di Katya Maugeri

Ritrovarsi all’interno di un testo che definirei ipnotico, ammaliante, da leggere con cura, assaporandone i dettagli, custodendone l’incanto. Fuoco. Luce. Morte. Silenzio. Ritorna una lingua aspra, diretta, dura, che racconta la Sicilia che ha odore di salsedine, una terra che non rinuncia al proprio dialetto e dal quale nasce una storia destinata a essere tramandata. Lo Scuru (Tunué edizioni), il primo romanzo dello scrittore siciliano, Orazio Labbate, è proprio questo. È un mantra. È una litania di emozioni che si susseguono, che non lasciano tregua. È l’incontro con  personaggi che narrano le vicende e la silenziosa presenza di entità letterarie che il lettore non può certo ignorare. È così. Gli influssi letterari che caratterizzano il linguaggio e lo stile di questo bravissimo autore acquisiscono una fortissima identità, ritroviamo il fascino gotico di Faulkner e McCarthy e l’impronta barocca di D’Arrigo e Bufalino, sembra quasi di ritrovarli lì, ad ammirare quella luna “che parla con la lingua dei fantasmi”.
Lo Scuru è intriso di una lingua immortale che tendiamo troppo spesso ad emarginare, una lingua che racchiude tutti i misteri, le superstizioni, tutta l’oscurità delle nostri radici. Il romanzo è avvolto da una scia di morte, di pensieri bui e di fuoco ardente. Come l’animo umano contiene fuoco e oscurità, l’uno indispensabile per l’altra. Un fuoco che brucia e un’oscurità che illumina. Illumina un percorso da ricordare, da perdonare. Durante la lettura, le parole diventano tangibili ed è concesso al lettore di respirare quegli odori, avvertire sulla propria pelle la paura e il peso di superstizioni tramandate. Fascino e inquietudine, tra esorcismi e diavolerie.
È la storia di un avvocato siciliano ormai in pensione, Razziddu Buscemi, da tempo emigrato a Milton, West Virginia, poco prima di lasciarsi andare alla morte rievoca, quasi come un atto purificatore, la propria vita, la propria infanzia in quella Sicilia arcana che non lascia spazio alla redenzione. I ricordi si susseguono come delle vecchie polaroid che il protagonista sfoglia con mani ormai stanche e a tratti privi di tatto, ricordi metafisici, visionari.

libroButera, la sua terra superstiziosa avvolta dalla magia, dal Signore dei Puci, dal Cristo, dal Diavolo e e dalla Settimana Santa, tra statue di legno e cartapesta. E poi c’è lo Scuru, una figura ricorrente, predominante che fluttua costantemente nei pensieri, nelle paure del protagonista così da consolidarsi come presenza ed entità durante tutta la lettura. Fede, magia nera, stregoneria. Un vortice di emozioni, di riflessioni che lasciano danzare liberi e senza catene concetti dai quali il lettore rimane letteralmente folgorato. La narrazione va oltre i confini stabiliti dalla logica, una narrazione che a tratti onirica avvolta da un buio che fa paura – è inevitabile – ma al quale ci si abitua. Per sopravvivere, per cercare la salvezza. La religione che tormenta, che condanna il protagonista per essere il frutto di una relazione impura, Razziddu, è condannato, e il linguaggio, ricercato, raffinato, crudo e poetico utilizzato da Labbate  ne delinea il percorso intriso di odori forti: sangue, paura, morte. Il percorso di chi non può salvarsi.
Ma Lo Scuru non è solo questo, ho trovato passi e descrizioni poetiche che catturano e meravigliano il lettore, perché il protagonista è anche colui che affascina e guarda il cielo stellato raccontando l’incanto delle stelle, nel fitto buio, e lo fa annientando filtri e congetture, abbandonandosi all’amore per Rosa. È un uomo che ama, un uomo che ha odore di salsedine, ma che non riesce a salvarsi dalle quelle ossessioni che nemmeno l’amore potrà cancellare. I personaggi appaiono e svaniscono come nebbia lasciando una scia che accarezza la pelle, ciò che rimane è il dialetto, crudo, forte, incisivo che senza giri di parole narra e dà vita a un racconto che lascia il segno. Il segno del fuoco e l’incanto della poesia. La cruda e raffinata realtà in cui il buio non è solo sinonimo del Male, a volte diventa solo un rifugio nel quale poter stare bene, sinonimo di quei tempi andati che ritornano a far luce nella nostra memoria, in fondo come affermerà il giovane Raddizzu, “siamo solo cose addumate”.

– “Il tempo non è mai di un solo odore”. Sembra quasi che siano gli odori che mutano, pagina dopo pagina a scandire le lancette del tempo. Qual è l’odore predominante che porta con sé Razziddu Buscemi, quale odora conserva della sua Butera?

« L’odore che Razziddu Buscemi conserva di Butera è quello, indefinibile, della legna bruciata che si frammischia al freddo della notte. Una specie di contrastante sensazione della fine che percepisce grazie ai legni incendiati; percezione tuttavia che si equilibra grazie al gelo mite delle tenebre siciliane che eternano quella condizione ultimativa».

– Antiche superstizioni, tradizioni, il macabro e l’oscurità di una terra ricca di sole. Sei riuscito a far emergere una realtà affascinante, una Sicilia arcana, di cui spesso evitiamo il confronto. Evidenziando persino la volontà, da parte di alcuni personaggi, di liberare il protagonista da spiriti maligni, liberarlo dall’oscurità piuttosto che affrontarla, accettarla e conoscerla. Che cosa resta oggi di quelle superstizioni, e perché l’oscurità e il macabro fanno così paura?

«Di quelle superstizioni rimane il racconto fascinoso dei vecchi, tramandato nella forma di verbo dialettale antico. Tuttavia, se da una parte quella letteratura è solo narrata, dall’altra le superstizioni sono ancora inserite nel nostro spirito e si esprimono nelle diverse scelte spirituali che decidiamo di intraprendere.
In merito all’oscurità, e circa il macabro, spaventano poiché non sono elementi illuminati; ovvero galleggiano in uno spazio invisibile, terrifico giacché non-empirico. Il metafisico infatti è per sua stessa natura buio e prossimo a un’idea di morte. E la morte impaurisce, vuole essere scacciata.
Nonostante ciò io credo che questa tenebrosa declinazione dell’immateriale non debba atterrire, l’obiettivo della letteratura è, secondo me, proprio quello di inquietare e avvicinarci all’esplorazione di una realtà a noi estranea, irraggiungibile».

– Il linguaggio che utilizzi è evocativo, proprio come un incantesimo. Il potere delle parole è racchiuso nell’essenza delle radici?

«Il potere delle parole è racchiuso nella capacità che hanno di divorare le radici, nutrirsi di esse e una volta inghiottite farle sconfinare, superare, abbattere i limiti che le stesse radici potrebbero significare».

– Che ruolo ha la letteratura ai tempi dei social, in cui tutto è racchiuso in brevi messaggi, in cui la lingua perde padronanza. Anche questo è macabro, è oscuro, buio.
Perché la gente non lo teme, perché non ne ha paura?

«Io non so se la gente ne sta avendo paura o se ne è già cosciente o ne teme la perdita. Posso dedurre tuttavia che questo tipo di oscurità, quello relativo alla perdita di una lingua ricca, lavorata, armeggiata, pindarica, visionaria, può condurre al suo definitivo depauperamento e quindi a un’espressività via via monca, poco immaginativa. E tutto ciò è purtroppo, terribile».

K.M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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