di Katya Maugeri

I destini di due sconosciuti possono riservare atroci incontri, due macchine percorrono lo stesso tragitto, una strada che costeggia il mare. Trapani. Cosa c’è di più sicuro della primavera in Sicilia? L’aria tiepida, la fioritura che inebria l’aria.
Barbara Rizzo sta accompagnando a scuola i suoi due figli, sei anni, Giuseppe e Salvatore Asta, e un’auto blindata corro verso il Palazzo di Giustizia di Trapani, con a bordo Carlo Palermo, il magistrato campano che rientra da Trento. Aveva indagato su traffici di droga, armi e sulla criminalità organizzata. Una curva e un’auto parcheggiata sul ciglio della strada, imbottita di tritolo. Un rumore assordante di quelli che invadono l’aria per contaminarla per sempre, l’auto della donna fa da scudo a quella del magistrato. Era il 2 aprile 1985, travolti e uccisi dalla crudeltà di Cosa Nostra, in quella che viene ricordata come “La strage di Pizzolungo”. L’obiettivo da non lasciarsi sfuggire era il magistrato, dovevano farlo fuori e invece dopo quell’esplosione ritrovarono appena una macchia rossa sul muro di un’abitazione, brandelli a metri di distanza.
Non rimase nulla della madre e dei suoi figli. Nulla, se non tanta rabbia e un dolore lacerante.
234506701-9fede171-75cf-4d88-997e-9e5c2f9d0450Per questa feroce strage sono stati condannati i boss Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio di Maggio e Nino Madonia. A rendere vivo il ricordo di quel terribile incidente è rimasta Margherita Asta, figlia di Barbara Rizzo che si salvò per una pura coincidenza, quella mattina fu accompagnata da una vicina di casa. Attivista con l’associazione Libera promuove la cultura della legalità e dell’antimafia. Durante questi trentuno anni abbiamo abbandonato l’idea che la mafia non esistesse per affermare con terrore e consapevolezza l’esistenza di questa cruda realtà che con lotte sanguinarie ha colpito e continua a colpire vittime innocenti. Nel corso di questi lunghi anni, Cosa Nostra non ha cessato di tingere mura di rosso, ma sono in tanti gli attivisti che con coraggio e determinazione decidono di percorrere la scia che li porterà un giorno a vincere contro chi – senza anima – ha spento sorrisi e speranze.

– Oggi sei impegnata con l’Associazione Libera, in che modo bisognerebbe educare i giovani alla legalità?

«Spronandoli a chiedersi dei perché e a informarsi, solo attraverso l’informazione possiamo davvero acquisire la conoscenza autentica e scegliere da quale parte stare, dovremmo riuscire a dare dei buoni esempi. Spesso siamo noi adulti a sottovalutare gli interessi dei giovani considerandoli non abbastanza interessati alle tematiche o cadiamo nel qualunquismo pensando che a loro non interessa nulla. Ai ragazzi bisogna fornire gli strumenti per poter agire, i giovani non sono il nostro futuro, ma il nostro presente. Anche la politica ha un ruolo fondamentale: deve agire per creare lo spazio adeguato ai giovani nella società e nella collettività in cui viviamo».

pizzolungo-monumento– Esiste ancora la libertà di stampa?

«Purtroppo viviamo in un Paese in cui non sempre la libertà di stampa è accettata, e per molti non dovrebbe nemmeno essere esercitata perché non appena si racconta la verità si rischia moltissimo. Ribadiamo l’importanza della libertà di stampa, libertà di idee, libertà di opinione e allo stesso tempo rivendichiamo la nostra responsabilità in ciò che accade nel nostro territorio, impegniamoci affinché non accada più nulla di ciò che ha segnato la nostra via, partendo dalla storia dalla memoria».

– La memoria, oggi, possiamo definirla come strumento di liberazione?

«La memoria rappresenta la storia del nostro Paese e i nomi che ogni anno Libera legge, più di 900 nomi di vittime innocenti di mafia, rappresenta la vera essenza del nostro Paese e soltanto partendo da quella possiamo essere tutti protagonisti e scrivere una storia diversa».

– In che modo bisognerebbe abbattere questa omertà che innalza muri di silenzio?

«L’omertà si combatte rompendo il silenzio però dovremmo romperlo tutti. Il coraggio delle scelte e delle azioni che deve partire da ciascuno di noi.
Oggi parlare di mafia è riduttivo come lo era già negli anni ’80, è un sistema criminale dove accanto al boss mafioso che poteva essere vestito con la coppola e la lupara – una volta – oggi vestito elegante, perché proprio benestante, accanto a quello c’è un sistema di intrecci, sono vari segmenti della politica, delle istituzioni di quelli che vengono definiti i professionisti: commercialisti, notai, avvocati e questo sistema che teneva in ostaggio il nostro Paese lo continua a tenere tutt’oggi.
Un sistema criminale, quello che noi dobbiamo cercare di scardinare partendo da ognuno di noi».

K.M.

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