Gli slogan del Presidente del Consiglio Matteo Renzi sono sempre stati improntati all’insegna del dinamismo. Insediatosi a Palazzo Chigi, ha presentato il proprio Esecutivo come un “Governo del fare” ed, anche recentemente, ha affermato in più occasioni che, grazie alla propria azione, «l’Italia ha ripreso a marciare; si tratta ora di rimetterla a correre».

Prescindo dalla valutazione se sia o meno vero che l’Italia stia marciando. Non nascondo invece che questa metafora sportiva della azione di Governo, in cui il politico si pone come allenatore col fischietto in mano a scandire il ritmo con cui i cittadini devono correre (produrre), mi risulta piuttosto antipatica: in primo luogo perché sottende una concezione padronale della politica, ed in secondo luogo perché il benessere di una comunità, ossia la felicità delle persone che ne fanno parte, non dipende dal fare in sé, ma, semmai, dal fare rivolto ad un fine buono.

Quale è il fine buono per una comunità? Ebbene: in questo campo il pensiero filosofico classico, in particolare quello di Aristotele, è tuttora quello che fornisce le indicazioni migliori. Aristotele comprese che per gli uomini è sicuramente prioritario disporre del necessario per vivere: abitazione, vestiti, cibo, nonché una serie di “servizi pubblici” essenziali. Tuttavia, poiché agli uomini non è sufficiente vivere, ma è necessario vivere bene, egli sapeva che la vita buona non può essere una vita strumentalmente dedita al fare, bensì deve essere una vita finalizzata alla realizzazione della propria stabile natura razionale e morale, la quale richiede soprattutto attività non legate al denaro. E’ in merito emblematica l’immagine aristotelica del Motore Immobile.

Aristotele, ricercando le cause del movimento, comprese che ogni ente che si muove, ossia che muta, deve essere mosso da qualcosa. Poiché però non si può andare all’infinito nella ricerca delle cause – una causa prima ci deve essere, altrimenti nulla avrebbe spiegazione –, egli mostrò che necessariamente deve esserci qualcosa di sempre in atto e non a sua volta mosso, un “primo motore” del tutto. Questa realtà, di cui Aristotele parla in poche pagine della sua opera, è stata definita Motore Immobile.

Siamo da tempo abituati a criticare – giustamente – l’immobilismo della politica italiana. Immagino che, a qualche lettore, le figure della filosofia e della immobilità politica possano sembrare associabili nella critica: ambedue infatti, nel sentire comune, “non fanno nulla”. Tuttavia, a parte che il pensare (per poi realizzarli) temi importanti è anch’esso un fare, il dato interessante della riflessione aristotelica è che il divino è immobile in quanto perfetto. Esso è immobile, infatti, in quanto sta bene così, ossia non ha bisogno di nulla, non manca di nulla, non deve affannarsi per raggiungere qualcosa.

Gli uomini, naturalmente, non sono dei, e pertanto devono anche fare, ossia produrre il necessario per la (buona) vita. Tuttavia, se si concorda con Aristotele che il pensiero è l’attività più perfetta, e l’immobilità – il non mancare di nulla – la condizione più perfetta, risulta evidente che la produzione senza fine e la mobilità senza limite propagandate da molti Governi, sono le attività e le condizioni meno perfette, ossia quelle meno adatte a realizzare una buona vita. Non è infatti una buona vita quella che impone, per sussistere, di lavorare un numero crescente di ore e di anni sempre più lontani da casa e sempre più precari, senza che sia presente un progetto generale finalizzato al bene comune. Il lavorare ed il produrre sono infatti attività strumentali, utili solo se finalizzate ad un fine buono, non in sé stesse. La crescita del Pil – che si può realizzare appunto anche inserendo nelle statistiche ufficiali armi, droga e criminalità –, di per sé, non conduce ad una buona vita comunitaria. In questo senso il Motore Immobile di Aristotele ci insegna molto di più di alcuni politici di oggi, aspiranti personal trainer ma in realtà più simili alla famosa mosca cocchiera della favola di Fedro, la quale, sedendosi sul carro trainato da un possente cavallo, era convinta, dandogli ordini e strepitando, di essere lei a farlo muovere; salvo essere smentita dalla evidenza, e dal cavallo stesso.

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