di Katya Maugeri

Le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Ascoltiamoli.


– Per guardare al futuro bisognerebbe semplicemente recuperare la memoria?

«Bisogna conservare la memoria perché ci aiuta a comprendere, ma se insieme alla conservazione della memoria non c’è l’elaborazione di un presente per andare verso il futuro si rischia di rimanere fermi a parlare sempre delle stesse cose. La memoria si conserva perché ci dà l’esempio, è da sprone per raggiungere cose diverse ed essere contemporanei. Tutti i grandi lo sono stati, cambiando il loro presente proiettandolo verso il futuro, e non per ripetersi in maniera sterile».

– Catania, ricorda e non mette in atto l’evoluzione della memoria?

«Io a Catania non so cosa sia successo, ma deve essere successo qualcosa di estremamente grave, problematico e complesso, da vent’anni è caduta in un baratro non solo culturale, ma anche civile.
Dalla Sicilia dopo i grandi attentati di mafia, la rivolta civile, si avvertiva un bisogno di civiltà, molti gli artisti emergenti in quel periodo, la nascita di nuovi  talenti, sembrava che  avesse promesso a questa terra un percorso diverso. Poi, immediatamente, tutto questo è stato negato. Siamo andati indietro, almeno di cinquant’anni . È come se ci fossimo pentiti di essere civili, siamo ritornati indietro in maniera incredibile. Il siciliano e il suo lamento infinito, quando  invece non partecipiamo alla vita quotidiana della società in cui viviamo. Io amo la mia terra, ma non ci rendiamo conto di essere lontani da ogni contemporaneità, nel frattempo il mondo si è spostato in altre parti, non lo intercettiamo e continuiamo in questa maniera e sarà sempre peggio».

1– La bocciatura dello Stabile di Catania e del Biondo di Palermo come teatri di interesse nazionale.
Cosa suscita in lei?

«Non si tratta di una bocciatura, la bocciatura se l’è fatta dare chi ha proposto di far diventare dei teatri che non erano assolutamente nelle condizioni di fare quelle domande e non capisco come gli è venuto in mente. Quei teatri non erano in grado di sostenere quel tipo di richieste, quella legge è stata fatta per le grandi città oppure per le regioni che si consorziavano. Tutto questo da noi non è avvenuto, quindi era del tutto improponibile. In realtà, tutti sanno come sono andate le cose e la commissione ha spiegato molto bene perché non ha accettato questa domanda».

– Una bocciatura che non ha provocato indignazione, forse nemmeno vergogna. Non è grave questo silenzio?

«Io le cose relative al teatro le ho dette tanti anni fa e sono stato preso per un rompipalle, in alcune interviste, dieci anni fa, avevo già previsto tutto questo, ed ho tolto il disturbo da diversi anni.
Era ovvio che non poteva finire diversamente. Ed è finita».


– E quale potrebbe essere un piano d’attacco, per risolvere questa fastidiosa condizione?

«Non ho l’età per occuparmi del piano d’attacco, la situazione è talmente disastrosa  che bisognerebbe ricreare un pubblico,ricreare degli attori, la drammaturgia, aprire nuovi teatri, magari più adatti ad accogliere quello che è oggi il teatro. Strutture polifunzionali, che non vivono solo di soldi pubblici ma di terziario, di servizi, con studi di recitazione, ovvero quello che sono i teatri oggi, in tutto il mondo.
Noi abbiamo ancora i teatri di quaranta anni fa dove c’erano i grandi attori, di un altro mondo, di un altro secolo.  Si dovrebbe avere la pazienza di cambiare cominciare dalla base, dai ragazzi, dalle scuole. Dovremmo ricominciare con umiltà, dall’inizio. Ma nessuno ha voglia di farlo».

– Crisi culturale e non solo, cosa manca fondamentalmente?

«Nessuno parla del progetto culturale, del voler coinvolgere con un linguaggio diverso. Molti dichiarano che i ragazzi, oggi, non vanno più al teatro. Ma  perché dovrebbero andare? Cosa si ritrovano del loro linguaggio?Proviamo a cambiare linguaggi, troviamo contemporaneità nelle espressioni. Facendo sempre gli stessi spettacoli rimaniamo fermi, non si potrà progredire. Un tempo, c’era gente che andava a parlare con Sciascia, grandi artisti come Pippo Fava, loro erano dei contemporanei. Facevano tutto quello che non era mai stato fatto con la drammaturgia, con la letteratura del Novecento. Erano precursori. Adesso siamo dinanzi alla morte, perché il teatro è contemporaneità .
Il grande teatro ha sempre coinciso con grandissimi autori contemporanei, vedi Pirandello, Goldoni, Shakespeare».

 Motivo per il quale molti sono migranti culturali…

«Preferisco fallire come siciliano che come uomo, mi prendo le mie responsabilità, non sono stato capace di farlo nella mia terra. Ho solo preso tutto e sono andato altrove.
Noi abbiamo il nulla. Nessuno ha mai richiesto nulla per migliorare, si pensi che grandi artisti non venivano nemmeno considerati come tali, mai nessuno – ad esempio – ha invitato nelle università di Catania, Turi Ferro, uno dei grandissimi artisti teatrali del Novecento».

K. M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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