di Agnese Maugeri

Lui, Enzo Ceccotti, un sopravvissuto alla vita, segnato da un’esistenza passata al confine tra il bene e il male cercando di arrancare senza mai applicarsi ma usando i soliti mezzi pseudo furbi per “tirare a campare”, sociopatico, abulico, si nutre a pane e film porno fin quando non li sostituirà con Jeeg Robot.

Lei, Alessia, vicina di casa di Enzo, una donna esternamente ma una bambina nel suo animo, apparentemente pazza ma di una follia fatta di sorrisi e ingenuità per celare qualcosa di più grande, un Lo-chiamavano-Jeeg-Robot-1-1024x607trauma vissuto che rifiuta di affrontare, un cuore buono che si rifugia nel cartone animato di Jeeg Robot e spera fortemente nell’arrivo del suo amato supereroe.

Un giorno durante uno dei tanti tentati furti, Enzo cade nelle acque del Tevere. Uscito si trova ricoperto di una strana melma e poche ore più tardi scoprirà di avere dei sueper poteri che lo rendono fortissimo. Inizierà a usare il dono ricevuto per rubare e scassinare con più facilità, poi però la vicinanza di Alessia e la visione di Jeeg Robot gli farà comprendere che forse i poteri possono servire per qualcos’altro. “A: c’è un sacco di gente da salvare E: a me la gente me fa schifo A: non è che ti puoi tirare indietro è per questo che c’hai i super poteri”.

Come ogni super eroe anche Enzo ha il suo villain, Lo Zingaro. Un incrocio tra un tronista e joker (nella versione di Ledger). Estimatore della musica pop anni 80 italiana e delle sue icone femminili, follemente infatuato di se stesso, perennemente sopra le righe, Lo Zingaro, è il capo di una batteria di scapestrati che cerca la “svolta”. Ma quello che a lui maggiormente interessa è “lascià un segno” per tanto, cerca di sfondare nel mondo d’oro dello spettacolo, dove molti anni prima aveva tentato di entrare tramite il programmalo-chiamavano-jeeg-robot-2015-gabriele-mainetti-01 Buona Domenica.

Sono loro i protagonisti di “Lo chiamavano Jeeg Robot” l’opera prima del regista Gabriele Mainetti che ha saputo magistralmente unire elementi tipici del mondo dei fumetti americani o, come nel caso di Jeeg, manga rendendoli seriamente italiani.

Il Film uscirà nelle sale il 25 febbraio, se pensate di andare a vedere il solito movie di supereroi magari scopiazzato dalla Marvel vi sbagliate, “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un prodotto, innovativo nel nostro cinema ma soprattutto è una chiara eccellenza italica. Ne è dimostrazione il cast, due bravissimi attori, Claudio Santamaria che interpreta Enzo e Luca Marinelli nei panni di Lo Zingaro, entrambi meravigliosi nel rappresentare i disaggi dei personaggi, celati o da una corazza di muscoli e grasso o da uno sguardo iniettato di pura follia.

Girato interamente a Tor Bella Monaca nella periferia romana, anche in questo Mainetti non ha voluto modificare nulla, rispettando la naturalezza del luogo, infatti il quartiere non viene trasformato in Gotham City ma resta lo stesso di sempre, il posto più adatto dove ambientare la storia.

Lo chiamavano Jeeg Robot è un lavoro perfetto, funziona in tutto, attori bravi, idea geniale, regia superba, inoltre il film è scritto benissimo è una storia che ha uno snodo narrativo davvero originale ma non solo, sa essere ironico, divertente con battute irriverenti, ma allo stesso tempo è profondo e riesce a far riflettere lo spettatore.

Abbiamo incontrato Gabriele Mainetti all’anteprima del film a Catania, presentata dalla giornalista e Rome Film Festival 2015critica cinematografica Ornella Sgroi.  Il regista ha gentilmente risposto alle nostre domande, svelandoci qualche dettaglio in più sul suo bellissimo lavoro.

Nel tuo film ritroviamo tutti gli elementi classici dei fumetti, partendo proprio dal supereroe e dal corrispettivo villain, spiegaci meglio queste figure?

«Ho voluto rappresentare il classico viaggio dell’eroe che affronta il protagonista, lui cerca, crede di aver trovato il tesoro e invece quando lo perde si rende conto che l’importante è aver vissuto l’avventura e non aver stretto tra le mani l’oggetto desiderato. Questo è il senso del film, in tutto ciò Enzo è cotrabilanciato dalla sua nemesi il villain, Lo Zingaro che è esattamente il suo opposto. Ceccotti è un uomo sociopatico, detesta le persone vuole passare inosservato, rifugia da qualsiasi tipo di relazione, invece il villain pensa di esistere proprio perché è visto, desidera i riflettori sempre puntati su di lui, il suo percorso è una vetrinizzazione del sociale, ricerca le telecamere di sorveglianza durante i suoi colpi e davanti ad esse realizza dei video come i più noti youtuber. Sono due volti di una stessa medaglia entrambi in cerca di qualcosa che gli migliori la vita, solo che Enzo non vuol vedere ciò che succede intorno a se e nel suo percorso imparerà a osservare, lo Zingaro invece guarda soltanto se stesso e desidera, spera, che tutti lo vedano, perché se no non si sente amato».

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è un titolo davvero originale da dove è nato?

«Culminare due elementi che appartengono al genere cinematografico migliore, è questo ciò che ho fatto. “Lo chiamavano Trinità” è uno dei film di più grande successo nella storia italiana. “Jeeg Robot” è un supereroe famosissimo, nel film è la grande passione di Alessia che attende l’arrivo del suo Jeeg perché lei crede fortemente nella sua esistenza».images

Credi che il film possa essere indirizzato a un pubblico settoriale?

«No, non più. Prima pensavo di avere un target definito invece al festival del cinema di Roma dopo la proiezione ho trovato consensi dal pubblico di tutte le età dai 10 agli 80 anni, è stata una cosa sorprendente per me tant’è che la casa di produzione la Lucky Red ha deciso di intensificare l’investimento e portarlo in più sale».

Come spieghi questo successo ottenuto al festival del cinema di Roma, pensi sia merito dei superpoteri !?

«Siamo un caso nazional popolare forse si, perché i super poteri fanno sognare trasversalmente e in più in questo film sono del tutto italiani. Il battesimo del protagonista alla sua nuova vita da supereroe avviene infatti nel Tevere. Noi siamo ancorati alla nostra periferia agli elementi migliori del nostro cinema neorealista perché non volevamo cadere in qualcosa di estraneo, noi non abbiamo uno storico di supereroi».

Il tuo non è il primo film in Italia che parla di un supereroe, nel 2014 uscì il film di Salvatores “Il ragazzo invisibile” che affrontava la stessa tematica.

«Posso dirti che io avevo fatto il casting prima di lui, solo che lui si chiama Salvatores. La data del soggetto di Lo_chiamavano_Jeeg_RobotJeeg è del settembre 2010 lo ricordo ancora, poi nel 2013 rinviavamo la partenza delle riprese da mese in mese e alla fine abbiamo iniziato nel marzo 2014».

Sei alla tua prima opera ed è innegabile dirti che sei molto talentuoso, c’è un regista o un filone del cinema italiano a cui ti ispiri?

«Io sono un cinefilo convulsivo mi piace molto il cinema italiano, quello asiatico e l’americano. Per me è stata una scelta viscerale quella della regia, probabilmente perché da ragazzino i momenti di condivisione più belli erano con la mia famiglia, quando mio padre diceva “adesso si guarda o 007 o Indiana Jones o Monicelli. Basta non c’è altro”; poi ho fatto tutti gli studi e alla fine ho scelto di raccontare le storie, non la regia. Proprio per questo io devo capire a fondo una sceneggiatura, ogni virgola, perché se no non so metterla bene in scena. La sceneggiatura del film è di Nicola Guaglianone e Menotti, che sarebbe Roberto Marchionni in arte Menotti, lui è stato un fumettista di Frigidaire fino al 2005, poi è impazzito ed è diventato sceneggiatore!»

Parlaci dell’unico personaggio femminile Alessia. Qual è esattamente il suo ruolo all’interno della storia?

«Alessia è il vero supereroe del film, un personaggio meraviglioso interpretato da Ilenia Pastorelli, che nasce dalla libera fantasia deglilcjr_5_20151016_1903654707-1150x748 sceneggiatori che hanno creato questa sorta di Candy Candy della periferia. Lei è davvero “Il fiore che è cresciuto sull’asfalto e sul cemento” come cantava Jovanotti in Serenata Rap, è il cardine attorno al quale ruota tutta la storia, perché il personaggio maschile senza lei non prende coscienza della sua identità. Si è rifugiata dopo un brutto trauma, dentro un mondo cartonato dove tutto è bello, lei è una donna all’esterno con una bambina intrappolata al suo interno e si ribella a tutta l’atmosfera negativa che ha attorno con i suoi sorrisi. Mi piace dire che il personaggio di Alessia vomita arcobaleni ed è fondamentale nell’iter di Enzo, perché sarà una sorta di grillo parlante del nostro protagonista. Alessia appare come una pazza perché vive una fortissima dissociazione per non fronteggiare un male che ha nel profondo, ma continua a sperare, scegliendo il cartone di Jeeg Robot come veicolo espressivo, è l’unica che nel film vede e capisce Enzo nel suo animo. La dissociazione di Enzo, invece, è fatta da una corazza di 20 kg di muscoli e grasso, causa di un male vissuto nel tempo che, Claudio Santamaria si è costruito addosso raggiungendo i 100 Kg, lui neil film ha una forte fisicità che esprime a pieno il suo animo e il potere  acquisito, inoltre è un professionista strepitoso».

Hanno definito “Lo chiamavano Jeeg Robot” un film d’autore, senti d’appartenere a questa definizioni o collocheresti il tuo film in un’altra sezione?

«Io credo nei bei film e nei brutti film, il “genere d’autore” è una definizione che mi disturba molto, “d’autore” è una parola troppo importante. In Italia abbiamo pochi intellettuali e pochissimi autori e purtroppo oggi molti si sentono figli dei giganti di una volta, sbagliando. È vero che gli autori di 60 anni fa sono immensi, ma non dobbiamo di certo farli cadere noi. Il mio film è tutto italiano ma le dinamiche 356703-900x600drammaturgiche sono quelle aristoteliche da sempre, c’è un soggetto che deve risolvere un conflitto e ogni volta che pensa di esserci riuscito il divario tra lui e il problema si amplia. Gli americani sono dei nerd di queste leggi, noi italiani spesso li aggiriamo e possiamo permetterci ciò proprio perché abbiamo avuto in passato dei grandi esploratori della forma, delle angosce profonde, dei conflitti interni, che sono poi la cosa più complessa da raccontare al cinema, dove tutto si incentrata tra uomo e ambiente. Nel teatro si vive più a fondo il dilemma interiore, così come nel romanzo si può dar voce ai pensieri di una persona; nel cinema si dice che quando si usa la voce fuori campo inevitabilmente allontani lo spettatore dalla possibilità di emozionarsi. Ma poi in realtà tutto viene contaminato, i mondi si mescolano e il cinema diventa teatro, letteratura e, perché no, anche fumetto».

Agnese Maugeri

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