di  Domenico Trischitta

Merita attenzione l’ultima prova letteraria  di Cinzia Pagliara, docente catanese e appassionata di cultura anglosassone. Il suo libro “Io sono parola, yes I (&) will” (Ilgarufi editore) è un sincero monologo poetico che si presta alla lettura emozionale ma anche alla rappresentazione scenica. Un poema autentico, ma anche una dichiarazione d’amore nei confronti della scrittura, e della vita.

 “Io sono parola” è un monologo interiore? Un flusso di coscienza che si teatralizza?

“Sì,  “Io sono parola” è un flusso di coscienza che nasce sottovoce e che cresce, diventa più coraggioso fino a urlare le sue parole. E’  una scrittura dell’anima,  di quelle che necessitano di una “ stanza tutta per loro “ – come avrebbe detto Virginia Woolf – perché è fatta di parole che curano, o che sperano di farlo”.  Il teatro dà voce vera alle parole, le rende concrete.

Perché arrivi alla scrittura? E quando la prima volta?

“Ho sempre scritto, per questo nel testo dico che se fossi una parola mi chiamerei parola. Ricordo che da bambina sentivo l’esigenza di scrivere ogni sensazione che vivevo, spinta dalla grande emozione che provavo attraverso la lettura. Ho imparato a leggere da sola, e ricordo ancora perfettamente la prima volta che lessi una intera storia “ la piccola fiammiferaia” e i miei pianti perché avevo vissuto realmente ogni singola parola.
Ho scritto testi per teatro per ragazzi ( insegno ), racconti, le immancabili poesie che scriviamo quando siamo tristi ( la gioia è troppo difficile da esprimere, preziosa, preziosissima ).
La prima volta seria è stato per Boemi, con il racconto di un’esperienza vera ( la mia vita è risultata più romanzesca di un romanzo ) “dieci giorni oltre la vita”.

 Come nasce questo libro?

“Nasce dall’improvvisa certezza (dopo tante volte in cui mi era stato fatto notare) che la mia vita è stata segnata dal mio incontro con William Shakespeare, e che Will (che diventa anche will, cioè futuro, e volontà in inglese) mi ha accompagnato, e ha parole che possono mischiarsi alle mie per raccontare una (mia e non solo) vita.
Mi sono sempre sentita Giulietta (o avrei voluto esserlo) e soprattutto Ofelia (tenera, tenerissima) e così… ho iniziato un viaggio nella mia vita. Con William”.

 Uno scrittore autentico non deve avere paura di raccontarsi, si libera dal pudore. E’ stato così per te?

“Odio la finzione. Il falso perbenismo. La perfezione asettica e improbabile. Non sopporto il nascondere e nascondersi. Io sono così, un ingarbugliato intrigo di emozioni e paure e sogni e risate e Non volevo che si vedesse solo la parte che conviene agli altri. Io non ho paura di parlare del mio dolore (immenso) perché questo dolore non mi ha mai impedito di essere anche felice. Anzi, credo che proprio per questo io so, cosa è la felicità .
Non è stato facile, è stato a volte dilaniante, a volte violento. Ma sempre vero. Coraggio, sì, il coraggio di apparire banale  in questo mondo in cui i sentimenti hanno “ la scadenza”. Ma chi mi conosce sa che sono esattamente così.

 Parliamo della tua formazione letteraria. Quali i tuoi scrittori preferiti?

“Tralasciamo William, naturalmente: lui è amore. Mi piacciono Virginia Woolf e Sylvia Plath, Goliarda Sapienza e Murakami, Bufalino e  Calvino (adoro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”) e Vecchioni e De Luca, insomma, datemi parole, amo leggere”

La tua scrittura è poetica ma sembra realizzarsi attraverso il teatro. Come ci insegna il tuo Will?

“Credo che Will mi abbia insegnato il gusto della ricerca della parola. La parola diventa poesia quando non è casuale.  Il teatro è emozione, per me. Dunque poesia, comunque”.

 Stai lavorando a un nuovo libro?

“Sto lavorando ad un nuovo testo di narrativa  e ad una raccolta di racconti onirici e a un paio di nuovi testi teatrali.  Sono un caos, lo so. Ma scrivo seguendo il mio stato d’animo l’ordine mi crea disagio. Sai, c’è un detto inglese (in realtà riferito alla casa, ma che io ho allargato alla vita) “troppo ordine è segno di una vita sprecata”. Ecco, credo di non avere sprecato neanche un attimo della mia vita.

 Domenico Trischitta

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