di Katya Maugeri

“Mamma lavora al Grand Fillmore Hotel, un palazzo grigio topo che di Grand ha solo il nome, e noi abitiamo in una delle stanze. Io, mamma e nonna. Il signor Fillmore, il direttore ci dà solo una parte dello stipendio e il resto lo usa per pagare la camera. Non è un castello ma è casa.”

A parlare è Giorgio, un bambino di sette anni e tre quarti,  che vorrebbe tanto – un giorno – ricevere un giocattolo tutto suo e non uno di quelli – usati – e rifiutati da un bambino ricco, Giorgio è l’innocenza, il futuro, ma segnato da un presente ingiusto, ed è uno dei protagonisti del primo romanzo di Mattia Insolia, “Grand Fillmore Hotel”, Ginevra Bentivoglio Editoria.


“In questo benedetto posto tutti noi abbiamo un passato che vogliamo lasciarci alle spalle, abbiamo anche dei bei ricordi ma paiono essere divorati dai cattivi. Viviamo vite separate che tuttavia si intrecciano in modo incomprensibile, passiamo quel che il Signore Iddio ha deciso di concederci in un purgatorio grigio e alto”.
Personaggi complessi, delineati magistralmente dall’autore, apparentemente estranei tra loro, intrecciati da storie che sembrano matasse dai colori forti, storie che abitano in un malinconico albergo, ormai trasandato, in una zona lussuosa – fuori – ma degradato all’interno, come le coscienze dei protagonisti, impegnati a curare quell’aspetto sociale che serve come maschera da esibire. Abbandonare tutto e abitare in una delle camere di un albergo. Il sogno di molta gente, perché sinonimo di benessere, di relax, distrazione e vacanza. Ma non per tutti, non per i protagonisti di questo eccellente romanzo che si apre con una innocente presentazione di Giorgio, ignaro e inconsapevole di quanta cattiveria umana sia presente accanto a lui. Dieci capitoli. Dieci. Per comprendere da vicino, varcando la soglia della porta, i pensieri più intimi, atroci, irragionevoli di uomini e di donne che abitano sì, in un hotel, ma lontani dalla propria vita. Non la abitano, la maltrattano, la violentano, la calpestano con azioni e pensieri di chi non ha più nulla da perdere, dove la dignità è solo una bella parola per gente ricca – forse – o per coloro che non hanno addosso l’odore della sconfitta.
Un personaggio, per ogni capitolo, una condizione umana che si rivela, si manifesta nella propria autenticità, perché si racconta – in silenzio – mentre nessun’altro può ascoltare. Solo il lettore diventa il custode di segreti, di stati d’animo, di paure e di speranza. Ogni personaggio rivela il proprio inconscio attraverso l’ossessiva ripetizione di frasi, che l’autore evidenzia usando il corsivo, specchio della propria anima e della propria coscienza. Sì, perché la coscienza dei personaggi la si trova solo in quel corsivo, nel non detto ad alta voce, quel corsivo che solo il lettore può interpretare, assolvendolo o meno. Frasi lette come fossero ombre, quasi in controluce perché curiosi e assetati del finale, ma è lì che risiede l’essenza di ognuno di loro. Andrebbero letti in sequenza, quei corsivi, per comprendere la condizione umana che Giorgio definisce “casa”. libro_

Perché in fondo cos’è il Grand Fillmore Hotel se non la casa emotiva, spirituale in cui viviamo giornalmente, e cosa sono quelle camere se non le nostre paure, il nostro orgoglio, i nostri sogni, la nostra essenza? Con un linguaggio crudo, poetico, travolgente, Mattia Insolia ci accompagna prendendoci per mano, in ognuna di quelle camere, al lettore sembrerà quasi di origliare, di rubare parole e gesti di ogni personaggio, e riconoscerà in loro le paure, i disagi di una società in cui “Le nuove generazioni sembrano invece prestare più attenzione alle minuzzaglie che gli si parano davanti che ai grandi problemi, come se affrontando quelle frivolezze dimenticassero i guai seri in cui si trovano”, dichiarerà una delle figure più emblematiche del romanzo.
I toni amari che caratterizzano le pagine di questo splendido libro rivelano quella crudeltà che spesso osiamo negare, per paura di non saperla gestire o semplicemente perché non rivelandola ne neghiamo l’esistenza. Mattia Insolia riesce a scavare all’interno di quelle dimensioni psicologiche latenti, estrapolando le più atroci verità, gli aspetti più indecenti dell’animo umano, lo fa senza pietà, non giustifica le cattive azioni, le mette lì alla lettura di tutti, non le nasconde con parole dolci o con doppi sensi: crude, vive, vere, senza mezzi termini, senza il rischio di fraintendimenti.

Grand Fillmore Hotel è un libro da leggere, da rileggere, da accettare e con il quale intraprendere un viaggio – dopo la lettura -, un percorso introspettivo per visitare tutte quelle camere che in noi abbiamo tenuto chiuse.

– Da quali falsi ideali è minacciata la dignità dell’uomo?

«Credo che ognuno venga accecato dal proprio tesoro. Non ci sono degli ideali comuni che minano la dignità umana. L’unico che ci accomuna tutti, ma in tal caso toglierei la parola “falso” dalla definizione che mi ha dato, è la felicità. È l’ideale della felicità. Di una vita tranquilla, serena. È ciò verso cui protendiamo tutti. Una vita felice. Se ci chiedessimo invece quando perdiamo la nostra umanità, la nostra dignità di essere umani, domanda che si rifà alla sua, risponderei: quando ignoriamo, con meschino menefreghismo, chi ci sta attorno. Quando per raggiungere i nostri scopi, nella ricerca della nostra vita tranquilla, siamo disposti a scavalcare chi ci sta attorno, siamo stati accecati da un ideale che minaccia la nostra dignità».

12769413_1232894066740609_219440518_n– Quale insegnamento hai ricevuto da ogni singola camera visitata durante la stesura del racconto?

«Ha formulato la domanda in modo impeccabile: i miei personaggi in effetti mi hanno insegnato tanto. Se dalla mia storia può essere tratta una morale è merito loro, il lettore impara – concetto pretenzioso ma consono, se mi è concesso – da loro, non da me. Non li ho creati, erano già lì. Come dei reperti archeologici, io li ho solo scoperti. E come chi legge può imparare qualcosa così è stato anche per me. Ho imparato che un lieto fine esiste per tutti. Che possiamo raggiungere tutti la nostra personale felicità, è sufficiente essere pronti a sbracciarsi e a lavorare. Andrea mi ha insegnato che lo spirito di sopportazione è importante ma che non può essere una scelta di vita. Elsa che vivere da martiri non paga, non si vive per gli altri ma per noi stessi. Loredana che se le cose stanno in un modo non significa che debbano andare in quel modo, solo che è arrivato il momento di adoperarsi per cambiare. Gregorio che far pagare agli altri la propria inadeguatezza è un errore che porta al fallimento».

– Con quanta autenticità riusciamo ad aprire le porte della nostra anima?

«Poca. Davvero, davvero poca. Il giudizio altrui, come disse qualcuno una volta, è la più grossa prigione in cui possiamo trovarci a vivere. E in questa prigione ci stiamo anche volentieri, perché pur di non aprire le porte a chi ci sta accanto, temendo di non essere capiti, preferiamo vivere conservando dei pezzetti solo per noi stessi, circoscrivendo spazi sempre più limitati. C’è chi la scambia per riservatezza ma non credo sia così. È nella natura umana, secondo me, un po’ di sana riservatezza ma in una società che ha il vizio di farsi grasse, grosse risate sui problemi altrui – un vecchio detto recita “una spina nel di dietro degli altri è morbida come la seta” – questa sta tramutandosi nella chiusura più totale delle porte della nostra anima. Uno spreco enorme».

– La fragilità dell’animo umano è solo la proiezione di un ambiente marcio e privo di valori?

«No, o quantomeno non credo. Da quel che mi pare di capire, lei chiede se penso che la fragilità umana derivi da quella che a me piace definire la “cantina”, il posto più sporco e buio della nostra coscienza, dove chiudiamo i demoni che sappiamo avere dentro di noi ma di cui preferiamo ignorare l’esistenza. Ecco, per me funziona al contrario. È la cantina, quindi l’ambiente marcio e privo di valori, la proiezione della fragilità dell’animo umano. Creiamo la cantina per compensare le nostre debolezze. Il mondo esterno ci ferisce, dunque noi costruiamo la cantina dove covare i sentimenti più tristi e conservare i ricordi peggiori. È lì sotto che li stipiamo ed è lì sotto che spediamo a marcire quei pezzi di noi che sono stati feriti dal mondo che sta fuori. Col tempo quei pezzi imputridiscono, covano il germe del rancore e diventano demoni».

K.M.

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