di Katya Maugeri

– La bocciatura dello Stabile di Catania e del Biondo di Palermo, come teatri di interesse nazionale ha lasciato intorno un silenzio omertoso. Il  silenzio culturale da dove nasce?

«Non voglio entrare nei meriti del Biondo di Palermo, ma per quanto concerne Catania io non credo che si tratti di un silenzio omertoso, quanto invece di un silenzio imposto. Omertà significa solidarietà propria della malavita, per cui si mantiene il silenzio su un delitto o sulle sue circostanze in modo da ostacolare la ricerca e la punizione del colpevole. Nel senso estensivo ha anche il senso di silenzio su mancanze, colpe altrui per salvaguardare i propri interessi o per timore di conseguenze negative. Da circa un ventennio invece parlare del Teatro Stabile catanese è diventato tabù. Persino parlarne in tema di rinascita o di evoluzione in positivo è diventato impossibile. Vieni attaccato appena apri bocca. Addirittura i cosiddetti “addetti ai lavori”, quelli stupidi, ti interrompono con frasi del tipo: “ è l’invidia che ti fa parlare, perché vorresti essere al nostro posto”. Ma quale posto? Invidiosa di chi? Di cosa? No. No davvero. Io sognavo di far parte di quella realtà venticinque anni fa, quando muovevo i primi passi nel mondo del teatro. Quando esisteva ancora un barlume di meritocrazia; quando a rappresentarci in giro per l’Italia e per il mondo c’erano artisti veri, autentici, preparati e non improvvisati. E non voglio nemmeno ripetere i loro nomi perché li conosciamo tutti benissimo. Solo il Teatro Stabile, quello di oggi, sembra averli dimenticati. Quindi tornando alla tua domanda, te ne faccio una io: “Perché questo Teatro Stabile avrebbe meritato una promozione e non una bocciatura già prevista e, oserei dire, cercata?” Ci sentiamo davvero meritevoli di attenzione nazionale? Non credo proprio. Non finché si continuerà a mettere la cultura in mano ai politici; non finché la nostra società non esca dal degrado in cui è caduta nell’ultimo ventennio e cominci a svegliarsi, a cooperare, ad unirsi in una sola voce, carica di rabbia e di speranza, per arrivare ad una vera rivoluzione intellettuale. La nostra maggiore colpa è l’indifferenza a ciò che succede intorno a noi, l’ignoranza che fa di tutti noi dei perdenti. Il catanese è capace di dibattere per ore su una partita di calcio, ma se si parla di lottare per le proprie radici culturali, per la propria terra, per i propri diritti, tutto tace. Abbiamo assistito tutti allo sfacelo del Teatro Stabile, inermi, vinti da un sistema che isolava e teneva a dovuta distanza chi stava fuori dal coro. Colpevoli tutti, principalmente quella feccia che, sperando di ottenere benefici, ha appoggiato e sostenuto coloro i quali hanno sperperato i fondi destinati a valorizzare la nostra cultura».11949742_509679982524474_1143976887_n

– Ad aver causato la crisi dei due teatri, secondo i sindacalisti è stata l’eccessiva intromissione politica negli enti culturali…

«Con tutto rispetto per i sindacalisti, è troppo facile puntare sempre il dito contro agli altri. Anche io ho sempre sostenuto che il binomio cultura/politica non è mai stato una scelta giusta. L’arte è arte; non può e non deve avere a che fare con le fiere politiche. Altrimenti perde la sua magia e il suo valore culturale. Ma si deve ad onor del vero, necessariamente, fare un salto al passato. Anche trent’anni fa la politica era connessa alla cultura del nostro paese e della nostra città nel caso specifico. Eppure le cose funzionavano. Come mai? Direi che tutto è legato purtroppo ad una società odierna in continuo degrado; non si esalta più la cultura ma si cerca di affondarla, di mettere tutto nel dimenticatoio, di rendere il popolo ignorante e quindi maggiormente gestibile, schiavo di un sistema al quale non riesce a ribellarsi. Catania e la Sicilia rispecchiano in piccolo la sottocultura diffusa nell’Italia di oggi. L’unico distacco certo dal resto del paese, oltre a quello del mare, lo dà la tendenza innata del siciliano all’auto demolimento. Noi siamo capaci come nessun altro al mondo ad autodistruggerci. Ci lamentiamo dell’immondizia ma non ci abbassiamo a raccogliere una cartaccia da terra; ci lamentiamo perché ci danno dei mafiosi ma poi arriviamo a minacciare un maestro perché rimprovera il nostro bambino. Ci piangiamo addosso perché i cosiddetti emigranti ci tolgono il lavoro ma non ci abbassiamo a fare lavori umili. E, tornando ad alcuni “addetti ai lavori” del teatro nostrano. Si lamentano della scarsità di lavoro e delle poche produzioni locali, parlano di diritti legati al professionismo e poi si uniscono a chi ci ha portati nell’abisso, alla ricerca di una vetrina unicamente intrisa di esibizionismo e tanta tanta polvere».

– Catania ha dei musei bellissimi, “Il Museo del Cinema”, “Museo Storico dello Sbarco in Sicilia”, caduti nel dimenticatoio e visitati soltanto dagli stranieri. Anche qui, la politica inetta, ha la sua colpa?

«Indubbiamente tutto parte sempre da una politica scorretta. Ma il cittadino ha la sua bella fetta di responsabilità. Non apprezza mai ciò che possiede. La vita del catanese medio si limita a denigrare e disprezzare l’operato altrui. E’ tutta una lotta interna per meglio piazzarsi sotto i riflettori. E questo atteggiamento è deleterio, sterile, non potrà mai portare niente di buono alla nostra città».

– La Sicilia cosa offre a coloro che vogliono mettersi in gioco?

«Nulla. La Sicilia non offre assolutamente nulla e te lo dico con la bocca intrisa di un’amarezza profonda. Io sono attaccata visceralmente alla mia isola. La amo più di ogni altra cosa; ma quando si ama così tanto si diventi attaccabile e ciò che ami può veramente farti male se si tratta di un sentimento non ricambiato. “La Sicilia disprezza e annienta i suoi frutti migliori”. Se hai un talento, se hai un valore, inizia il tuo massacro. Quello che dovrebbe essere motivo d’orgoglio diventa oggetto di chiacchericcio sterile. E l’invidia ha sempre la meglio. Ho assistito troppe volte a scene del genere e ogni volta cresce inevitabilmente la mia voglia di andarmene via da qui. Ho lavorato tanto nel mio campo ma ho fatto un percorso duro, a volte doloroso con tanti bocconi amari da mandare giù; e sono riuscita ad andare avanti grazie alla mia forza di carattere e all’amore che nutro per l’arte e per la recitazione. Adesso, dopo 25 anni di carriera, se faccio un po di conti, mi rendo conto che le soddisfazioni maggiori le ho avute fuori dalla Sicilia. La mia terra ha cercato di spezzarmi le ali a soli 18 anni, quando qualcuno mi disse: “sei brava, ma non hai la raccomandazione”. E non mi vergogno a dire che lacrime ne ho versate tante, ma mi hanno resa più forte e più determinata».

 11914908_509680092524463_1096577222_n– “Siamo andati indietro, almeno di cinquant’anni . È come se ci fossimo pentiti di essere civili”, lo afferma Guglielmo Ferro in una precedente intervista. Un’epoca caratterizzata da un declassamento culturale?

«Guglielmo ha tutto il mio appoggio e la mia stima. Ed io non la chiamo fuga di cervelli, la chiamo piuttosto “salvaguardia di talenti”. La famiglia Ferro, dopo la morte del padre, è stata bombardata da un’ondata di cattiveria incredibile. Non avrebbero permesso ad un altro Ferro di avere il suo giusto spazio all’interno dell’arte siciliana. Si è scatenata una folle gara per il miglior piazzamento. Ma l’arte, quella vera, non può ridursi ad una corsa di cavalli. Declassamento culturale? Se una città spinge i suoi cittadini a dimenticare le proprie radici e a seppellire il proprio passato, il baratro è inevitabile».

 – In che modo bisognerebbe educare la società?

«Quale società? La società, citando il vocabolario italiano, dovrebbe essere un insieme di individui dotati di diversi livelli di autonomia che cooperano, aggregandosi, e interagiscono al fine di perseguire uno o più obiettivi comuni. Quindi, quale società?»

– Chi potrebbe essere il regista per risanare il coordinamento culturale in Sicilia?

«Il buonsenso, l’onestà, la riscoperta dei valori culturali. Il rispetto di chi ci ha rappresentati in passato, per proiettarci con orgoglio verso il futuro. Dimenticare chi siamo e da dove veniamo ci porterà solo confusione e smarrimento. E questa è una piaga nazionale non solo regionale. I giovani di oggi si lanciano nell’arte senza bagagli. Vogliono essere tutti attori, tutti cantanti, tutti artisti, non resistono al fascino del successo fittizio, sterile. La nuova generazione è attratta da un continuo vai e vieni di fenomeni di palcoscenico che un anno dopo spariscono dalla scena lasciando una scia di nulla. La televisione ci bombarda di immondizia spacciandola per arte. Il web è assediato da improvvisati che attraverso una volgarità che non ha precedenti, diventano idoli dei ragazzini, sporcando l’arte di demenzialità e spogliandola del suo primo e nobile vestito. Il risanamento culturale, deve partire dalle nostre case. Deve partire da tutti noi. Ognuno deve farsi divulgatore delle proprie radici culturali, mantenendo viva la memoria. E non permettendo a nessuno di calpestarla. Non ci dimentichiamo che la nostra è la terra di Guttuso, di Pirandello, di Verga, di Bellini, di Majorana, di Sciascia, di Archimede. Chi saremmo oggi senza il nostro passato? Barche vuote alla deriva».

K.M.

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