di Katya Maugeri

Continua la nostra inchiesta, le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Dopo Leo Gullotta, Guglielmo Ferro, Alfio Caruso, Giovanni Anfuso e Domenico Seminerio, Carlo Barbieri, Francesco Rovella, Mario Opinato, Alfredo Lo Piero, Elisa Franco, oggi ascoltiamo la scrittrice Marilina Giaquinta.

– In Italia si legge poco, lo dichiarano i dati Istat, e noi siciliani, abbiamo il primato: nel 2014 oltre il 71,8% non ha letto un libro. Quali sono i motivi di questa scarsa attitudine alla lettura?

«La domanda è molto complessa e meriterebbe una risposta articolata e di largo respiro. Presuppone, inoltre, un’analisi socio-economica che non credo di essere titolata a svolgere. Mi limiterò a fornire alcuni spunti di riflessione, chiedendo sin d’ora la comprensione di chi legge in quanto i problemi saranno sfiorati in superficie. Ritengo, innanzitutto, che vi sia un motivo legato alla crisi economica che il nostro Paese, e in modo esponenziale, il Sud, sta vivendo. I libri costano e, naturalmente, si preferisce spendere per acquistare beni di prima necessità, piuttosto che libri da leggere. La forbice sociale si è allargata, la crisi ha spazzato, d’emblée, la classe media, un numero allarmante di famiglie non può permettersi di comprare libri scolastici, nei quartieri cd. periferici si registra un tasso di evasione scolastica che si avvia a toccare livelli di analfabetismo post-bellici. Le politiche nazionali sono improntate ad un esasperato liberismo con contestuale soppressione degli interventi di welfare e adozione di misure (volte a risanare il bilancio e a risollevare il PIL) fondate solo sul fiscal drag e sui tagli massivi alla spesa pubblica, tagli che hanno reso inefficienti i servizi ai cittadini (es. per tutti, istruzione e sanità) e abbassato il livello della qualità di vita (taglio della spesa pubblica, aumento delle tasse, servizi inefficienti, zero politiche sociali).
Credo che l’equazione sia molto facile: meno si investe in cultura, meno si sente il bisogno di cultura. Faccio un esempio: se non ho mai mangiato una fetta di torta non ne conoscerò mai il gusto e non sentirò mai la curiosità di assaggiarla. La stessa cosa per la bellezza che tutti ritengono un bene voluttuario: se sono nato e cresciuto in una città cementificata, sporca, priva di verde, che non abbia uno sviluppo urbano armonioso, soffocata dal traffico e da palazzoni alveare, allora ritengo che tutto questo sia “normale”. Insomma, quella che Milena Jesenskà, che ha vissuto la ferocia dei lager nazisti, chiama “l’abitudine al peggio” che, a poco a poco, lentamente, ci sembrerà ineluttabile e che finiremo, così, col giustificare; o quello che Noam Chomsky ha definito “la sindrome della rana bollita”: la rana immersa in una pentola piena d’acqua fredda posta su un fuoco acceso. Dapprincipio la rana troverà gradevole l’intiepidirsi dell’acqua ma quando l’acqua sarà troppa calda e comincerà a sobbollire la rana è già indebolita, non ha più la forza di reagire e, alla fine, muore bollita. Poi c’è l’altra faccia della questione, altrettanto complessa, quindi anche questa volta chiedo venia se procederò a filo d’acqua: coloro che possono spendere per acquistare libri e non leggono oppure leggono solo libri da classifica e solo d’estate, ad esempio i forzati del giallo.
Credo che questo sia un fenomeno tipico del nostro Paese: mentre la crisi economica, rectius, finanziaria, partita alla fine degli anni ’70/ inizi ’80 dagli USA con i cd. titoli salsicciotto, è scoppiata dopo trent’anni e ha investito tutti i Paesi del mondo, il rapporto con la lettura in Italia riflette, a mio avviso, l’insinuante stillicidio “culturale” che è stato pervicacemente portato avanti (e tuttora la proposta televisiva non sembra essere cambiata) attraverso i mass media, e, in particolare, con l’avvento della trash TV: non dimentichiamo che il televisore è l’unico elettrodomestico sempre presente in tutte le famiglie italiane. Certo ci sono responsabilità anche da parte di chi è preposto all’offerta culturale: le librerie si sono trasformate in supermercati, stilano classifiche dei libri più venduti, applicando, così, le regole del mercato ad un prodotto, il libro, che dovrebbe invece, in quanto tale, esserne escluso e ingenerando l’errato convincimento che il libro più venduto sia necessariamente il migliore; propongono per la vendita gli stessi titoli, “perequando” e “serializzando” il gusto e, ancor peggio, la capacità critica del lettore; le case editrici – quando ancora sarà possibile usare il plurale? – chiudono le collane di poesia perché – dicono quelli che le chiudono – nessuno le legge, non rischiano, non osano nella loro proposta culturale. Allo stesso tempo, gli addetti ai lavori, gli studiosi che hanno dedicato la loro vita alla letteratura proclamano che il carattere della narrativa italiana attuale è quantitativo più che qualitativo: ne esce tantissima ma è priva di originalità (cfr. il “grido di dolore” – lanciato dal filologo Pier Vincenzo Mengaldo sull’inserto culturale del Corsera in un’intervista dal titolo “Il buio dopo Calvino”). L’Italia non ha più gli “intellettuali” di una volta: non c’é la “visionarietà” di Pasolini, non c’é il bel romanzo di denuncia di Leonardo Sciascia (per rimanere in Sicilia), non c’é la sperimentazione di Gadda che decostruisce la lingua e la reinventa, solo per citarne alcuni».

– Per colmare queste lacune letterarie/culturali, dovremmo diventare promotori e messaggeri della lettura. Cosa ne pensa, e con quali mezzi potremmo attuarlo?

«Posso raccontare come sono arrivata io alla lettura: è stato merito di mia madre che, ogni volta che mi ammalavo (ero gracilina da bambina) mi diceva: ”Visto che non puoi andare a scuola, leggi un libro” e usciva a comprarmene uno nuovo. É stata la buona scuola, le mie maestre e i professori del liceo. Spendevo la mia paghetta per comprare libri e frequentavo la biblioteca comunale, che allora era in via Manzoni, oltre a quella del liceo. Son certa che se chiedo in giro dove si trova la biblioteca comunale, pochi saprebbero dirlo. Ho trasmesso l’amore per la lettura ai miei figli, e loro mi hanno ripagato leggendo tanto, amando il cinema come lo amo io, la musica, la pittura e tutto il resto. Quindi, cominciamo coll’avviare quel circolo virtuoso “famiglia/scuola” che io ho vissuto grazie ai miei genitori e ai miei maestri, e che ho cercato di ripetere coi miei figli. Mutuando la logica di mercato (che ormai permea ogni aspetto della nostra vita), potremmo dire che cambiando la domanda del prodotto “cultura”, forse potrebbe cambiare l’offerta».

– Poliziotta e scrittrice, due prospettive diverse dalle quali monitorare l’evoluzione culturale.
Cosa manca ai giovani di oggi?

«Anche questa è una domanda complessa: in genere, e quindi con tutte le eccezioni che la mia semplificazione esige, ai nostri giovani manca quello di cui si è parlato finora: la “cultura”. Perché la cultura è un valore onnicomprensivo che, socraticamente, parte dalla preliminare esigenza di “coltivare” se stessi, di dedicarsi alla propria crescita, di saper “vivere” il tempo libero, (gli Inglesi hanno un vocabolo specifico “empowerment” intraducibile in italiano se non ricorrendo ad una perifrasi) quando, a fronte di tutto questo, i modelli che vengono proposti sono esclusivamente materialistici e edonistici e, quindi, autodistruttivi. Manca un’educazione sentimentale, lato sensu: sono stata nelle scuole (anche nelle scuole medie e in quelle cd. a rischio) a parlare di poesia e d’amore: i ragazzi erano attentissimi. Ho usato il sistema della scatola dove ognuno di loro aveva messo, in precedenza, in forma del tutto anonima, i bigliettini con le domande. Li scartavo ad uno ad uno e, man mano, rispondevo alla domanda, chiedendo ai ragazzi la loro opinione. Ne ho conservato uno, struggente e, allo stesso tempo, significativo, dove c’era scritto: ”Perché esiste l’amore se fa soffrire così tanto?”. Sono fragili, privi degli strumenti “culturali” con cui affrontare l’intensità della vita. Gli studi di neuroscienza hanno, da tempo ormai, dimostrato che la caratteristica primaria del cervello è la cd.”plasticità”; banalizzando: il cervello è come un muscolo se non si allena si atrofizza e, quindi, non sarà in grado di affrontare le difficili prove della vita. E lo studio e l’apprendimento culturale è l’allenamento del cervello.
A proposito di poesia, che è il tema che mi sta più a cuore: il mio libro è stato letto in tre diverse scuole medie, di cui due della provincia. Le professoresse hanno dapprima organizzato dei “gruppi di studio” in classe in cui il libro è stato commentato insieme agli alunni e poi mi hanno invitato e insieme abbiamo parlato di poesia. In una di queste scuole, i ragazzi hanno illustrato con bellissimi disegni le poesie che più gli erano piaciute».

 – La bocciatura dello Stabile di Catania e del Biondo di Palermo, come teatri di interesse nazionale ha lasciato intorno un silenzio omertoso. Il  silenzio culturale da dove nasce?

«Credo di avere in qualche modo risposto: la “cultura” non è considerata un bene essenziale, un bene primario. Io invece penso che un popolo senza cultura non possa considerarsi “civile”. Il premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz ha definito la crisi globale come una vera e propria “crisi di civilizzazione”»

– Ad aver causato la crisi dei due teatri, secondo i sindacalisti è stata l’eccessiva intromissione politica negli enti culturali…

«Rispondo ancora una volta con il pensiero del premio Nobel, Joseph E. Stiglitz: il welfare va riformato nel senso di accentuarne gli aspetti promozionali-attivi su quelli risarcitori-passivi. Non sono tra i fautori delle politiche neo-liberiste: la lunga e profonda crisi che stiamo vivendo ha dimostrato e dimostra che non è vero che il mercato lasciato a se stesso riesca ad autoregolarsi. E sono dell’avviso che uno Stato non può delegare in bianco, e tout court, all’iniziativa privata, deve comunque farsi carico di un modello di sviluppo, anche culturale: la cultura è anche identità, appartenenza, riconoscimento e mantenimento delle proprie origini e tradizioni».

– In atto un’evidente crisi culturale, da cosa è alimentato il disinteresse generale e in che modo bisognerebbe educare la società?

«Da quando ho intrapreso questa “avventura” letteraria, è cresciuta in me sempre più la sensazione che, a fronte di draconiane politiche di austerità, fondate su una drastica contrazione della spesa pubblica e su una superfetazione della tassazione e che producono, come ho già detto, conseguenze nefaste nei settori dei beni primari dei cittadini, tra i quali l’istruzione e la cultura, esiste un arcipelago di iniziative culturali portate avanti sul territorio da un numero imponente di persone di buona volontà che organizzano iniziative culturali tra le più varie, che va dalla valorizzazione dei prodotti locali e del territorio in genere, all’offerta musicale, ai festival del cinema, al teatro, alla piccola editoria, ai festival letterari, alle mostre fotografiche e pittoriche, ai cineclub in cui si ripropongono film che sono fuori dai circuiti commerciali. Insomma, ho come l’impressione che ci siano due Italie e che queste seguano percorsi paralleli: da un lato le politiche nazionali che arretrano sempre più, si fanno da parte, non investono anzi tagliano la spesa, dall’altra l’Italia fatta dalla “società civile”, da persone di buona volontà che non si arrendono e, con fatica, e in mezzo a mille difficoltà, spesso a costo zero, organizzano e si spendono per fare e offrire cultura. L’investimento nella cultura, (nell’istruzione, nella ricerca universitaria, nelle biblioteche, nelle cineteche, nel mantenimento (e restauro) delle nostre opere d’arte e del paesaggio, nel consentire la fruizione dei nostri musei) è l’unica strada da percorrere per impedire ad un Paese di imbarbarirsi e, dunque, di morire».

K.M.

 

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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