di Graziella Nicolosi

l'onda oppostaImmaginate un gruppo variegato di 15 italiani, di diversa estrazione sociale e provenienza, che decidono di imbarcarsi da Lampedusa alla volta della Tunisia, nuova “terra promessa” ricca di opportunità dopo la Rivoluzione dei gelsomini. È la storia – per niente banale e in fondo verosimile – raccontata in “L’onda opposta” (Edizione Haiku), il libro dato alle stampe dalla giornalista e scrittrice Patrizia Caiffa e da Paolo Beccegato, vicedirettore e responsabile dell’area internazionale di Caritas Italiana.

Il volume capovolge l’idea a cui siamo abituati, ovvero quella dei migranti stranieri costretti ad intraprendere viaggi lunghi e temerari alla volta dell’Europa, in cerca di una vita migliore: qui a partire sono gli italiani, alle prese con la crisi economica che non risparmia alcun settore lavorativo. Quindici persone con un passato diverso e diversi obiettivi, accomunate però dal desiderio di lasciarsi alle spalle le difficoltà di un Paese incapace di crescere e di pensare al futuro.

Il libro si concentra su due di loro: Valeria, giornalista trentenne del Sud sottopagata e insoddisfatta, e Pino, camionista lombardo che ha appena perso il lavoro, con in più moglie e figli a carico. Entrambi, di fronte alla proposta paradossale di emigrare in Tunisia, si ritrovano ad accettare e quindi a riflettere sulla propria vita, a condividere esperienze che mai avrebbero pensato di fare, a cambiare i propri punti di vista e i pregiudizi duri a morire di cui sono intrisi.

“In un periodo storico in cui l’Europa chiude le frontiere e si mostra egoista e insensibile di fronte a chi fugge da guerre, violazioni e povertà per cercare un futuro migliore – spiegano gli autori -, il nostro intento è diffondere, attraverso la narrazione, un messaggio forte: la natura umana ha le stesse aspirazioni alla libertà e alla dignità. Solo se ci si mette nei panni dell’altro si può capire che l’unica differenza è essere nati nel Paese giusto o sbagliato. Le frontiere sono un’esigenza pragmatica ma rischiano di diventare un grave ostacolo ai diritti. La solidarietà e l’umanità non possono essere un optional. Siamo tutti nella stessa barca: ci si può salvare solo insieme”.

Come scrive il presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, nella sua prefazione, “Il segreto dell’originalità e dell’efficacia di questo libro sta qui: nel cercare di ‘mettersi al loro posto’, sia pure in condizioni e in un contesto irreale di gran lunga migliore di quelli in cui sono costretti a muoversi i profughi in fuga sulle carrette del mare o nel sottofondo dei tir. I due protagonisti. Valeria e Pino, potrebbero essere chiunque di noi”.

E davvero in loro si ritrovano le inquietudini e i pensieri che molti conoscono, a partire dai problemi lavorativi in un contesto sempre più globalizzato e competitivo: “al libro – scrive don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana –  fa da sfondo il grande problema del lavoro, che spesso manca, non c’è, è precario, insufficiente, indegno, da inventarsi e reinventarsi nelle diverse stagioni della vita, che diventa povertà, fragilità, perdita di certezze e riferimenti, a livello personale, familiare e comunitario”.

Tra colpi di scena e nuove amicizie, i migranti italiani sono costretti – per un inghippo burocratico – a vivere per un mese in un campo profughi nel deserto del Sahara, dove possono toccare con mano condizioni di vita inimmaginabili per noi occidentali.

Il finale a sorpresa chiude il cerchio, e ci ricorda la capacità di trovare risorse inaspettate proprio nei momenti di crisi, grazie anche al confronto con chi è diverso da noi.

Il libro di Caiffa e Beccegato è un “pugno allo stomaco” salutare e inedito, che punta sulla provocazione per cavalcare “l’onda opposta” e farci riflettere: impossibile, specie per noi siciliani, ignorare il fenomeno delle migrazioni di massa sulle nostre coste. “Non abbiamo nessuna colpa di essere nati nel Paese sbagliato – sembra dirci chi bussa alle nostre porte -, e voi non avete nessun merito. Restare in Africa vuol dire morte certa. Partire vuol dire morte probabile. Voi al nostro posto cosa avreste scelto?”.

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