di Agnese Maugeri, foto servizio di Vincenzo Musumeci

Catania – Un sogno, anzi più di uno, tanti sogni che raccontano storie, descrivono emozioni. Volti ritratti, fermi in quell’istante, visi sconosciuti, occhi penetranti, nostalgici, speranzosi, labbra umide, tratti di una Listenerpersona mai vista. Vite, innumerevoli vite che scorrono lente come in un film, tutte da scoprire e capire, che si intersecano in un intreccio fatto di sfumature, di sensazioni. Angosciosi vortici, nevrotiche analessi, o più semplicemente sogni trasformati in ossessioni che tormentano e inquietano la vita di Francesco. È questa la peculiare trama del libro “Un cerchio nel buio” di Antonio Ciravolo pubblicato dalla Splên Edizioni, un’opera prima convulsa e affascinante che scruta il subconscio dei suoi personaggi e che stimola la mente del lettore a porsi riflessioni, a interrogare il proprio io con le giuste domande. Un libro di attese supportate da note melodiose e citazione, dove la fine tenta invano di ricongiungersi al suo inizio percorrendo una traiettoria in curva che disegna un cerchio, una figura perfetta che raggiunge la sua compiutezza in quell’unica sbavatura, metafora del gesto che non ti aspetti.

Antonio, Un cerchio nel buio è il tuo primo romanzo, perché hai voluto iniziare proprio con un cerchio?

«I primi capitoli del libro sono indipendenti tra loro, ogni racconto è il sogno di un personaggio, dopo di ciò comincia l’intreccio, la storia. Il cerchio l’ho scelto perché ogni individuo che compie un determinato percorso nella proprio vita ha difficoltà di congiungersi con le proprie origini, con gli inizi, che possono essere i genitori o una città, è difficile compiere la strada a ritroso fino a giungere a quel determinato punto. Il mio cerchio è disegnato al buio proprio per questa impossibilità di ricongiungere l’inizio con la fine e quindi in quella sbavatura che sempre accadrà nel cercare di riprodurre un cerchio, vi è proprio la crescita dell’individuo, il coraggio di compiere delle scelte che, come accade a molti personaggi all’interno del libro, devono essere affrontate da soli».

Francesco è colui che sogna, ma il libro è popolato da numerosi personaggi. C’è Domenico lo psicologo che aiuta Francesco a liberarsi di tutti quei volti che affollano la sua mente e che gli raccontano le proprio storie. Possiamo definire questo romanzo come un’opera corale?Listener-10

«Si, ma è soprattutto un libro molto intimista. Ogni personaggio si relaziona poco con gli altri ma vive intensamente la spiritualità propria, anche se gli altri incidono, impattano nella sua vita. Il tutto viene orchestrato da Francesco, fondamentalmente il protagonista, che soffre di turbe epilettiche particolari, in ogni crisi lui sogna il sogno di qualcun altro e vede visi, luoghi, case che lui non conosce. Si parla di un vero furto, il più brutto, qualcuno viene derubato nel proprio intimo, nei sogni. La storia esordisce proprio con Francesco che si reca da uno psichiatra e gli dice “Voglio che lei mi spenga i sogni”».

Il romanzo è originale e coinvolgente, da dove hai preso spunto per tessere le fila di una così intricata storia?

«La trama nasce da una musica che ho ideato io, immaginando la scena di un’anziana signora che balla sola in riva al mare. Il primo racconto prende spunto da questa mia visione, poi è seguito il secondo e il terzo tutti indipendenti tra loro. Nel frattempo io viaggiavo per motivi legati al mio lavoro principale, e quando mi trovavo questi fogli, questi racconti in mano scrivevo sempre qualcosa che accomunava i personaggi delle mie storie. Così, alla fine, ho deciso di farne un romanzo e dar vita a un intreccio».

Un libro in movimento, un vortice di emozioni, cosa cercano i tuoi personaggi?

«Tutti i personaggi sono alla ricerca delle domande vere. Vi sono molti caratteri minori nel libro che sono dei punti fermi è, nella maggior parte dei casi, sono sconosciuti. Questo perché, come accade anche nella vita, l’incontro con una persona che non si conosce può stravolgerti. Capita magari di viaggiare in treno e dopo dieci minuti ti ritrovi a confidare tutto al signore seduto al tuo fianco, diventi intimo con qualcuno che non ti conosce e che tu non conosci, ma raggiungi una tale confidenza perché sai che domani non lo vedrai, che nessuno ti giudicherà e che tutto ciò che hai detto è stata un’unica grandissima singola confessione da legare a un momento. Un personaggio del libro dice “ le risposte a tutte le domande che ti poni sono tre. Si, No, Forse”. Bisogna farsi sempre la domanda giusta, chi ha poco coraggio probabilmente ha difficoltà a porsi le domande giuste e quindi necessariamente a darsi le risposte».

“Un cerchio nel buio”, l’hai scritto nel 2010 ben cinque anni fa. La sua pubblicazione è un’altra affascinante storia fatta di attese dove il caro destino ha voluto giocare un ruolo principale, puoi raccontarcela?

«La storia con cui è nato questo libro fondamentalmente è un libro. Lo avevo scritto è messo in un cassetto Listener-5come altre volte mi è capitato di fare. Un giorno una mia amica mi disse che c’era un editore a Catania che lei conosceva, io le do il manoscritto e lei lo consegna. L’editore in questione a sua volta lo ha passato a un editor che lo ha letto. Poi, come spesso accade mi sono stati chiesti dei soldi per la pubblicazione, ma io rifiutai. Svolgo un altro mestiere non mi interessava pagare per vedere il mio libro pubblicato, volevo solo capire la valenza del mio scritto. Passano tre anni e quell’editor di nome Surya che aveva letto il mio libro e voleva pubblicarlo, apre una sua casa editrice, la Splên, mi chiama e mi dice voglio partire con il tuo libro, ed eccoci qui !»

Hai parlato di un altro lavoro, tu infatti sei un medico e ti occupi di immigrazione per il ministero della salute; le tue storie sono tratte anche da questo tuo mondo?

«Quello che scrivo sono una sorta di uscita dal retro, vedo tanto, vivo tanto professionalmente parlando, però non scrivo del contesto in cui lavoro sono cose indipendenti. Lavorare per me contempla il sacrificio, e voglia di farlo, la passione invece è qualcosa che puoi cominciare e finire in qualsiasi momento. Posso concedermi il lusso di non scrivere per mesi, come quello di non dormire la notte per produrre pagine e pagine».

“Un cerchio nel buio” è un libro intenso che suscita molte sensazioni, cosa vorresti che lasciasse nei lettori?

«Domande. Pensa quanto è importante se a una persona leggendo un libro gli arrivi come la risacca di un’esperienza, di un ricordo e si pone la domanda giusta. Oggi noi ci facciamo sempre domande sbagliate perché non abbiamo la voglia di metterci a tu per tu con noi stessi, restare soli a riflettere, invece restiamo abbindolati e veniamo distratti dalla realtà virtuale che ci circonda. Se mi si dicessero, dopo aver letto il tuo libro mi sono posto un sacco di domande, anche se non gli è piaciuto, io sarei contentissimo».

Sei un appassionato lettore, quali sono i generi e gli autori che prediligi?

«Ho letto di tutto da Gadda a Moccia ! Io amo scrivere, ho 34 anni e quando andavo a scuola mi imponevano di leggere dei libri che non comprendevo. Leggere Calvino oggi ha un valore enorme, letto a 15 anni non miListener-2 lasciava nulla. All’università sono andato a studiare a Roma e quando tornavo qui in treno a ogni cavalcavia leggevo “Io e te tre metri sopra il cielo” e pensavo se questo autore riesce a portare gli adolescenti in libreria e a leggere comunque ha un merito. A me poi il libro non è piaciuto, però ha un target di quattordicenni è scritto con il loro linguaggio. Ho detestato profondamente Dan Brown perché il suo scrivere è puro marketing, però per criticare bisogna leggere e conoscere. Amo Palahniuk, per me è un genio, paradossalmente mi affascina Baricco perché in alcuni passaggi lo trovo estremamente poetico, e poi i grandi Garcia Marquez, Varga Llosa. I latino americani li preferisco di gran lunga ai russi perché sono passionali, uno che si strappa i capelli e li mangia per una pena d’amore è estremo».

Un libro che ti ha particolarmente segnato e consiglieresti?

«Particolarmente segnato… “Viaggio al termine della notte” di Louis Ferdinand Céline ho capito che non volevo finirlo di leggere e continuavo a scrivere note al margine delle pagine Spesso è il libro che ti sceglie, io non avevo mai letto “Siddharta” poi a 22 anni mentre attendevo in aeroporto il ritardo del mio volo l’ho letto tutto d’un fiato, probabilmente in un altro contesto non l’avrei apprezzato così tanto».

So che hai già pronto un secondo romanzo, diverso dal primo perché più diretto, sembra quasi essere un soggetto per il teatro?

«Mentre “Un cerchio nel buio” nasce in movimento, sono tanti frammenti di viaggio, “L’ultima notte di X” è Listener-8invece un noir, un libro claustrofobico e rapido. La trama è un lungo dialogo tra un condannato a morte e il suo sorvegliante, quindi si presta fin da subito a una sceneggiatura e ad una messa in scena; il lettore sarà più coinvolto e attenderà e vivrà il colpo di scena. È stata mia moglie a suggerirmi questo espediente, stavamo insieme da poco, convivevamo, e mi diceva sempre “fammi vedere il colpo di scena” quindi con quest’ansia alla fine ho scritto un noir».

L’ultima domanda esula dal libro ma si collega al tuo lavoro primario. Hai detto che ti occupi di immigrazione, volevo chiederti, sono spenti i sogni dei migranti che arrivano nel nostro paese?

«Partiamo dal presupposto che bisogna per prima cosa identificare i migranti, perché noi possiamo rapportarci con trenta nazionalità o etnie differenti. C’è qualcuno che lascia molto o tutto, iracheni, siriani. C’è qualcuno che non ha mai visto niente, eritrei, gambini, somali. I siriani partono per ricostruirsi una vita con la percezione di quello che hanno perso, gli eritrei non hanno nulla da perdere e se li rimpatri ci riproveranno sempre. Io non so effettivamente cosa possono sognare però sicuramente la maggior parte pensa “peggio di cosi non può andare quindi ci provo”. La errata definizione che si da del migrante economico e del rifugiato è sbagliata per un semplice motivo, perché non è detto che i postumi di una guerra finita un anno fa non si scontino tutt’ora. Le politiche migrazionali sono talmente complesse che non si possono ridurre a una definizione, “tu si, tu no”, ne possono essere politicamente cavalcabili e chi fa ciò o è ignorante o in mala fede».Listener-6

“Un cerchio nel buio” di Antonio Ciravoli pubblicato da Splên Edizioni ha vinto i seguenti premi: 2° Classificato alla XXXII edizione del Premio Letterario Città Cava de’ Tirreni di poesia e narrativa – 2015 – Finalista al premio Raffaele Artese – Città di San Salvo 2015 – Vincitore del Premio Gelsomino D’ambrosio per la migliore copertina – 2015 – Vincitore del Marchio Microeditoria di Qualità – 2015 all’omonimo concorso.

“Un Cerchio nel buio”, un libro di cui vi consigliamo la lettura, ve ne innamorerete sin dalla copertina !

Agnese Maugeri

Foto Servizio: Vincenzo Musumeci

A proposito dell'autore

Divoratrice di libri con una brutta dipendenza adoro “sniffare” quelli nuovi. Logorroica, lunatica, testarda. Amante del teatro, ballerina mancata, l'altezza (esagerata) ha infranto il mio sogno. Appassionata di cinema, tutto ma non horror. Scrittrice per indole, il modo più istintivo per sentirmi bene, prendere carta e penna e scrivere Aspirante giornalista per vocazione e CakeDesigner per diletto. Non sto mai ferma puoi incontrarmi mentre recensisco un evento, una prima o un vernissage, con in borsa un libro e biscotti per ingannare l'attesa!

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