Qualche settimana scrivevo su questo blog a proposito dei luoghi comuni che circondano “la vita altrove”. L’altrove era in quel caso New York. I luoghi comuni erano ciò che imbelletta l’esistenza quando ci si sottrae alla quotidianità e ai posti abituali. Per chi – come Chatwin – trova nel viaggio un’energia rinvigorente, gli spostamenti temporanei possono rivelarsi pericolosi. Offrono la volta dell’intelletto a un cielo di giudizi affrettati. L’entusiasmo del viaggiatore pianifica vite, immagina case, vede traslochi. La fantasia proietta albe e tramonti sui giardini di nuove dimore dove finalmente condurre una vita in pace: col proprio futuro, con i propri ideali e persino con il vicinato.

Il viaggiatore ha gli occhi che luccicano, ma si sbaglia. Ogni “innamoramento” mostra alla lunga i propri “difetti”. E così capita anche al migliore dei posti possibili. E tuttavia, i suoi giudizi hanno un merito. Sono riflesso di un meccanismo psicologico di grande importanza: la nostra spontanea tendenza a immaginare un posto migliore in cui vivere. Si tratta di un’attitudine preziosa, una forma di amore per i propri luoghi. Il desiderio di crescere in un contesto in cui la vita sia più “giusta”, egalitaria, con più opportunità per noi e per i nostri cari. È questo istinto che ci spinge a desiderare una società in cui si collabori, in cui le cose siano fatte bene, con intelligenza, dove ognuno abbia modo di assecondare le proprie aspirazioni e possa dare un’occasione al proprio talento. Non si tratta del monotono ordine del perbenismo fine a sé stesso. Si tratta semmai di un istinto naturale a vivere in un ambiente che permetta di tirare fuori il meglio di sé. 

Ne parlo adesso poiché sono in viaggio e – pensandola come Chatwin – rischio anch’io facili entusiasmi. L’Italia è appena reduce dai suoi ultimi cataclismi: gli alluvioni qualche settimana fa, gli incendi nei boschi adesso. Sopratutto penso a quello dei Monti Rossi, vicino Nicolosi, e a quello di Cavagrande che ha distrutto la riserva naturale coi suoi due laghetti. I facili giudizi sul come sarebbero andate diversamente le cose in altre parti del pianeta sono una tentazione pericolosa. Sotto gli effetti dell’emotività ferita rischio di dire sciocchezze, d’immaginare un altrove migliore che in realtà non c’è. Nel tentativo di sottrarmi a simili semplificazioni, assumo allora una buona dose di cinismo: il mondo è ovunque un disastro, la vita è sopraffazione, il migliore dei luoghi possibili non esiste. Orgoglioso della mia forza auto-suggestiva mi rallegro per la mia nuova posizione intellettuale: meglio un cauto scetticismo che molti facili entusiasmi. A essere cinici non si rischia mai.

Arriva il weekend e mi concedo una passeggiata a Long Island. Dopo tanta fatica ideologica una camminata è quel che ci vuole. Nel giro di poco mi ritrovo in un paesaggio da set cinematografico. Case in fila ordinate e colorate. Aiuole curate. Panchine e piste ciclabili. Negozi e insegne. Ho subito due pensieri. Il primo è: “la forma non è necessariamente sostanza” (diffido sempre dai paesaggi troppo ordinati). Il secondo: “questi americani vanno pazzi per la manutenzione!” (le case sono rifinite e la vernice delle facciate non lascia trapelare neanche una piccola crepa o sbavatura).

Poco dopo ne parlo scherzosamente con un barista del posto. Mi spiega che sì, alla manutenzione ci tengono, ma che se le case sembrano nuove perché in effetti lo sono. “Due anni fa c’è stato un uragano. Ha spazzato via tutto. C’era l’esercito. Dopo le sei non si poteva uscire. Per evitare che gli sciacalli rubassero nelle case. La corrente elettrica non arrivava più. I piloni erano crollati. Molti edifici erano stati spazzati via. Altri erano invasi dalla melma e dalla fogna che era straripata a causa degli smottamenti. Io e la mia famiglia ci siamo rifugiati sul tetto. Di quel che vedi adesso non c’era nulla”.

Vero. Sandy. L’uragano. Contro le stime meteorologiche che lo davano solo moderatamente pericoloso, fu un disastro. Alcune persone persero la vita. I danni ammontarono a 65 miliardi. Era il 2012. In meno di due anni ogni cosa è stata ricostruita. Passando nella zona, adesso si vedono villette residenziali con la discesa a mare e la barca ormeggiata davanti al giardino.

Due anni. Mi sento venir meno. Altro che cinismo. Ripenso alle disgrazie italiane. Il Vajont, Genova, gli incendi dolosi in Sardegna e in Sicilia. Ripenso alla disoccupazione e alle inevitabili disperazioni che comporta. Ripenso al terremoto dell’Aquila, alle intercettazioni di chi festeggiava in vista di mazzette. Ripenso a questi luoghi feriti, ai soldi prosciugati di tangente in tangente, a quanto poco sia stato fatto.

Non voglio cadere nei luoghi comuni del viaggiatore. Ma non sopporto neanche il cinismo di chi non vuole rovinarsi la domenica. La mia ormai lo è. Torno a casa con in testa qualcosa che sfugge a qualunque precauzione metodologica. Non è un giudizio. Né tantomeno un sogno. È solo una domanda. Emotiva, semplice e anche ingenua. Qualcosa che suona più o meno così: “e se un luogo migliore fosse possibile”? 

A proposito dell'autore

Scrittore e filosofo della biologia

Emanuele Coco, scrittore e filosofo della biologia, è stato Marie Curie Fellow presso la École des hautes études en sciences sociales (EHESS) di Parigi. Tra i suoi libri: Il circo elettrico delle Sirene, Codice 2013; Egoisti, malvagi e generosi. Storia naturale dell’altruismo, Bruno Mondadori 2009. È autore di readings e performance dedicati all’incontro tra filosofia, biologia e narrativa. Tra questi: Consigli pratici per evoluzionisti spaesati, spettacolo e doppio CD prodotto dal Festival della scienza di Genova con la partecipazione di Elio e le Storie Tese e Leo Gullotta.

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