corpo non è mai stato adatto alla sua anima».

 

 – Hai un urlo dentro, hai un urlo che nessuno può sentire”. Nell’epoca dei social network – che hanno sostituito la sana comunicazione- gli adolescenti,  riescono davvero a comunicare autenticamente i propri stati d’animo?

 «Credo che si sia persa, in parte, questa facoltà da tempo. Ci nascondiamo dietro un assetto sociale che ci toglie il disturbo di doverci esprimere. E la colpa non è solo da addossare ai social network, ma anche a un progressivo cambiamento del metodo di valutazione scolastico. Gli adolescenti hanno sempre meno spazio per comunicare i propri stati d’animo, sono stati disabituati e questo sta provocando in molti un senso di forte indifferenza alla realtà».

– Da cosa nasce la scelta di raccontare una storia così forte, cruda e impegnativa, mettendo in luce uno spaccato di società che si nutre di apparenza e trascura i dettagli umani?

 «Carmen è il risultato di ciò che ho osservato intorno a me in questi anni e ho voluto documentarlo senza esprimere un giudizio. La scelta è stata più un bisogno prepotente di esprimere l’insofferenza verso una realtà molto spesso ignorata, senza muovere alcuna critica. Non mi sono interrogato su quanto sia sbagliato tutto questo, perché sarebbe come addossare la colpa all’adolescenza».

– Il libro è ispirato al capolavoro letterario di  Vladimir Nabokov, Lolita. Cosa ti ha affascinato di questa opera discussa e molto spesso sottovalutata?

 «Lolita è un esempio fortissimo di fraintendimento e credo che lo stesso Nabokov, quando, nel 1955, per la prima volta il romanzo venne pubblicato da una casa editrice erotica francese, ne era a conoscenza. È stato il coraggio a colpirmi; il coraggio di raccontare un artificio letterario senza mai nascondersi dietro un dito, attraverso uno stile che nonostante s’inscrivesse perfettamente nel periodo storico, faceva storcere non poco il naso alla tradizione del romanzo precedente».

 – I classici, un percorso di lettura consigliata per evolversi culturalmente?

«Certamente. Il confronto con il passato è un sentimento che si sta perdendo, ma tutto ciò che costruiamo è un processo che avviene attraverso una discendenza antichissima di tradizioni. Ed è così anche in letteratura, altrimenti l’evoluzione si esaurirebbe in se stessa».

 – Un romanzo intriso di raffinata poesia che punta dritto al cuore del lettore. “Carmen”, cosa ha lasciato in te, lungo il vostro percorso letterario?

 «È stato un percorso di crescita, insieme a Carmen sono cambiato anche io. Carmen continua a stupirmi: è riuscita ad arrivare alla pubblicazione senza che ci avessi mai scommesso qualcosa, mi ha portato al Salone del Libro di Torino e mi ha fatto conoscere persone bellissime. Con lei, che più di un romanzo per me è un’identità quasi plastica, è stata una sfida sin dall’inizio, prima tra me e lei e adesso tra noi e gli altri».

K.M.
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Punto Libri Catania
Cavallotto Librerie Edizioni
Libreria Mondadori Piazza Roma
Catania Libri

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A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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