Non capita tutti i giorni che uno piuttosto attempato come me si ritrovi a preparare un colloquio per il conseguimento dell’abilitazione a giornalista/pubblicista. Se le sfide non si raccolgono fino a quando arriva il momento di tirare le cuoia, di sicuro si muore molto prima di quel momento!

Il materiale, consegnato dall’Ordine Regionale dei Giornalisti e utile al colloquio, è soprattutto un volume collettaneo dedicato alla deontologia della professione, nelle tante infinite declinazioni in cui questa è stata formulata e si è sistematizzata.

Dopo l’iniziale sconcerto, dovuto al fardello delle tante cose da fare leggere scrivere, devo ammettere che ho trovato interessanti almeno due cose: la prima è la certosina, apparentemente ossessiva, attenzione per gli aspetti etici e – appunto – deontologici del lavoro giornalistico, che si può facilmente intuire come necessaria per una professione che maneggia quel materiale caldo della contemporaneità che è l’informazione. Per quanto consapevole che la gran parte delle cose apprese riguarderà solo tangenzialmente ciò che faccio e continuerò a fare in ambito giornalistico (ed è ovvio: non farò mai cronaca, non mi occuperò mai di “notizie”, è improbabile che lavorerò mai a un dossier di documenti “fattuali”, i miei interessi essendo e restando quelli che si riassumono nel concetto di “scrittura di opinione”), ho trovato istruttivo e “formativo” attraversare tanti punti caldi della questione della responsabilità che un giornalista ha nei confronti del mondo (o, più concretamente, dei suoi lettori e delle persone “raccontate” negli articoli).

L’altro elemento, questo problematico, che ha attirato la mia attenzione è la frequenza con la quale nel testo ci si riferisce ad una dimensione dell’informazione, quella dell’obiettività. Confesso che qui mi sono un po’ perso. Troppe letture si sono aggrovigliate dentro la mia testa per lasciarmi scivolare quel concetto senza inceppature. Troppo pensiero critico ha abitato le mie riflessioni sul linguaggio, i segni, i discorsi e il loro rapporto col mondo (qui lasciamo la nozione al suo stato astratto, come la intenderebbe un logico), che è l’unico rapporto che dovrebbe regolare il valore di verità di una produzione segnica.

Il punto è: possiamo credere che l’obiettività esista, e che esista nella sua forma fondamentale di “aderenza” all’obietto (all’oggetto) della proposizione che lo inerisce (il fatto e la notizia del fatto). Ma questo ci pone completamente dentro al paradigma logico della verità: una proposizione è vera se si dà come verificato lo stato del mondo descritto dalla proposizione stessa (una robetta da poco!).

Se ci allontaniamo da quel paradigma e assumiamo quello della semiotica, che vede il linguaggio come uno dei pezzi di cui si compone il mondo, uno stato del mondo che ha la caratteristica di assumere altri stati del mondo come suoi elementi interni, allora tutto cambia: l’obiettività è un concetto sfuggente, che arretra, più simile a un limite matematico che a una qualità ontologica. Chi lavora quotidianamente con l’informazione sa bene come il linguaggio, la grammatica, la sintassi, la topologia del giornale (che rimane lo strumento paradigmatico dell’informazione) rendono la nozione di “obiettività” molto problematica. Ammettendo certamente una sorta di gradiente decrescente mano a mano che ci si allontana dalla cronaca e ci si avvicina alla politica.

Ecco. La questione è proprio questa: e se il concetto di “obiettività” fosse uno strumento politico? Uno strumento inconsapevolmente ma inesorabilmente politico, assolutamente nel senso di “ideologico”? Ma forse è solo che appartengo ad una generazione che si è formata nella convinzione che il massimo dell’obiettività si raggiungeva – negli anni in cui esistevano i cosiddetti giornali di opinione e i cosiddetti giornali di partito – proprio, paradossalmente, in questi ultimi.

Se la verità è corrispondenza fra il detto e il non detto, allora forse il massimo di verità si raggiunge col minimo di non detto!

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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