di Katya Maugeri

Continua la nostra inchiesta, le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Dopo Leo Gullotta, Guglielmo Ferro, Alfio Caruso, Giovanni Anfuso e Domenico Seminerio, Carlo Barbieri, Francesco Rovella, ascoltiamo l’attore Mario Opinato.

 

– Vista la sua esperienza negli Stati Uniti, in Brasile e in giro per l’Italia, quali sono le divergenze culturali che ha vissuto in prima persona?

«Sono nato in un Paese in cui la cultura è radicata in ogni forma. Il mio percorso artistico è stato arricchito – inevitabilmente – dall’esperienza vissuta a Los Angeles, lì mi hanno istruito e insegnato – attraverso i mezzi innovatici che hanno a disposizione – realmente come si lavora dietro questa grande macchina che è il cinema. Purtroppo, in Sicilia, i nostri politici non si sono mai interessati alla cultura, se non in maniera marginale e con la finalità principale di acquisire voti».

– Come è percepita all’estero, la situazione culturale in Sicilia?

«I nostri amministratori non si sono mai interessati a promuovere il territorio, ed ecco che nei luoghi in cui ho lavorato, la Sicilia, è ancora associata alla mafia. Pregiudizi ancorati che alimentano, ahimè, i luoghi comuni legati alla nostra Terra».

– Lei può essere considerato un migrante culturale di ritorno, cos’è cambiato nel panorama complessivo?

« Sono sorpreso da quanto movimento e da quanta voglia c’è di fare tra gli attori, i registi e i produttori catanesi purtroppo nonostante le istituzioni non diano il loro sostegno, noto che il Brancati con Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina, l’ABC – dove ultimamente ho lavorato con Enrico Guarneri e Guglielmo Ferro-, non si arrendono e credono ancora nel loro importante progetto».

1660216_10203335267453016_1574924953_n– La bocciatura dello Stabile di Catania e del Biondo di Palermo, come teatri di interesse nazionale ha lasciato intorno un silenzio omertoso. Il  silenzio culturale da dove nasce?

«Semplice, non tutti hanno voglia di mettersi contro le istituzioni».

– “Siamo andati indietro, almeno di cinquant’anni . È come se ci fossimo pentiti di essere civili”, lo afferma Guglielmo Ferro in una precedente intervista. Un’epoca caratterizzata da un declassamento culturale?

«Guglielmo può raccontare la Storia del teatro perché a fondarlo, a Catania, fu suo padre insieme a Mario Giusti, Sono d’accordissimo con quanto afferma. Si tratta, ancora una volta, della solita fuga di cervelli, in questo caso – però – la fuga del cervello che ha visto crescere il teatro Stabile. Assistiamo giornalmente ad un declassamento culturale causato dalla tecnologia, attraverso un telefono puoi leggere un libro, vedere un film e da quando questa crisi economica ha invaso il Paese, hanno cominciato ridurre tutto, questi tagli di certo non aiutano la cultura. Non finanziano più i festival, eventi con esperienze teatrali, non abbiamo i mezzi per divulgare e accrescere l’interesse culturale. Credo fortemente che per risolvere tale lacuna, i direttori dei teatri, dovrebbero essere scelti da artisti e da persone competenti, e non dai politici».

– La Sicilia cosa offre a coloro che vogliono mettersi in gioco?

«La voglia di fare, di creare la si avverte quotidianamente, purtroppo le numerose carenze, demoralizzano e limitano l’entusiasmo di coloro che vorrebbero realmente produrre».

– E quale potrebbe essere un piano attacco, per risolvere questa fastidiosa condizione?

«Ci vorrebbe una classe politica nuova e diversa, con una persona che sia adatta per la cultura, Battiato era perfetto! Buttato via proprio perché fuori dal coro».

K.M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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