L’omertà intellettuale, Paolo Mieli: “Scrivere la storia senza preconcetti”

di Katya Maugeri – Foto servizio Vincenzo Musumeci

È la memoria labile o l’omertà intellettuale ad avere condizionato gli scritti dei giornalisti e degli studiosi sulla storia contemporanea d’Italia?
Abbiamo approfittato della presenza a Catania di Paolo Mieli, che ha presentato nei giorni scorsi presso lo Sheraton Hotel il suo nuovo libro, “L’arma della memoria”, per avere l’opinione di una delle firme più autorevoli del giornalismo italiano nonché ormai storico riconosciuto anche a livello accademico.
Con signorile disponibilità ha risposto alle nostre domande.

5– Quale ruolo deve assumere il giornalista per tramandare la memoria storica?

«Il giornalista oggi deve essere intellettualmente onesto e deve descrivere i fatti dell’oggi disgiungendoli dalle sue passioni, deve piuttosto guardare al di là delle proprie opzioni.
Il giornalista deve chiarire a se stesso il suo punto di vista e descrivere la realtà mettendo in risalto tutto ciò che confligge con la propria opinione evidenziando i pro e i contro di ogni situazione che descrive. Più lo riesce a fare, anche a costo di minare – in parte – le sue impostazioni di inizio, più ciò che lui descrive è destinato a rimanere ai posteri».

– Quali sono i danni irreversibili dell’uso distorto della memoria?

«I danni irreversibili derivano dalla pervasività del mondo di internet, dalla facilità di accesso e dall’illusione che una persona può crearsi, la convinzione di aver assistito a tutto. Consideriamo che fino a quindici anni fa noi avevamo un patrimonio di conoscenze dirette, un patrimonio di conoscenze riferite e poi ciò che apprendevamo dalla lettura dei libri e leggere dai libri comportava una meditazione importante. L’idea di spingere un pulsante e avere qualsiasi risposta a qualsia sistema genera un’illusione di onnipotenza, di possedere tutto che è fallace, queste informazioni così come vengono acquisite facilmente, allo stesso modo vanno via. La vera memoria è una memoria elaborata, non è una memoria facile.
Le informazioni appiccicate generano una memoria che viene e va e quindi non esiste. Internet è un viaggio in cui, quando si esce non si ricorda nulla: solitamente le notizie più cliccate sono le più bislacche, le più fantasiose, cospirative. La memoria è la capacità di mettere i fatti in gerarchia tra loro e soprattutto saperli collegare con la testa e col cuore, collegare emozioni e conoscenza».

– Come opporsi alla memoria di comodo per ritrovare l’autenticità storica?

«La conoscenza, la memoria richiedono fatica e sforzo. Nulla è gratis nella vita. Su qualsiasi argomento – del presente o del passato – ognuno dovrebbe chiarire con se stesso cosa ne pensa, se nel corso dell’approfondimento ha confermato le idee che aveva inizialmente.
La strada dell’approfondimento dell’analisi seria è una cosa che alla fine del tragitto ti porta ad aver modificato almeno di un millimetro di quello che pensavi all’inizio. Chi si ritrova alla fine senza alcun mutamento, non hai fatto nessun percorso. Il percorso di conoscenza è un cammino che porta a modificare, perché modificando – senza rendersene conto – arricchisci il tuo campo di conoscenza e il modo in cui compi il viaggio è un modo in cui devi smontare le tue certezze iniziali e non confermarle».

 

Già direttore de La Stampa, del Corriere della Sera, Paolo Mieli, da alcuni anni tiene regolarmente un seminario sulla “Storia dell’Italia Repubblicana” presso la facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano, uomo che ha saputo rinnovare l’animo del giornalismo oltrepassando ogni staticità, lasciando una particolare impronta. Un vero intellettuale, magnetico, affabile e carismatico maestro di vita.

– Adesso va di moda il giornalismo schierato, dal campo sportivo al campo politico. Nel dibattito storico questo schieramento cosa comporta?

«Chi si schiera ottiene più riscontro, più successo immediato, ma dura il tempo di una trasmissione. Chi desidera avere l’ambizione di sopravvivere negli anni e oltre la sua dipartita deve fare cose che nell’immediato portano poco consenso ma che col tempo alimentano la credibilità».

– Negli ultimi anni si è riaperto il dibattito storico sulla seconda guerra mondiale, sono stati necessari più di sessanta anni per cancellare la memoria della vergogna.
Si tratta – realmente – di mancanza di memoria o di omertà intellettuale?

«A ridosso di una guerra, importante come la seconda guerra mondiale, si raccontano molte bugie nel senso che i vincitori della guerra fanno una ricostruzione approssimativa – senza menzogne – che li porta a tirare acqua al proprio mulino e i perdenti sono condannati a non avere una memoria che faccia capire il loro valore.
Quello che a noi sembra una perdita di memoria in realtà è l’esigenza di fare i conti su come andarono realmente i fatti. Un modo di vedere le cose in maniera più articolata e più adeguata rispetto a come andarono realmente, quindi un’omertà intellettuale».

K.M.

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