Daniele Lo Porto

 

CATANIA – Il viso paffuto da ragazzone sempre propenso al sorriso e ai baci (vizio che non ha perduto) adesso è scavato e ingrigito dagli anni di carcere. Totò Cuffaro, però, mantiene quasi inalterato il suo appeal da (ex) politico potente. A fargli la riverenza a Catania ci sono tanti ex democristiani di media generazione e di antico corso, compreso un mimetizzato da coppola e sciarpa Pino Firrarello (che fu anche Berlusconiano prima di sposare, con distacco apparente, la finta rivoluzione crocettiana  e il nuovo corso sinistrorso del bimbo prodigio Matteo Renzi) e Biagio Susinni, che aveva un trascorso repubblicano prima di incappare in complicate vicende giudiziarie e politiche, antiche e recenti. Poi ci sono altri politici di più o meno lungo corso, da Guglielmo Scammacca a Salvo Giuffrida.  Mancano, e non è un caso, evidentemente, gli ex colonnelli o burocrati della famiglia politica di Raffaele Lombardo. Il gelido Lombardo voltò le spalle a Cuffaro all’indomani della sua elezione a governatore, rottura insanabile, “tradimento personale” lo definì Totò che con Raffaele aveva un rapporto personale e politico di totale simbiosi.
Cuffaro arriva a Palazzo Platamone in occasione del libro che  Simone Nastasi gli ha dedicato, edito da Bonfirraro. Platea numerosa e timidamente plaudente quando l’ex governatore entra, si riscalderà poi, man mano. Si parla di giustizia malata, di verità processuali ben diverse da quelle reali, di una situazione carceraria che assume i contorni di una vendetta dello  Stato nei confronti dei cattivi. Si parla del vecchio e nuovo Cuffaro, segnato dall’esperienza delle sbarre, ormai lontanissimo dalla politica e dedito al volontariato.
“Sono emozionato dall’affetto che molti amici  siciliani mi dimostrano a distanza di anni e dopo l’esperienza difficile del  carcere. E’ stata un’esperienza dolorosa ma non sterile,  ricca di umanità e di sentimenti – sottolinea Cuffaro –  Non chiederò la revisione del processo perché non mi ridarebbe la possibilità di vivere cinque anni di libertà che ho perso per sempre o per riscrivere la storia che non mi è stata favorevole. La storia è quella che si vive col cuore e con la testa.  Io penso di poter dire che l’affetto che verifico nei miei confronti mi rincuora e mi risarcisce. Il processo è chiuso e basta”.

cuffaro4– Un suo ritorno in politica è possibile? Sono in tanti a chiederglielo.

«La sentenza dice che non potevo non sapere  o  non volevo dire no alla mafia, adesso dico no alla politica. E’ stata un’esperienza bellissima, ho dedicato gli anni più belli della mia vita,  ma  è un capitolo ormai chiuso. Voglio vivere adesso nel volontariato per fare del bene in quest’isola e in Africa. Il carcere potrebbe  essere più umano e rieducativo, ma non ci sono le condizioni:  mi prodigherò perché qualcosa possa essere fatto,  c’è tanto da fare, ma intanto cominciamo con la sensibilizzazione. Non si possono lasciare i detenuti soli, abbandonati: hanno esperienze  e sentimenti di uomini, non sono solo corpi da tenere dietro le sbarre».

– Pensa che il processo prima e la condanna poi, possano aver inciso sulla moralità e sugli equilibri  e sui comportamenti della burocrazia e della politica?

«Se questa mia condanna  fosse stata utile in un senso moralizzatore e possa essere stata avvertiva come un principio educativo, potrei  dire che mi farebbe piacere, non mi provocherebbe minore sofferenza, ma almeno avrebbe dato un senso la mia condanna».

– Onorevole Cuffaro, la burocrazia regionale, certi nomi dell’attuale Giunta regionale autoproclamatasi rivoluzionaria, sono gli stessi dei precedenti governi, di Cuffaro e di Lombardo. Ma allora era solo lei l’elemento capace di tutelare interessi mafiosi?

cuffaro3«Non lo chieda a me. Io ho fatto quello che era nelle mie possibilità politiche e amministrative. Può darsi che abbia fatto bene o male. Certo ho commesso tanti errori, sarei più accorto, ma adesso ho 57 anni, prima ne avevo 30. Fare è giusto   “sol chi non fa non sbaglia”, so di averlo fatto in buona fede, per la Sicilia, ho sbagliato ma in buona fede, certamente farei ancora. Giudicare è un’arte difficile, so quanto è difficile fare il giudice o il magistrato, hanno la mia comprensione perché so che  è difficile. Ci deve essere qualcuno che giudica, io non ho caratura umana:  sono troppo buono e assolverei tutti».

– Da cittadino come vede il futuro di questa terra, definita ora buttanissima e che altri immaginano potrebbe diventare bellissima?

«Questa terrà è difficile, martoriata e proprio per questo merita di essere amata e servita ancora di più dai siciliani Mi auguro che chi la governa e la governerà ci metta sacrificio, amore, disponibilità».

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