Antonio Gramsci, in un suo scritto pubblicato sull’Avanti il primo gennaio del 1916, intitolato “Odio il Capodanno”, esprime una forte avversione per i capodanni e per i festeggiamenti delle ricorrenze in genere.

Il filosofo comunista argomenta che non c’è ragione per festeggiare il capodanno perché tra il vecchio e il nuovo anno non c’è alcuna soluzione di continuità, ovvero nessuna cesura, in quanto il tempo continua a fluire senza alcuna interruzione. Le date e le ricorrenze non fanno altro che ingannarci – spiega Gramsci -, giacché tra il 31 di dicembre e l’uno di gennaio non ci si trasforma taumaturgicamente in persone nuove, diverse, non ci si risveglia in un tempo anch’esso nuovo che non appartiene al vecchio. Insomma siamo gli stessi di ieri con i medesimi problemi di ieri. Gramsci aborre i capodanni perché divenute scadenze fisse in cui fare bilanci e preventivi, trasformati in totem del capitalismo consumistico. Ma detesta finanche i buoni propositi e il pentimento per gli errori compiuti che connotano questa festa, perché per fare ciò non bisogna attendere delle date prefissate ma bisognerebbe farlo ogni giorno.

GRAMSCIScrive Gramsci: “Perciò odio il capodanno.  Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo”.

Concordando con lui che il tempo fluisce senza alcuna soluzione di continuità ma anche sugli eccessi e gli sprechi di ogni tipo, tuttavia non arriviamo a odiare il capodanno che non vediamo come una “scadenza fissa”, ma come un cadenzare il tempo, un momento di riflessione per chiederci se stiamo facendo bene o male ed eventualmente per continuare sulla buona strada o invertire la rotta, almeno provarci, ma anche solo un momento di svago per chi altrimenti non ne avrebbe occasione.

Sì, è vero, dovremmo/potremmo farlo ogni giorno senza aspettare una data prefissata, ma festeggiare il capodanno non esclude che ognuno di noi non possa proporsi di rinnovarsi quando e come vuole.  E d’altronde c’è chi il suggerimento di Gramsci dei propositi quotidiani l’ha preso alla lettera, parliamo di un suo “epigono”, Matteo Renzi (chissà se a sinistra tutti siano d’accordo nel definirlo epigono), che di proclami, annunci e promesse da quando è al governo ne ha fatti a raffica, tanto che qualcuno gli ha diagnosticato la sindrome dell’annuncite. Tutti ricorderanno che non appena soppiantato serenamente il suo predecessore, Enrico Letta, annunciò dal Quirinale che il suo governo avrebbe concretizzato una riforma al mese.

Ma vediamo in realtà com’è andata. Crescita economica e maggiore occupazione, ma i dati finora gli danno torto.  Una legge sul lavoro che garantisse “stesse regole per tutti”, ma il Jobs Act penalizza i nuovi assunti rispetto ai vecchi. Il pagamento di tutti i debiti della pubblica amministrazione alle imprese, ma al 30 ottobre sono stati pagati soli 32,5 miliardi su un totale di 57 miliardi, di cui solo 9 sono stati stanziati dall’attuale governo, il resto è eredità dei governi Monti e Letta. Diciotto miliardi di tasse in meno, ma la pressione fiscale è aumentata. Le riforme istituzionali, di cui in particolare la legge elettorale, da approvare entro il 30 settembre, che erano la priorità assoluta del suo mandato, sono ancora in forma embrionale e non si sa quando vedranno la luce. La riforma della Giustizia che doveva arrivare a giugno è ancora in fieri, eccezion fatta per il decretino sulla giustizia civile. Il piano straordinario per l’edilizia scolastica e l’assunzione di 150.000 docenti sono ancora in work in progress.

Beh, adesso vorremmo dal Premier un altro annuncio, ma più che il proposito ci interessano i fatti: l’abolizione del volo di Stato “coatto” per i politici in vacanza”. Avverrà? Dopo che è stato colto con le dita nella marmellata?

Renzi, dunque, procede pedissequamente sul solco segnato da Gramsci per quanto riguarda i propositi, dimenticandosi, però di concretizzarli in fatti. Ci piacerebbe sapere il parere di Gramsci…

Salvo Grasso


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