di Katya Maugeri

Continua la nostra inchiesta, le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia.
Dopo Leo Gullotta, Guglielmo Ferro, Alfio Caruso, Giovanni Anfuso e Domenico Seminerio, ascoltiamo Carlo Barbieri.

– La bocciatura dello Stabile di Catania e del Biondo di Palermo, come teatri di interesse nazionale ha lasciato intorno un silenzio omertoso. Il silenzio culturale da dove nasce?

«Se fai la stessa domanda a un centinaio di siciliani presi a caso ti risponderanno “Ma davvero? Li hanno bocciati? Non ne sapevo niente”. Vedi, nella domanda si dà per scontato che ci troviamo di fronte a un “silenzio omertoso”. Ma l’omertà è, per definizione, un silenzio che vuole proteggere il crimine. Qui abbiamo invece un silenzio che, più che omertoso, mi sembra ignorante (anche nel senso che il pubblico ignora la cosa) – e disinteressato».

– Ad aver causato la crisi dei due teatri, secondo i sindacalisti è stata l’eccessiva intromissione politica negli enti culturali…

TeatroBellini-Catania-400x277«Se è così, è strano. A me pare che da sempre in Sicilia tutto parta dal presupposto che un’attività culturale si debba per forza reggere su un gioco in cui entrano politica, fondi pubblici, sindacati. Tant’è che in questo caso quello che “brucia” non è che i due teatri non siano stati onorati del titolo di “teatro di interesse nazionale”, ma il fatto che, non avendolo ottenuto, non avranno finanziamenti. Io, scusatemi, considero i finanziamenti pubblici di questo genere come una flebo velenosa che tiene in vita l’ammalato ma gli toglie la capacità e il desiderio di rimettersi in piedi. Mi spiego meglio. Si dovrebbe guardare alla Cultura come a un qualsiasi “prodotto”. Un prodotto nobile, qualificante, necessario a una vita civile – ovvio; ma pur sempre un “prodotto”. E qualsiasi “prodotto”, in una economia sana, entra in crisi se mancano i compratori; nel caso del teatro, se mancano gli spettatori disposti a pagare un biglietto. In un’economia sana, ci sono i manager che cercano di fare in modo che il prodotto sia noto, desiderato e valorizzato in modo da venderlo. Se ci riescono, vengono premiati; se non ci riescono, vengono licenziati. Partiamo allora da qui. Chiediamoci “perché sempre meno gente vuole pagare il biglietto nei nostri teatri?”, e forse scopriremo che una classe dirigente (politica e non) incapace e latitante non ha pensato né a trasmettere alle nuove generazioni l’amore per lo spettacolo su palcoscenico né a trovare il modo di portare nei nostri teatri quelli che il teatro l’amano ancora, facendoli arrivare possibilmente anche dal di là dello stretto. Parlo di realtà possibili: non molto tempo fa sono andato a vedere la Carmen di Bizet al Carlo Felice di Genova. Io venivo da Roma, alcuni amici da Palermo… ma c’era accanto a noi una comitiva di emiliani, e fuori un pullman di francesi. Insomma, gente arrivata da ogni parte d’Italia e persino dall’estero. Per inciso, mi sono dovuto sorbire una edizione della Carmen che non mi è piaciuta per niente, ma dal punto di vista del “marketing” gli organizzatori hanno fatto un ottimo lavoro, e non stupisce che il Carlo Felice sia stato anche nominato “teatro di interesse nazionale”.

Il fatto è che in tempi di vacche grasse noi siciliani ci siamo adagiati su quello che nei decenni  abbiamo imparato a fare meglio: campare di sovvenzioni blandendo i politici. Quella che oggi viene chiamata “intromissione dei politici” è stata a lungo benvenuta, piaceva tanto e ce la siamo sempre andata a cercare. Ora però che i soldi a pioggia non arrivano più, il gioco cambia e dovremmo diventare improvvisamente imprenditori veri. E questo non è facile. Attenzione, non conosco la vicenda dello Stabile e del Biondo, e non voglio rischiare di fare di ogni erba un fascio. Magari nel loro caso non è così. E quindi mi chiedo e ti chiedo: è possibile che altri teatri, in quanto meglio gestiti e immersi in realtà territoriali più dinamiche e meglio curate, siano riusciti a qualificarsi e i nostri due no?»

– Crisi culturale e non solo, cosa manca fondamentalmente?

«Oltre alla crisi culturale, causata da scarsa educazione al teatro e al rapido cambiamento dei modelli di impiego del tempo libero, penso che la radice del male risieda nella incapacità e nel poco impegno del mondo politico che non riesce a gestire complessivamente il territorio in modo che il “Prodotto Spettacolo” vada a integrarsi in una “Offerta-Sicilia” di alto livello e ben promossa. Sempre più spesso non basta un bel cartellone per riempire un teatro, e basterà sempre di meno. La crisi economica la metterei davvero per ultima. Anzi, non la metterei affatto, se non per ricordare che il turismo, quindi anche lo spettacolo, sarebbero  semmai fra le armi più efficaci per contrastarla».

– “Siamo andati indietro, almeno di cinquant’anni . È come se ci fossimo pentiti di essere civili”, lo afferma Guglielmo Ferro in una precedente intervista. Un’epoca caratterizzata da un declassamento culturale?

«Certamente viviamo in tempi sempre più caratterizzati da una deriva verso altre forme di intrattenimento con cui non sempre quelle più tradizionali e di qualità hanno saputo mettersi in concorrenza. Una volta i teatri erano fra le poche possibilità di divertimento – un divertimento che era costoso e faticoso andarsi a cercare lontano. In pratica si trovavano a operare in un regime di  monopolio. Oggi le possibilità di distrarsi si sono moltiplicate: oltre al “vecchio” cinema e alla “vecchia” TV ci sono pub, cabaret, l’immenso mondo del digitale con i social, i film in streaming; e le settimane bianche, le gite low e high cost, i weekend mordi e fuggi…
Quest’onda qualcuno è riuscita a cavalcarla, addirittura usandola – vedi, fra i teatri, l’esempio citato del Carlo Felice di Genova, che una volta viveva solo di spettatori locali, e oggi riesce a intercettare tantissimi spettatori “mobili”; per non parlare della Scala o dell’Arena di Verona. Per altri invece l’onda sta diventando uno tsunami.
In poche parole: i cambiamenti ci sono, e sono ineluttabili: e quindi, o si impara a gestirli o travolgono».

– La Sicilia cosa offre a coloro che vogliono mettersi in gioco?

museo-storico-dello-sbarco«Offre 250 giorni l’anno di sole e tutto quello che una storia assolutamente unica le ha dato per renderla uno splendido superpalcoscenico. Offre una gastronomia di eccellenza. Offre teatri bellissimi e attori bravi. Ma tutto questo non è sufficiente. Ci vuole -ripeto – innanzitutto la promozione turistica dell’intera isola in cui vanno create infrastrutture efficienti: trasporti, ricettività, educazione delle strutture al turista; niente immondizia per le strade; musei aperti in giorni e orari decenti, con le didascalie multilingue e i bagni che funzionano. E perché no, anche il Registro dei Reclami presso tutte le strutture aperte al pubblico: alberghi, bar, pub, musei, ristoranti. In Spagna ci sono e funzionano, si chiamano Hoja de reclamaciones: gli ispettori passano regolarmente, leggono, se è il caso fanno multe salate e entro un mese informano il cliente dell’esito. Allargando l’affermazione di Guglielmo Ferro, tutto questo è essere civili; e oltre a rammaricarci per essere andati indietro dovremmo riflettere sul perché gli altri invece vanno avanti. Se riuscissimo a sistemare le infrastrutture e potessimo contare su un buon management pubblico e la collaborazione dei cittadini (penso a piccole cose, come il rispetto per la pulizia delle strade, delle aiuole eccetera) la Sicilia diventerebbe un ribollire di “potenziale richiesta” di intrattenimento a 360° che sarebbe facile soddisfare anche con gli spettacoli teatrali. E stavolta saremmo noi a vedere genovesi, emiliani e francesi prendere d’assalto Catania e Palermo per farvi bellissime gite durante le quali, fra una arancina palermitana, una visita a palazzo Abatellis e un bagno nel Tirreno, o un arancino catanese, una visita al Castello Ursino e un bagno nello Jonio, assisterebbero anche a uno spettacolo al Biondo o allo Stabile. Stessa storia per Agrigento, Selinunte, Siracusa, Taormina e persino per i piccoli teatri della provincia, talvolta molto belli, di cui noi siciliani sappiamo poco o niente (mi vengono in mente Racalmuto e Sambuca). E magari a questo punto anche i siciliani, presi da sana… invidia, direbbero “ah sì? Ora ci vado pure io”. E i nostri teatri diventerebbero “di interesse” e qualcuno, di fatto,  persino “di interesse  nazionale” anche senza il riconoscimento ufficiale. Anzi del titolo di “teatro di interesse nazionale” e dei relativi finanziamenti non ce ne importerebbe più niente, perché i nostri teatri si reggerebbero da soli».

– Catania ha dei musei bellissimi, “Il Museo del Cinema” “Museo Storico dello Sbarco in Sicilia”, caduti nel dimenticatoio e visitati soltanto dagli stranieri. Anche qui, la politica inetta, ha la sua colpa?

 «Certo, vedi anche le risposte precedenti. D’altra parte, cosa aspettarsi da quelli che non si sono curati di andare a controllare se il padiglione del Cluster Bio-Mediterraneo dell’EXPO fosse a posto qualche giorno prima dell’inaugurazione? Ma non è solo colpa loro. Su quelle poltrone ce li abbiamo messi noi».

– Il Castello Ursino liberato, da un paio di anni ospita mostre importanti. Da Modigliani a Picasso, grande mostra o grande bluff?

«Siamo sempre lì: non basta avere un buon “prodotto culturale” per vedere accorrere i visitatori. Quelli provenienti dal territorio bisogna educarli da piccoli; e qui c’è la responsabilità di genitori e scuole. E per quanto riguarda i visitatori “da fuori”, l’ho detto, bisogna per prima cosa rendere interessante e ospitale il territorio nel suo complesso; solo dopo si può promuovere l’evento efficacemente. La gente viene, scopre di stare bene, ritorna, ne parla… e la prossima volta magari torna con gli amici».

– Chi potrebbe essere il regista di tutto questo coordinamento culturale in Sicilia?

«Coerentemente a quanto detto prima, secondo me in Sicilia non ci può essere coordinamento culturale veramente efficace, e quindi nessun “super regista” in grado di risollevare le sorti del “Prodotto Cultura”, senza che prima avvenga una rivoluzione infrastrutturale. Questa però necessiterebbe di politici e dirigenti con idee, veramente preparati, orientati ai risultati e remunerati o “puniti” a seconda di quello che realizzano – come avviene nel settore privato. Il problema è che questa rivoluzione non la farà certo la classe politica e pubblico-dirigenziale di oggi, perché a mio parere la maggior parte di essa è stata “presa” per  troppo tempo da tutt’altro, e oggi manca di idee e di competenza. E forse anche di voglia, chi glielo fa fare?. E così tende a gestire le cose come ha sempre fatto intanto che la nave affonda… una nave di cui dovrebbe essere al comando ma della quale ormai mi sembra costituisca soprattutto la zavorra. Purtroppo molti dei politici e dirigenti pubblici di cui faremmo volentieri a meno sono attaccati al proprio posto come patelle allo scoglio. Sciascia diceva che la Sicilia è irredimibile. Mi piacerebbe dimostrare che aveva torto, ma mi ci vorrebbe una bacchetta magica. Se l’avessi, darei in appalto la Sicilia a un consorzio svizzero-tedesco con superpoteri su comuni e regione, facoltà di assunzione e licenziamento e diritto di sfruttamento dei profitti per vent’anni. Gli affiderei tutto: dai musei ai trasporti, dagli spettacoli alla polizia municipale e alla nettezza urbana. Ma ahimé, le bacchette magiche non esistono. E allora… scusatemi, ma Sciascia in fatto di cose siciliane non era l’ultimo arrivato, e perciò non sono troppo ottimista. In ballo ci sono troppi interessi particolari, troppo poca managerialità dove dovrebbe essercene tanta, troppa poca voglia degli elettori di aprire gli occhi, vigilare e bacchettare i propri eletti che non fanno il loro dovere, troppi impiegati che talvolta producono troppo poco ma in compenso campano tante famiglie (che votano), troppe cattive abitudini radicate.
Se qualcuno ha qualche idea seria, si faccia avanti. A me di idee democratiche non ne vengono più, e le altre, che a qualcuno cominciano a venire in mente, non le voglio considerare neanche.
Ecco, ci rimangono solo S. Agata e S. Rosalia. Rigorosamente in ordine alfabetico».

K.M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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