di Katya Maugeri

Le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Ascoltiamoli.

– L’Omertà intellettuale può racchiudere il silenzio dinanzi la bocciatura dello Stabile di Catania e del Biondo di Palermo come teatri di interesse nazionale, una bocciatura che forse era già preventivata, ma  che non ha provocato indignazione, forse nemmeno vergogna…

«Indignazione e vergogna, due vocaboli che presuppongono una presa di coscienza. Vivo una sensazione di smarrimento, più di indignazione e di vergogna direi di disinteresse. Non è un senso omertoso, è un disinteresse assoluto come se la bocciatura dei nostri massimi enti fosse una cosa che riguarda solo lo Stabile di Catania e del Biondo a Palermo, e invece non riguardasse tutti noi siciliani e uomini del Meridione. Un silenzio di assoluto disinteresse e non mi stupisce il silenzio di una certa classe politica, mi avvilisce e mi smarrisce il silenzio degli universitari, il silenzio dei miei colleghi, degli attori, dei cantanti, quello mi avvilisce. Il silenzio delle “alte maestranze” della nostra terra. Il problema non è che sia stato bocciato Palermo o Catania, il problema è che non è stata riconosciuta una patente di alta dignità culturale alla Sicilia e le bocciature dei due stabili non sono altro che la punta di un  iceberg che da tempo cresce in maniera esponenziale nel silenzio disinteressato di tutti».

 – Il silenzio di Baudo, penultimo presidente dello Stabile, il silenzio di Buttafuoco l’ultimo presidente prima della bocciatura, il silenzio di Camilleri che con la Sicilia ha venduto e vende tantissimo, e che ha dato un’immagine un po’ turistica, un po’ folcloristica con il commissario Montalbano, il silenzio di Di Grado… è grave anche il loro silenzio?

«Anche il silenzio di Carriglio, di Amoroso e potremmo continuare con i silenzi, il problema è chiedersi: “esiste l’intellettuale siciliano?” Se esiste, battesse un colpo e non battesse un colpo ogni volta che presenta un libro organizzando delle conferenze, che lasciano il tempo che trovano. È questo il momento di scendere in campo, di dire qualcosa, guai a circoscrivere alla bocciatura specifica, qui è in discussione un sistema culturale che è totalmente assente. Quindi, se esiste un intellettuale, battesse un colpo. Si tratta di un silenzio intollerante, assordante.
Il problema è di un terreno che non è stato più arato, più coltivato».

– Oppure questo terreno è stato invaso dalla politica? Quando la politica è entrata a gamba tesa (con l’immagine calcistica) nel terreno della cultura, alla fine i “puri” della cultura si sono disinteressati? Che lo Stabile di Catania in passato abbia avuto una gestione fortemente politicizzata è risaputo, pensa che questo possa essere un motivo per il disinteresse dei “genuini” della cultura di adesso?

«Negli ultimi vent’anni nessuno può chiamarsi fuori dalle colpe e dai disastri causati, sono 20 anni di miopia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Certamente la politica in questi 20 anni non ha fatto bene il proprio mestiere e credo che l’errore più grande sia stato quello di considerare la cultura appartenente ad uno schieramento piuttosto che ad un altro. Io mi auguro che il lavoro di Bianco e di Orlando alla lunga dia dei risultati. Il problema della cultura non è legato alla lotta di un singolo sindaco o di un assessore, dobbiamo essere noi a scendere in campo. Dove sono finiti tutti? Il problema è nostro, di riappropriarci di una dignità che ci appartiene. Che fine ha fatto Messina, Il Vittorio Emanuele a Messina, perché il problema non è solo Catania e Palermo, Istituto Nazionale del Dramma Antico a Siracusa. Si sta perdendo l’occasione per dare fiducia a un trentenne per sperimentarsi. Noi che nel ‘68 abbiamo lottato per degli ideali. Vorrei che i trentenni di oggi non vivessero quello che hanno vissuto quelli della mia generazione. Io non ho paura a lasciare spazio ai giovani».Teatro_Biondo

– Cosa manca ai trentenni di oggi?

«Manca un flusso economico che non c’è, e nessuno può pensare che la cultura debba vivere sulla risorsa di qualche migliaio di euro elargito in maniera sporadica. La cultura è un percorso che un pittore fa, uno scrittore decide di intraprendere, è un percorso. E noi sappiamo che per formare un artista servono 10/12 anni di investimento, sapendo che 12 anni possono andare a male, ma è il rischio che una nazione civile deve correre. È vero che di cultura non si campa, anche di aria non si campa, ma senza aria si muore! È la reale coscienza che sulla cultura non si può non investire. Nessuno pensi di vincere contro la mafia, contro i problemi ecologici, nessuno pensi di educare un popolo senza fare investimenti in cultura.
La cultura forma ed educa un popolo, manca la certezza che la cultura non è una palla al piede, è un business».

– Si considera  un migrante culturale di ritorno, cos’è cambiato nel panorama complessivo?

«Vivo sempre con il volto proteso verso la Sicilia. Ho dovuto lasciare la Sicilia perché non riuscivo economicamente a sopravvivere. Io non ho prodotto un teatro da mercato bensì di nicchia, ho rispolverato i testi di Pirandello e Martoglio scritti a quattro mani, fatto con i siciliani. Sono andato via perché non è stata premiata l’attività della mia azienda e per banali e quotidiani motivi economici, ho dovuto lasciare la Sicilia e immettermi nel mercato italiano, che a me ha dato tanto. Sono un regista profondamente e disperatamente siciliano e mediterraneo, e ovunque vado non trovo mai le condizioni culturali, strutturali e architettoniche che noi in Sicilia possediamo, trovo solo dei motori diversi che altrove funzionano e invece da noi non funzionano. Insieme alla Bohème che mi è stata offerta io ho partecipato a un bando di concorso per la carica di direttore artistico, un bando per titoli e alla fine sono risultato vincitore».

 Cosa dovremmo fare per cambiare questo clima, questo stato di disinteresse, anche per le nostre istituzioni culturali cittadine come lo Stabile e il Massimo, per essere di nuovo patrimonio personale di ogni cittadino?

«Ripartire da noi, iniziare un percorso nuovo di condivisione. Credo sia necessario che gli artigiani del teatro, della letteratura, della musica si riapproprino dei loro spazi anche se il processo sarà lungo e lento.
Non dimentichiamo Caltanissetta che ha dei teatri bellissimi, che non riescono a entrare a regime, o Enna dove finalmente è ripartito il Garibaldi».

– Qualche realtà positiva emerge in questo quadro desolante?

«Il problema culturale della nostra terra non può essere affidato sporadicamente a un uomo piuttosto che a un altro, ma bisogna creare una struttura che finalmente funzioni. Quando ero direttore artistico a Segesta ho combattuto contro i mulini a vento, affinché si creasse una rete dei teatri antichi di Sicilia e creassero un unicum insieme, diventando committenti culturali e non destinatari di progetti decisi altrove. Non ci siamo riusciti! Tindari, Selinunte, Palazzolo Acreide, Morgantina, hanno ben guardato dal rinunciare a un pizzico di autonomia, il risultato sono che oggi nessuno di questi riesce a stare sul mercato. Una politica regionale attenta su  questo problema non c’è mai stata!».

teatro-bellini
– A proposito dei teatri di pietra, c’è il buco nero di Catania. Catania ha un teatro di pietra che sostanzialmente viene aperto in situazioni rarissime e che non riesce ad avere continuità di fruizione e di programmazione, perché?

«Il problema dei teatri di pietra di Catania è un problema legato alla sicurezza e all’agibilità, finché non saranno risolti quei problemi è inesorabile che quei teatri funzionino a intermittenza. Non riusciamo a far sposare la parola turismo con la parola spettacolo, perché in altre parti di’Italia i teatri dell’Opera lavorano 350 giorni l’anno? Dobbiamo darci un obiettivo! Avverto una mancanza di strategia, la mancanza di una regia nel territorio. Molti sanno che le istituzioni regionali della Puglia e quelle nazionali hanno lavorato insieme e stanno mettendo sul mercato un’offerta territoriale altissima, in termini di servizi, cercando di strappare il commissario Montalbano alla Sicilia».

– Siamo riusciti a evitare questa migrazione, come mai?

«Non siamo stati noi a evitarlo, ma se strappi Montalbano a quei posti non lo metti più nel mondo. Non abbiamo fornito delle contro offerte per invertire la rotta. La figura del commissario Montalbano solo in quei luoghi è riconoscibile. Montalbano non è un prodotto che viene venduto soltanto in Italia, se lo sposti da un’altra parte ha un grosso problema di riconoscibilità. La Sicilia non è un mercato appetibile, perché?».

– Blocchi di natura politica, amministrativa?

«Manca una grande regia nel settore culturale, la capacità di coordinamento di tutte le attività».

– Chi potrebbe essere il regista di tutto questo coordinamento culturale in Sicilia?

«È  la squadra che vince, non il singolo nome! Il problema è metterci tutti in discussione e farlo funzionare».

– E Catania cosa offre a coloro che vogliono mettersi in gioco?

«I siciliani sanno scegliere e distinguono le cose da vedere, riconoscono un prodotto di qualità.
Catania offre tanto, ma i servizi non funzionano con la bacchetta magica! Sarà un percorso lungo, ma non si vince da soli. Se non funziona il sistema, non può vincere Catania da sola. Il problema è far arrivare i turisti e intrattenerli per una settimana intera e, per farlo, dobbiamo pensare in termini di sistema globale, non di sistema Catania».

K. M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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