di Katya Maugeri

Le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Ascoltiamoli.

– La bocciatura dello Stabile di Catania e del Biondo di Palermo, come teatri di interesse nazionale ha lasciato intorno un silenzio omertoso.
Il silenzio culturale da dove nasce?

«Dalla scarsa considerazione che il comparto culturale ha presso coloro che governano la Sicilia.
Il comparto non permette quelle speculazioni,  chiamiamole “tangentizie”, “raccomandatizie”, ai quali la nostra politica è da sempre molto affezionata, quindi la cultura è un campo in cui c’è poco da fare, motivo per il quale trascurato. Da qualche anno i politici dinanzi ad un’azione da intraprendere si rivolgono la classica domanda “Cosa ne guadagno io?” e allora, dalla quantità di cose che possono trarre ricaviamo l’interesse o il disinteresse totale».

– Ad aver causato la crisi dei due teatri, secondo i sindacalisti è stata l’eccessiva intromissione politica negli enti culturali…

«Quando la politica pretende di dettare le norme o gli indirizzi della cultura, non può che fare disastri perché la cultura per sua natura deve essere estrapolata e lontana dai movimenti politici, in modo da essere pronta  a cogliere i guasti che fa la politica, ma anche esaltarne il bene. Se io devo sempre scrivere magnificando le lodi del potente di turno è chiaro, io commetto un falso, faccio un plagio canto tanto per avere qualcosa di assicurato».


– Bisognerebbe chiedere alla Regione interventi con leggi sullo spettacolo?

«Spesso la cultura vede nella politica una mucca da spremere per le sue necessità che sono vitali, ma successivamente gli enti culturali si riempiono di personale inutile conducendo operazioni spropositati rispetto al reale interesse pubblico. La cultura dovrebbe avere il polso e camminare indipendentemente».

– E in che modo?

«La cultura va sostenuta nelle forme consentite dell’economia generale, creando degli organismi – non politici – che si incarichino di esaminare e finanziare le opere che sono realmente degne, con questo strabismo che affligge la politica vediamo cose infinitesime e non vediamo cose macroscopiche.
Bisogna finalizzare il tutto affinché il popolo siciliano si riavvicini alla cultura e si riaffezioni alla propria terra, ai propri monumenti, ai propri beni economici, paesaggistici, culturali che al momento sono assolutamente sconosciuti e disprezzati».

– Da cosa è alimentato il disinteresse generale?

«È nutrito dalla mancata integrazione culturale., dalla mancata spiegazione. I beni paesaggistici e culturali sono dei beni preziosi che dobbiamo conservare perché coinvolgono il nostro benessere e quello dei nostri figli».

– Tutelando la memoria…

«Tutelando i monumenti, giacimenti archeologici che sono abbandonati alle ruspe e a tutti quelli che vogliono saccheggiare».

musei

– Catania ha dei musei bellissimi, “Il Museo del Cinema” “Museo Storico dello Sbarco in Sicilia”, caduti nel dimenticatoio e visitati soltanto dagli stranieri. Anche qui, la politica inetta, ha la sua colpa?

«Nei nostri musei la gente non ci va perché non ha l’abitudine di andare, il museo è organizzato male  – sempre dalla politica – perché all’interno si è privilegiata l’assunzione di personale poco qualificato, ma funzionale ai disegni politici, diventando così un  “refugio peccatorum” per inserire tutti i galoppini elettorali, con gente che non è affezionata al lavoro che sta facendo, alimentando un disservizio globale e un’imbarazzante competenza.  La vita dei musei è calcolata sulle esigenze degli impiegati e non sulle esigenze dei cittadini, troviamo musei chiusi in orari pomeridiani, limitando così la visita di coloro che per motivi lavorativi non possono liberarsi, e persino il sabato e la domenica».

– Il Castello Ursino liberato, da un paio di anni ospita mostre importanti. Da Modigliani a Picasso, grande mostra o grande bluff?

«Bisognerebbe vedere i criteri e gli scopi con cui sono stati portati questi grandi autori,  se lo scopo era quello di attirare il pubblico con il grande nome qualcosa non ha funzionato, se era quello di presentare un autore lontano dalla nostra tradizione è già diverso. Sono dei percorsi che bisogna fare gradatamente per educare la gente alle novità».

– In che modo bisognerebbe educare la società?

«Se riusciamo a rendere un museo appetibile per tutti, allora vuol dire che abbiamo raggiunto il nostro scopo. Dobbiamo sforzarci di abbassare il livello di fruizione culturale a livelli di popolazione che ne sono sempre stati esclusi. La scommessa è questa! Si potrebbero realizzare dei programmi per presentare a gente che non ha la minima preparazione,  opere d’arte in maniera diversa, semplice e innovativa. Dobbiamo sforzarci di allargare il nostro auditorio».

– Professore e scrittore, due prospettive diverse dalle quali monitorare l’evoluzione culturale.
Cosa manca ai giovani di oggi?

«Nella cultura di oggi c’è la tendenza ad esagerare, viviamo nell’epoca dell’esagerazione per cui pur di captare l’attenzione, pur di suscitare l’emozione violenta , gli artisti sono pronti a fare qualsiasi concessione, invece avremmo bisogno di un’arte che gridi di meno e che ragioni un po’ di più».

K.M.

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