Salvo Reitano

In una delle poche belle serate di questo autunno incerto, tra pioggia e sole, schiarite improvvise e passaggi di nuvole nere, a casa di mia madre ero uscito in giardino per go­dermi l’aria tersa e pulita favorita dell’ultimo temporale. Ai piedi del vecchio pino, un po’ spoglio e consumato dagli anni, m’ero seduto sulla rustica sdraio di legno dove un tempo sedeva mio padre. Io, bambino e poi adolescente, gli stavo accanto su uno sgabello anch’esso di legno. L’affetto ci univa, la differenza degli anni ci separava: come sempre, dall’alba dei secoli, erano in contrasto generazioni diverse e un diverso sentire la vita. Mentre mi siedo rimbombano ancora le pa­role di mio padre: «Cosa mi racconta oggi Salvuccio? ». Io, come sempre: « Niente, papà ». E mi chiudevo in un silenzio senza risposte.
Venuto a mancare mio padre, nessun peso porto tanto pesante quanto il ricordo di quei silenzi e darei qualsiasi cosa per risentire il timbro forte della sua voce che mi apostrofava ridendo gioiosa, come era nella sua natura, felice solo di avermi vicino.
Allora dirimpetto alla nostra casa, nel quartiere Canalicchio a nord di Catania, poche erano le luci: si vedeva qual­che lume fioco dalle finestre del Seminario Arcivescovile, saranno stati lumi ad olio o candele, e qualche altro più vivace nelle case dei mezzadri della tenuta dei Pistarà, una ricca famiglia di possidenti, appena oltre il muro di cinta in pietra lavica coperto da una siepe d’edera.
Di qua e di là del Seminario e della villa, tutta la spianata era buia; bui dietro ad essa i terreni circostanti che guardavano l’Etna punteggiato da qualche lu­micino rimpicciolito e affievolito dalla lontananza che si rischiarava solo quando nel cielo saliva alta la luna. La luce più intensa proveniva dalla nuovissima Centrale del Latte, oggi un edificio dismesso e abbandonato ricettacolo di rifiuti e coperto di rovi ed erbacce.schermata-2016-10-08-alle-16-00-15
Quella sera la luna non c’era: doveva starsene nascosta da qualche parte nella volta celeste attraversata da grandi nuvole nere. Ma dinanzi a me le spianate buie della fanciul­lezza risplendevano di luci e più d’ogni altra la più vicina, quella che un tempo era la proprietà dei Pistarà, oggi un luminoso quartiere residenziale. Soltanto intorno al Seminario era rimasta una fascia d’ombra. Le strade, un tempo sterrate, sono oggi asfaltate e fiancheggiate di case che di giorno richiamano il verde della campagna e di notte ne violano con mille luci sfacciate il chiaroscuro caro ai miei ricordi.
A chi passando da qui contempli questo pae­saggio notturno, parrà forse, così, più ridente e più bello. Quella sera, invece, non potevo posarvi lo sguardo senza provare uno strano magone. Tutte quelle luci, specie quelle dei lampioni che illuminano la strada, mi ferivano dolorosamente. Sembravano volersi prendere gioco di me, sconsacrare i silenzi di allora e confondermi in modo che io non vedessi le care immagini della mia fanciullezza. La fanciullezza è per gli uomini, quasi sempre, uno scrigno di felicità , non perdute però, se di continuo possiamo tornare a frugarci e tirarne fuori nuova linfa per la gioia del tempo a venire. Come negli scrigni dei Re Magi si mescolano insieme all’oro dei ricordi la mirra della malinconia che ha anch’essa i suoi piaceri, e sono anzi tra i più alti e nobili di cui all’uomo sia dato godere.
Quasi tutti questi elzeviri, vengono fuori da quello scrigno che mi porta a ricercare nelle favolose felicità del tempo passato un rifugio e una consolazione preziosi per quello a venire.
Questa ricerca è però cosa pra­ticata solamente da noi moderni. Fra gli antichi, neppure Ovidio ne fu tentato: nemmeno nei lunghi anni dell’esilio si mise nelle condizioni e nelle disposizioni di rincorrere ad una ad una le andate felicità. Gli uomini e i poeti dell’antichità classica erano intenti a scrutare la natura, della quale furono mirabili imitatori, piuttosto che gli intrighi dell’ani­ma umana; a narrare o a immaginare i grandi fatti della terra e del cielo, dove la terra era popolata di eroi simili a Dei e il firmamento abitato da Dei simili agli uomini.
Non ebbero i complicati e delicati sentimenti di noi moderni; e se anche li avessero avuti, sarebbe loro sembrata una manifestazione di debolezza a trascriverli come noi facciamo.
Il Leopardi notò nello Zibaldone che «la sensibilità era negli antichi in potenza ma non in atto come in noi ».
Mi piace pensare che furono i tempi, venuti sempre più rapidamente mutando, a cambiare gli uomini, operatori assidui di quelle mutazioni di pensiero, di sentimenti, di co­stumi. Ora il genere umano si dedica per­fino a cambiare il corso della natura, con pessimi risultati che sono davanti ai nostri occhi. Scrisse Giovanni Arpino: “Noi avveleniamo il globo e il globo ci restituisce i veleni”. Niente di più vero. Così procedendo, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, andiamo incontro ad un’estrema infelicità: causa, secondo me, di questo nostro cercare rifugio col pensiero e con la fantasia nelle felicità della gioventù.
Dove ho accennato agli antichi, avrei po­tuto dire che nell’età adulta non facessero della fanciullezza il conto che noi ne facciamo; o che, per il rigore e la durezza dell’edu­cazione, per le privazioni o per le minori tenerezze godute, ricordate gli spartani, ne serbassero che pochi, vaghi ricordi.
Del resto i loro Dei, che si erano creati a loro immagine e somiglianza, avevano volti e storie senza età, senza fanciullezza né ado­lescenza. Pensate a Venere, o a Minerva la quale, bene sappiamo, fu partorita adulta e armata di tutto punto, dalla testa di Giove.
Così man mano che i capelli imbiancano e con l’aggravarsi del peso degli anni sempre mi riesce, anche con piccoli semplici espedienti, di ricreare in me l’incantesimo degli anni andati: gli anni dell’immaginazione e della speranza, quando è facile trovare il tutto nel nulla, o appena nelle bolle di sapone soffiate da una cannuccia d’erba o nella carezza di un raggio di sole nei meriggi di primavera.
E più invecchio, più mi succede di tra­sferirmi in un mio mondo irreale, dove le imma­gini sono vaghe, indeterminate, poetiche, simili appunto a quelle del fantasticare fanciullesco; dove io dimentico ogni affanno di questi giorni difficili, non mi sgomenta il futuro, l’età non mi è più di alcun peso, quasi perdo il senso del tempo in una tenerezza indescrivibile e indefinita.
Mentre vivo questo stato felice, che ora mi esalta e ora mi quieta, lo spirito torna come ai bei tem­pi libero e lieve. “Rifiorisce l’immaginazione, nella quale consiste tutto il bello di questo mondo”, come ancora notò il Leopardi. Così, nel silenzio, il mio fantasticare riprende le ali.
Seduto dove sedeva mio padre perdo il senso del tempo e torno a quegli anni lontani. Mi risvegliano i rintocchi lontani di una campana e mi par di sentirlo: “Allora, cosa mi racconta oggi Salvuccio?”.

 


-- SCARICA IL PDF DI: L’INCANTESIMO DEGLI ANNI PERDUTI --


Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata