L’idea che la scienza sia neutra – eticamente, ideologicamente e politicamente – è un’idea che affonda le sue radici nell’illuminismo e, più avanti, nel positivismo. Ed è nient’altro che l’idea di una modalità della conoscenza umana che si pone ad un livello più alto, più certo, più razionale rispetto ad altre modalità, quali ad esempio la religione e l’arte.

L’equivoco fondamentale consiste nella premessa da cui si parte: tutto ciò che è razionale è migliore, più alto, assoluto, di ciò che invece non lo è. Un equivoco che rivela la natura ideologica di questa premessa: che cioè il razionale e il non razionale siano esclusivi, non sovrapposti, dove c’è l’uno non può esserci l’altro e viceversa.

La razionalità della scienza, ovvero il carattere oggettivo della sua conoscenza, è indubbio. Ma appartiene all’ambito della metodologia scientifica, e di una particolare declinazione della scienza che è quella della cultura occidentale. Ogni azione scientifica, ogni passaggio significativo del fare scienza, ogni singolo esperimento si ancorano ad una precisa procedura – complessa e definita – che corrisponde al metodo scientifico, caratterizzato dalla replicabilità delle condizioni sperimentali, dalla formalizzazione (e dove possibile dalla matematizzazione) dell’impianto sperimentale, dalla corrispondenza al criterio della verifica empirica delle teorie (ovvero la necessità imprescindibile che queste siano formulate in modo da poter essere falsificate), e così via.

Bisogna però ammettere che il metodo è solo una parte della scienza. Probabilmente quella in cui più facilmente si genera l’equivoco di cui si parlava sopra.

I problemi, le questioni che si pone la scienza non sono “razionali”. La scelta di priorità fra un problema e un altro non è razionale. I bisogni fondamentali cui la scienza cerca di dare risposte non sono razionali. La selezione di una teoria scientifica fra le tante possibili prima ancora che attraverso la verifica empirica si fa attraverso l’applicazione di modelli – conoscitivi ma anche valoriali – che non sono direttamente “sperimentabili”. Si fa cioè aderendo ad un paradigma, che qualche autore più coraggioso ha chiamato “episteme” e qualche altro più pratico ha invece definito “il pensiero e il sentire dominante di un’epoca”.

Lo sviluppo tecnologico della conoscenza scientifica nel mondo occidentale, con l’impulso poderoso ricevuto nel XIX secolo, non nasce da una maggiore vicinanza della cultura dell’occidente alla realtà oggettiva, bensì da un paradigma conoscitivo – quello cosiddetto positivo – che corrisponde alla forma precisa che in occidente ha preso il complesso rapporto fra produzione dei beni materiali, proprietà dei mezzi di produzione di quei beni, bisogni soggettivi e lavoro.

E’ per questo, infatti, che si afferma nel mondo l’idea che non può esserci sviluppo, crescita, innovazione tecnologica, fuori dal modello che è nato da quella forma: il capitalismo, nelle sue diverse ma equipollenti declinazioni. Un’idea che non è sbagliata. Ma semplicemente parziale, poiché è generata da quello stesso paradigma che ha generato lo sviluppo di quella cosa che noi – assolutizzando – chiamiamo scienza.

Proviamo a pensare uno sviluppo diverso, dentro un paradigma diverso.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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