di Katya Maugeri

Continua la nostra inchiesta, le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti.
Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Dopo Leo Gullotta, Guglielmo Ferro, Alfio Caruso, Giovanni Anfuso e Domenico Seminerio, Carlo Barbieri, ascoltiamo Francesco Rovella.


– Catania ha dei musei bellissimi, “Il Museo del Cinema”  “
Museo Storico dello Sbarco in Sicilia”, caduti nel dimenticatoio e visitati soltanto dagli stranieri. Anche qui, la politica inetta, ha la sua colpa?

«Lo è assolutamente perché Catania ha questi due musei interessanti ,ma pochissime persone sanno della loro esistenza. Musei che sono stati realizzati dalla Provincia regionale di Catania, guidata dall’onorevole Musumeci alla fine degli anni novanta, nel momento culturale più bello di Catania, nel momento in cui due amministrazioni, quella di Musumeci e quella di Enzo Bianco, quasi facevano a gara tra di loro a proporre eventi e a far vedere il loro interesse per la cultura in generale. In quegli anni si creò anche una sorta di competizione virtuosa, io ho lavorato per ambedue le amministrazioni, e in quel periodo alla galleria delle Ciminiere venivano organizzate mostre di arte moderna mentre al  Castello Ursino si proponeva arte contemporanea e non era cosa da poco, significava offrire una programmazione di cose diverse, ambedue necessarie. Se dobbiamo guardare il presente, il presente nasce sempre dal passato. Questi musei usufruivano del pubblico  che veniva  a vedere le varie mostre interessanti, dove si raggiungevano 30.000 presenze a mostra, quindi molte famiglie  ne approfittavano organizzando, così, delle giornate culturali. Molte le mostre interessanti, non solo organizzate dalla mia agenzia – la più antica d’Italia,  che purtroppo dopo anni sta chiudendo – non mi fido più delle amministrazioni, ed ho deciso di chiuderla. Al Castello Ursino era stata montana persino  la climatizzazione, è  essenziale alzare lo standard di un museo e metterlo nelle condizioni di ricevere delle opere importanti. La Provincia organizzò una mostra importantissima come quella dei Futuristi che ha inaugurato in Italia le mostre sul Futurismo. Noi per primi a Catania abbiamo esposto 81 futuristi, costringendo i curatori italiani più rinomati, a correre ai ripari facendo delle mostre nelle varie regioni sui propri artisti. Fare una mostra non è solo organizzare un evento e misurarlo in relazione al numero di biglietti, una mostra importante è una mostra che alle spalle ha un progetto scientifico per cui persone competenti, critici, curatori, organizzatori che lavorano per anni, la fine di questo lavoro produce una mostra, è un tassello che viene aggiunto alla storia dell’arte. Se fai veramente questo, realizzi qualcosa di positivo, altrimenti è solo esposizione, spettacolo, ma non veramente un’azione culturale.
Non si può pensare che si possono avere delle mostre importanti a costo zero. Per fare cose importanti bisogna necessariamente spendere dei soldi. Le attività, oggi, sono solo fieristiche e attirano un pubblico con diversi interessi quindi quei musei sono rimasti in un angolino».

– Il Castello Ursino liberato, da un paio di anni ospita mostre importanti. Da Modigliani a Picasso, grande mostra o grande bluff?

castello ursino«Lo sbaglio sta a monte. Una mostra di Modigliani costa milioni di euro come poteva pensare l’amministrazione di fare una mostra con ventimila euro? Come ha potuto il giornale “La Sicilia” sponsorizzare il catalogo? Come hanno potuto chiudere gli occhi davanti a un responsabile scientifico che era stato buttato fuori dalla Francia per i falsi e che aveva aperto una succursale in Italia, dove hanno stampato tutto quello che volevano stampare? Significava, o essere completamente ciechi  o non voler ascoltare le persone di settore, bastava solo informarsi con galleristi storici, quelli che hanno competenti, chiedere ed evitavamo la brutta figura che abbiamo fatto quando hanno arrestato il signor Parisot che aveva una stamperia di Modigliani. La mostra di Picasso al Castello Ursino, è una mostra di grafica e va bene per quello che è, se pubblicizzata come mostra di grafica! Gli imprenditori che per il Comune, a costo zero, fanno queste operazioni ci devono guadagnare».

– Stessa modalità a Taormina, si è conclusa da poco la mostra di Andy Warhol…

«La mostra di Taormina non si può accettare, sono rimasto allucinato, quelli che sono storicamente i falsi di Warhol  con scritto dietro “firmali tu stesso” li troviamo lì! Warhol, che un uomo di spirito, ne fece stampare delle copie con su scritto “non è di mio pugno” ed hanno valore proprio per la scritta, questa è l’edizione  Sunday morning, solo che il pubblico non sa che si tratta di una collezione dei  falsi di Warhol. Bisognerebbe evitare di pubblicizzare una mostra per ciò che non è. Io mi arrabbio spesso, tutti dicono la cultura ha l’1% del budget, ma lo avete deciso voi stessi quando avete fatto il vostro bilancio, mica è scritto da qualche parte! taorminaarteNoi abbiamo un Museo Civico in cui non viene speso nulla , anzi si organizzano i matrimoni , è una cosa allucinante, e sono contenti! Per onestà dico che il Museo Civico ha fatto dei passi avanti enormi, c’è gente che lavora con serietà, le collezioni sono state catalogate, c’è un’esposizione seria, rispetto a dieci anni c’è stata un’evoluzione interna, ahimè, la qualità delle mostre lascia a desiderare».

 

– La cultura, un tempo, era anche provocazione – ricordando quando da ragazzino lanciò dei finocchi a Pier Paolo Pasolini – adesso, forse, è solo pilotata da interessi politici?

«Avevo solo diciassette anni. – Sorride –
La cultura un tempo era partecipazione, è impensabile che un ragazzino, oggi, vada a contestare un autore di grido!Sono cambiati gli strumenti di apprendimento, i modelli, quando noi eravamo ragazzini essere colti, conoscere gli autori contemporanei significava in un certo senso darci delle arie, essere riconosciuti come dei leader a scuola, avere un ruolo, era un’informazione studentesca, ma partecipativa .C’erano i movimenti all’interno dei quali di disputava una gara a chi era più preparato. La cultura giovanile era dirompente.
La cultura passa solo in maniera minimale attraverso la rete, la rete ha le sue virtù ma pecca nel dare sempre una notizia superficiale e veloce e quindi manca l’approfondimento, i ragazzi non leggono  i giornali».

– In atto un’evidente crisi culturale, da cosa è alimentato il disinteresse generale?

«Non credo che la Sicilia sia tanto diversa dalla altre regioni. Noi abbiamo l’abitudine quando parliamo di cultura , di riferirci agli eventi culturali organizzati in una città e alla partecipazione: mostre, concerti, presentazioni letterarie, ma la cultura è una cosa più ampia, è una rete che ordina il sentire e i comportamenti delle persone, l’educazione è un fatto culturale, i rapporti familiari è cultura, il rapporto tra il potere e i cittadini è cultura. Gli eventi sono solo delle finestre che noi possiamo aprire per respirare aria diversa, guardare il mondo da un nuovo punto di vista, allargare i confini della propria conoscenza, ma non rappresentano da soli la cultura di una comunità.
Stiamo dando un esempio di grande civiltà attraverso l’accoglienza, anche quella è cultura. Ciò che manca è un’èlite politica con un’apertura mentale larga e purtroppo, i nostri amministratori sono veramente sempre meno competenti, sempre più distanti, motivo per cui non riesco più a presentarmi davanti a nessun politico e presentare un progetto, mi guardano come fossi un marziano».

– Ad aver causato la crisi dei due teatri, secondo i sindacalisti è stata l’eccessiva intromissione politica negli enti culturali…

«È così. Posso citare anche  Taormina Arte, non potete tenerli senza una certezza, senza un finanziamento anche adesso che la stagione è già iniziata, come possono fare? È un salto nel buio. Stiamo parlando di una manifestazione ha sessanta anni ed è l’unica che ci porta lustro in tutto il mondo, e loro ne fanno solo un problema di clientela, di potere di numero di biglietti regalati».

– In che modo dovrebbe intervenire la Regione?

«Ci vorrebbero delle persone competenti, noi non abbiamo assessori competenti alla cultura da almeno  venti anni, quindi è gente che non sa e sottovaluta e non dà il giusto peso alla iniziative teatrali, alle programmazioni culturali, personepersone che dovrebbero pensare anche in termini di indotto, anche il problema dell’indotto è un marketing da studiare, chi verrebbe a Catania o a Taormina per eventi di poco conto? Ci vuole un investimento, una visione alta delle cose.
Oggi l’attenzione è risolta solo ai numeri,  alla biglietteria. Non si può mercificare tutto con il numero dei biglietti, la cultura è una cosa che va al di sopra, quindi occorre competenza, solo persone competenti posso proporre .programmazioni serie e d’avanguardia».

– Chi potrebbe essere il regista per risanare il coordinamento culturale in Sicilia?

«Ci vogliono i competenti, i registi, molti registi,basta mettere le persone – che non siano schiavi e portaborse dei politici – nelle condizioni di operare.  Esistono delle realtà con gente davvero competente,  la Fondazione Orestiadi, ad esempio, ha un Presidente, Enzo Fiammetta, valido che ha vissuto con Corrao ed ha tutta l’esperienza necessaria, a Taormina c’è il segretario generale Ninni Panzera che opera nel settore da almeno vent’anni , solo che non è messo nelle condizioni di lavorare, perché non è un portaborse politico.
Oggi si tende a lottizzare tutto, si dovrebbero valorizzare più le competenze che le servitù».

K.M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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