Katya Maugeri

Affreschi che narrano drammi psicologici e sentimentali, i suoi romanzi, attraverso minuziosi dettagli diventano dei veri e propri viaggi introspettivi dove ritrovare sapori, odori e tradizioni. Domenico Cacopardo, ex magistrato, consigliere di Stato, e scrittore affermato, nella sua ultima opera ambientata in Sicilia, “Semplici questioni d’onore” (edito da Venezia Marsilio Editori), attraverso il protagonista condurrà delle indagini che lo porteranno ad indagare sul ruolo della mafia: dagli anni passati all’intromissione negli appalti pubblici, alla protezione goduta negli ambienti politici.
Domenico Cacopardo, ha trascorso la sua infanzia in Sicilia, ma quegli anni sono bastati per creare un legame indissolubile con la nostra Terra.

Da operatore del diritto e da uomo di cultura quali sono le sfaccettature diverse con le quali giudica il disinteresse degli intellettuali sui temi della legalità e sul malcostume?

«Occorre essere chiari, per evitare fraintendimenti e strumentalizzazioni. L’idea che l’intellettuale abbia dei «compiti» sociali è vecchia e superata da almeno un trentennio. Riecheggia antichi pregiudizi legati all’esperienza del socialismo reale posto in essere nei regimi sovietici. Lo stesso Gramsci –che pure aveva un’idea teleologica del lavoro intellettuale- non è mai arrivato a subordinare il proprio giudizio alla funzionalità etico-sociale della scrittura letteraria, storica, musicale, figurativa. Tanto è vero che negli anni ’80 si afferma il realismo trascendentale della Nuova Avanguardia (Chia, De Maria, Clemente e altri) a scapito del realismo più o meno socialista di cui è stato espressione italiana Renato Guttuso. Si afferma Leonardo Sciascia a scapito di tutti gli untorelli legati a una visione strettamente politica della narrazione. Legalità e malcostume sono concetti, rispettivamente, politico-sociale e morale, che esulano dalle esigenze e dai presupposti della narrazione e non sono idonei a esprimere un giudizio artistico sull’opera dell’intellettuale.
E poi, non è nemmeno vero che non ci sia interesse sui temi della legalità e del malcostume. Anzi è vero il contrario: nell’immenso numero di libri che si pubblicano in Italia, il mood è proprio quello di indicare al lettore tutti gli strappi veri, presunti e immaginari che si producono nei confronti della legalità e del malcostume dichiarati. Già, perché praticarli concretamente (i valori della legalità) è affare ben diverso da quello di proclamarli, facendo della proclamazione l’elemento caratterizzante di una poetica narrativa. Tornando a Sciascia, i suoi libri raccontano una realtà, quella che lui conosceva e percepiva, lasciando il giudizio ai lettori, mai anticipandolo in più o meno retorici proclami».

A distanza di oltre 20 anni da Tangentopoli, è realmente cambiato qualcosa sul fronte della corruzione nella Pubblica amministrazione?

«Non so se qualcosa è cambiato e, se è cambiato, come e in che misura. Il problema della corruzione non può essere risolto con la legge penale, con magistrati severi, con indagini a tappeto. Poiché il reato di corruzione è reato tipico dei pubblici funzionari e dei pubblici amministratori, lo strumento per prevenirlo e impedirlo è costituito dal diritto amministrativo. Cioè da norme che azzerino o quasi la discrezionalità di funzionari e pubblici amministratori costringendoli alla trasparenza e a procedure non truccabili. Il resto è saponata come dicevano i barbieri di un tempo. E occorre anche informarsi: non una delle fonti continuamente citate sulle dimensioni della corruzione italiana ha basi scientifiche. Il medesimo osservatorio internazionale viene redatto sulla base del numero di articoli di giornale che si occupano di corruzione. L’unica fonte che ha solide basi tecnico-scientifiche, l’osservatorio europeo ci pone, dal punto di vista della corruzione, nella media europea».

cacopardo-580x386Come educare il cittadino alla cultura della legalità o la legalità è una pratica riservata a pochi eroi?

«Non è compito dell’intellettuale educare qualcuno (e qui torniamo alla prima risposta). Compito di educare è della famiglia e della scuola. E sono la famiglia e la scuola a doversi fare carico di portare il tema della legalità tra i valori basilari della società italiana. La questione fondamentale è far comprendere come tra legalità e illegalità non sia possibile alcun compromesso, mentre nella vita quotidiana degli italiani (e dei siciliani) il compromesso è diffuso, è endemico. Qualsiasi transazione sui due termini dell’antinomia è diseducativa e costituisce quell’esempio vizioso, intorno al quale attecchiscono e si sviluppano i semi della corruzione morale del Paese. Forse un grande choc, più grande di Tangentopoli può creare le condizioni perché questo elementare e fondamentale assunto, presupposto di una civile convivenza, divenga di comune condivisione. Nemmeno magistrati e giudici hanno il compito di educare. Magistrati e giudici hanno un solo compito che è di altissimo valore sociale: applicare la legge secondo scienza e coscienza. Il Paese non ha bisogno di eroi: ha bisogno di persone che quotidianamente compiano il loro dovere, quello stabilito, appunto, dalla legge. Carlo Alberto Dalla Chiesa che mi è stato vicino in periodi rischiosi della mia attività, sosteneva che la migliore risposta da dare a chi intendeva sovvertire l’ordine costituzionale era di continuare a operare in modo serio e continuativo nell’ambito dei propri doveri d’ufficio. Con questo sistema furono sconfitte le Brigate rosse e simili organizzazioni. Rimane tanto lavoro da fare: nei confronti della mafia, della ‘ndrangheta, della camorra, della sacra corona unita, della criminalità internazionale insediatasi nel nostro Paese. Condivido però l’opinione di Lupo-Fiandaca: la mafia non ha vinto né vincerà.
Si sorprenderà del fatto che non ho ancora inserito una damnatio della politica. Non l’ho inserita né la inserirò, perché la considero (la damnatio in cui sono specializzati gli specialisti di parole, non di fatti), una manovra evasiva: se è della politica la colpa di tutto, noi siamo innocenti, forse eroi. Ma la politica non è categoria isolabile dalla società. La cattiva coscienza sociale produce una cattiva politica e viceversa, in una continua interazione, della quale il dominus è, comunque, il comune sentire. Non è questa la strada.
Giovanni Falcone è l’unico magistrato ad avere condotto in porto un processo, il maxi, nei confronti di 460 imputati di mafia. Il suo metodo, sempre rigorosamente induttivo, mai deduttivo, è stato premiato. Altri procedimenti così efficaci e così risolutori non si sono visti. Per questo motivo e perché –combattuto da tanti che oggi si dichiarano suoi amici- era il più autorevole candidato a diventare Procuratore nazionale antimafia, il crimine l’ha ucciso a Cinisi.  Non per altro. E per lo stesso motivo è stato assassinato Paolo Borsellino, l’unico che avrebbe potuto raccogliere il suo testimone. Il metodo, infatti, usato da entrambi a Palermo, a livello nazionale avrebbe prodotto il cambio di marcia di cui ancora oggi abbiamo necessità. E questo la mafia non poteva subirlo. Il resto, come ho scritto, prima, è saponata».

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