di Katya Maugeri

Le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Ascoltiamoli.


– La bocciatura dello Stabile di Catania e del Biondo di Palermo, come teatri di interesse nazionale. Cosa ha suscitato in lei?

 «Ognuno risponde dei suoi silenzi e dei suoi interventi. L’amarezza è per quella che è stata la bandiera più bella di Catania nell’ultimo mezzo secolo che sarà comunque  prima o poi destinata ad alienarsi perché fuori dall’interesse nazionale, avrà un’esistenza grama e difficile, io temo che non solo dovrà ridurre la propria attività, temo che sia destinato a prosciugarsi e ad appassire».

– Possiamo quindi parlare di un silenzio omertoso…

«Il silenzio della città è il silenzio dei catanesi, non dobbiamo stupirci del silenzio di chi ha un nome , la città ha subito passivamente anche questa ennesima diminuzione come ne ha subito tantissime altre in passato, è una città che non ha memoria, che non ha la dignità del proprio essere».

E come si costruisce la memoria?

«Con il rispetto di  ciò che si è stati, credere in quello che si fa, invece Catania, è una città pronta a gloriarsi di qualche successo momentaneo ma poi ne rimane distante, estranea, non difende le sue conquiste. Lo Stabile fu una grandissima conquista perché è quello che ha portato la bandiera di Catania negli Stati Uniti, in Europa, in Asia».

– Lei vive a Milano da diversi anni,  come è percepita la situazione culturale in Sicilia?

«Ci fu un epoca in cui le prime dello Stabile dal “Giorno della civetta” a Liolà” erano un evento nazionale, adesso a malapena, si sa che esiste ancora lo Stabile di Catania».

– Si tratta di disinteresse culturale?

«Disinteresse tipico, noi non siamo capaci di difendere i nostri tesori, non siamo capaci di difendere il nostro patrimonio, un menefreghismo nei confronti di qualcosa che ci ha da sempre identificato».

– Quale potrebbe essere un piano d’attacco, per risolvere questa fastidiosa condizione?

«Io non vedo un futuro e non vedo speranza, ma io sono abbastanza pessimista».

K. M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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