di Marco Iacona

«Negli ultimi anni si è assistito a un groviglio di contraddizioni da lasciare esterrefatti». Così Luigi Iannone – membro del consiglio dell’Istituto di alti studi strategici e politici di Milano, già autore di volumi sulla modernità, il nichilismo e la crisi dell’Occidente, l’ultimo dei quali è un’intervista a Roger Scruton – nel suo saggio più recente dal titolo significativo “Sull’inutilità della destra”, edito da Solfanelli (pp.104, euro 10). Sfogo secondo la sua interpretazione autentica, ma sfogo o provocazione ben ragionata.
Oggi la destra è inutile perché lo è pure la sinistra (e viceversa). Due luoghi della politica, due collettori di progetti e idee che andrebbero ripensati causa il fiorire del pensiero unico: una sorta di mostro marino che si avviluppa attorno alla questione economica. Quando un ventennio addietro si parlava di morte delle ideologie, solo i pessimisti concludevano che assieme alle prime sarebbero morte pure le idee. In realtà non era difficile pensare che l’ennesima svolta nella modernità avrebbe portato a un rimescolarsi anche delle posizioni meno estreme e dunque le prospettive di lungo periodo avrebbero lasciato spazio ai tatticismi più imprevedibili. Ma fino a quando? «Sono perciò mutati i vecchi modelli teorici» scrive Iannone, «ed oggi attrae consenso e vince le elezioni chi è capace di suggerire i percorsi tatticamente più adatti per agevolare e/o assecondare le dinamiche di sviluppo illimitato del capitalismo». Nella contesa tra destra (o destre) e sinistra (o sinistre), hanno vinto e perso tutte. La conclusione sembra ovvia. Sono sparite le grandi questioni che animavano i (grandi) dibattiti su lavoro, diritti e sviluppo. Questioni che tagliavano in due gli schieramenti politici della prima repubblica. Seppur tra tante sfumature esistevano blocchi di potere a prima vista solidissimi. Oggi gli spazi di sovranità si sono assottigliati, le urgenze comunitarie o internazionali – se si eccettua la grave questione del “conflitto di civiltà” ove peraltro le posizioni dei governi come ricorda l’autore sono tutt’altro che chiare – avanzano lungo binari unici. Le vie dell’alternanza all’interno dello spazio politico occidentale si sono pressoché azzerate. Il mercato è dittatore – malevolo o benevolo – di uno spazio politico nel quale il cittadino vive, disperso tra burocrazie e incognite esistenziali. Ove il semplice schizzo di un futuro diverso è quasi del tutto impossibile. La porta del progresso è dunque spalancata. Intendiamoci, nessuna forza politica ammetterebbe mai la propria rinuncia al bagaglio ideale. Le tendenzialità bipolari del nostro sistema politico – anche se venute meno nell’ultimo periodo – hanno impaurito molti osservatori, soprattutto di sinistra timorosi di aver perso posizioni in relazione alla battaglia per la cosiddetta egemonia culturale. La “scoperta” che l’Italia è in maggioranza politicamente moderata contemporaneamente all’incapacità della sinistra di elaborare un nuovo linguaggio intellettualmente appetibile ha calamitato a destra le attenzioni degli osservatori più sofisticati. Si è repentinamente passati da una egemonia culturale di sinistra a una di destra (anche se assai dubbia); oppure si è continuato a dare addosso agli intellettuali eterne banderuole, a seconda dei punti di vista. Nella prassi, destra e sinistra non si sono mai sognate di dirsi sparite. Mai anzi come in questo periodo i due termini vengono utilizzati come spartiacque tra coalizioni o perfino per designare le stesse forze politiche. Utilizzando delle note categorie sociologiche, si potrebbe pensare a un ritardo culturale della prassi politica – o forse sarebbe il caso di dire del linguaggio – rispetto alle dottrine (economiche) predominanti. Ma anche in questo caso nessun leader di partito si troverebbe d’accordo. In molti – si pensi alla stessa destra – rivendicherebbero posizioni eretiche fin da un lontanissimo passato. Secondo queste ultime tra destra e posizioni liberiste ci sarebbe una distanza a dir poco abissale. In maniera quasi paradossale lo sbocco ultimo del marxismo – quello della dittatura del proletariato – sarebbe invece la nascita di una società libera in ogni sua parte.

copertina libro iannone - foto

Lo stesso Iannone crede – per naturale avversione al pensiero unico – all’esistenza di una destra chiamiamola così ideale. O per meglio dire: una destra che c’era e non c’è più. Che si è dissolta a causa di alcuni errori, tre in particolare, di portata quasi catastrofica. La parte centrale del libro è dedicata a questa analisi con relative proposte per l’immediato, le quali non prevedono affatto uno sconvolgimento né degli assetti istituzionali né degli apparati teorici. Anzi. Primo errore della destra è quello di aver creduto nella cosiddetta memoria condivisa. Più in particolare: essa avrebbe rinunciato alla propria storia, anzi alle idee che hanno contribuito a far nascere quella storia, adattandosi alla modernità e sostanzialmente ai suoi diktat. Si parla di idee per così dire anticonformiste, ma naturalmente un capitolo a parte potrebbe essere aperto per i cosiddetti anticonformisti. Difficile sostenere che molti di essi avrebbero potuto far proprie, come in realtà è accaduto, responsabilità di governo mantenendosi fedeli alle proprie convinzioni. Alcuni rivendicando anche l’appartenenza a una sorta di anarchismo invalidante, comunitarista di nome iper-individualista e arrogante di fatto. Iannone affronta anche l’annosa questione del fascismo dimostrando in modo agevole – ma i dubbi sono ormai al lumicino – come esso abbia goduto di ampio e volontario consenso ad eccezione di qualche nucleo frondista. Il fascismo è un fatto umano e non va trattato come categoria teologica etichettandolo come male assoluto o, secondo alcuni, come bene assoluto. L’autore propone insomma di non litigare con la storia, e consiglia di credere ad una sua naturale evoluzione piuttosto che ad una fredda e astuta giustizia sommaria.
Il secondo errore commesso dalla destra – non di poco conto – è di non aver saputo predisporre una rivoluzione culturale sul modello, da non prendersi alla lettera però, delle “rivoluzioni” di un secolo fa nella Mitteleuropa e prima ancora in Italia: con il noto movimento della Rivoluzione conservatrice e con la nascita dei periodici toscani. In questo caso risulta del tutto macroscopica la differenza di peso specifico tra i pensatori e artisti che seppero essere protagonisti nei primi decenni del XX secolo e quelli che – ipoteticamente – dovrebbero esserlo in questo terzo millennio.  Ciò basterebbe a distrarre da qualunque modello storico seppur nobilissimo. Ma è chiaro che il rapportarsi ad esperienze del passato altro non sarebbe se non un tentativo di analisi «dei mali del mondo moderno, come per esempio un degenerato parlamentarismo e la “tirannia del denaro”». Ed è altrettanto ovvio e l’autore lo dice fin dall’inizio che di nuove «ricette» non ce ne sono. Si studi, si esamini dunque: la storia non è affatto nemica.
Infine la questione più importante quella riguardante l’economia – settore che la destra ha tenuto sotto costante osservazione a volte da lungi a volte no – risolvibile almeno in teoria con l’idea di un’economia di mercato con finalità sociali, dunque solidaristica. Anch’essa non nuova ed anzi incisa nel Dna di un fronte comunitario riferibile grossomodo all’Europa mediterranea; oltreché nei programmi del partito della destra italiana, vale a dire in quel Msi nato dalle ceneri del fascismo repubblicano. Qui Iannone è particolarmente chiaro ed ha ragione quando dice che al di là delle ricette le questioni riguardano i cosiddetti decisori. Tuttavia, non ci sono ad oggi alternative all’economia di mercato globale, anche se la destra è e dovrebbe rimanere per quanto possibile no-global con tutto quel che ne scaturisce.
Non è proprio possibile che poche menti decidano egoisticamente il destino di intere comunità: «l’unica soluzione può essere uno Stato che, avendo come primario interesse il bene comune e della nazione, ritorni ad avere una visione strategica, sappia discernere cosa cedere ai privati e cosa utilizzare per una propria limitata compartecipazione». E non è proprio possibile che, in qualche modo, i lavoratori non partecipino alla gestione delle imprese all’interno di un’ottica democratica che prescinda il più possibile dalle scelte di natura finanziaria a livello internazionale. Palesi od occulte che siano. Nessuno possiede verità da spendere sbrigativamente. Iannone stesso conclude con Bauman che opporsi alla globalizzazione non significa lottare contro di essa con risultati pressoché nulli, ma trovare una linea di demarcazione tra società contemporanea e ambizioni comunitarie. In parole povere dovrebbe tornare ad aver senso la distinzione tra politica ed economia con ovvia prevalenza della prima. Cos’altro sarebbero le nuove scelte politiche se non il portato della correzione degli errori esiziali che la destra ha seminato lungo il proprio cammino?
L’incrociarsi di due fenomeni tutt’altro che distanti tra loro: la mancanza di serie alternative all’economia di mercato e la mancanza di leader capaci di imprimere svolte decisive e/o caratterizzanti, ha desertificato l’offerta, trasformando la destra (genericamente intesa) in una formazione pronta a tradire le premesse ideali della propria esistenza. La lotta contro il mondo moderno che tirannizza gli uomini, nel giro di pochissime stagioni è quasi cessata, tutto lo spazio è adesso occupato da un flebile conservatorismo spendibile giorno per giorno. Ovviamente, fin dalla sua comparsa la destra italiana ha dovuto fare i conti con un mondo bipolare che non concepiva altri ambiti di manovra.
Così, tanto per far capire, il Msi nato per non rinnegare il fascismo si trovò costretto a mettere da parte il paniere dei sentimenti antiamericani, quindi a cercare il dialogo con forze politiche che buona parte degli iscritti riteneva tutt’altro che affidabili. Mutatis mutandis la stessa cosa accadde durante il ventennio. Fa bene dunque Iannone a spostare l’attenzione sulle idee e sulla loro identificazione storica: la destra di cose da raccontare ne ha e ne avrà, non mi riferisco solo agli ultimi anni, principalmente però è traboccante di incoerenze. Se ne può e se ne deve parlare anche perché, negli ultimi periodi, la bibliografia sulla prassi politica è a dir poco sterminata. Ma attenzione a farsi delle illusioni. La politica è più arte del possibile che vetrina del desiderabile. Se certa destra è stata e rimarrà mussoliniana altrettanta destra, fino a ieri l’altro, era berlusconiana; oggi finge di non esserlo più o addirittura di non esserlo mai stata. Trovare i punti di contatto tra le scelte e i capricci del leader di Arcore e le elaborazioni programmatiche del partito che fu di Almirante è quasi missione impossibile. Forse sarebbe utile parlare di seduzione del potere. Ultimamente ad un convegno Adolfo Urso se ne uscì con: se non ci fosse stato Berlusconi, la destra non avrebbe vinto nel marzo del ’94, ma se non altro avrebbe avuto più tempo per maturare. In tanti annuirono. Che dire dunque?

 

Marco Iacona

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