di Katya Maugeri

 

Continua la nostra inchiesta, le grandi città stanno perdendo la loro identità, se già non l’hanno persa. I caratteri sociali, economici, culturali sono stati stravolti. Ci soffermiamo su quest’ultimo aspetto con una serie di interviste ad esponenti del variegato mondo dell’arte e della cultura, alcuni “cervelli fuggiti”, altri fortemente radicati al territorio, altri con l’inguaribile malattia della nostalgia, tutti accomunati da quel rapporto di amore-odio con la Sicilia. Dopo Leo Gullotta, Guglielmo Ferro, Alfio Caruso, Giovanni Anfuso e Domenico Seminerio, Carlo Barbieri, Francesco Rovella, Mario Opinato, Alfredo Lo Piero, Elisa Franco, Marilina Giaquinta, oggi ascoltiamo Pietrangelo Buttafuoco.

– “Buttanissima Sicilia” può essere considerato un atto di accusa verso Rosario Crocetta e la sua amministrazione e per la politica che lo circonda. Dove sono finiti tutti gli intellettuali – compresi i siciliani che abitano lontano dalla Sicilia – che hanno crocifisso Lombardo e Cuffaro e che adesso rimangono in un silenzio omertoso?

«Non mi pare che ci sia un silenzio omertoso, mi è capitato di assistere a un concerto dei Tinturia a Modica e lì ho visto dei magnifici musicisti che si sono prodigati nell’esprimere tutta la poesia, anche con voce vera e forte – che ha caricato di elettricità la folla – con le parole e con quel sentimento di chi desidera e sente la necessità di dare voce alla Sicilia, quello mi è sembrato un esempio significativo, lontano dall’omertà. E lo ritrovo in tutti gli artisti siciliani che sono partecipi di questa esigenza. Loro, attraverso l’arte, trovano una vena di libertà di espressione e ricorrono a proteste, poi purtroppo ci sono anche un’infinità di mezzecalzette che hanno bisogno degli assessorati per campare, ma non è il caso di molti artisti siciliani che riescono a far sentire la loro voce con autenticità e schiettezza, quella che ahimé altrove non troviamo. Ricordo quella patetica trasmissione Gianni Riotta dedicata al sud, era una carrellata di luoghi comuni. Non parlerei di omertà, ma di sponsorizzazione del governo Renzi che con le vicende siciliane ha solo responsabilità in termini di complicità e non certamente in termini di controllo».

– La politica si rinnova, è il caso del giovane Matteo Renzi  che segue i modelli comunicativi berlusconiani, Enzo Bianco come Orlando, mentre il coetaneo Musumeci ha fallito alla corsa verso la Regione…

«È un gioco che è stato svelato, un trucchetto elettorale ordito da Gianfranco Miccichè che separò l’offerta destinata all’elettorato per fare vincere Crocetta, quello era un meccanismo che era stato costruito apposta. Purtroppo il bacino elettorale si è molto ristretto poiché molta gente non va a votare, e adesso i risultati sono tristemente evidenti».

– Può esistere – solo in Italia – un partito chiamato “Nuovo centro Destra”, palesemente di sinistra. Si tratta solo di un errore linguistico?

«È semplicemente il frutto coerente del trasformismo insito nella politica, soprattutto meridionale».

– Salvini lo ha candidato come Presidente della Regione. Questa nomina l’ha vissuta come un complimento o un insulto?

«L’ho vissuta come un incidente dadaista».

– Esiste ancora – e in che misura – la libertà di stampa?

«Non è mai esistita! Io sono molto legato al fondamento dettato da Carmelo Bene “piuttosto che la libertà di stampa, la libertà dalla stampa”, soprattutto nelle società democratiche non possioamo parlare di libertà di stampa, perché è veicolano soltanto ciò che masse di parole stabiliscono come verità di fatto. La libertà di stampa non esiste, ad esempio, nelle pagine di politica estera che sono quelle più delicate e più importanti. Non conosciamo mai pienamente le verità internazionali, e ne avremmo davvero bisogno, soprattutto adesso, in un periodo in cui la visione internazionale coinvolge pianamente la vita quotidiana di ognuno di noi».

– Cosa offre oggi la Sicilia a coloro che vogliono mettersi in gioco?

«La Sicilia ha un vantaggio geopolitico, è centrale in quello che è lo scenario fondamentale da qui a cento anni. Si trova in una posizione di assoluto privilegio, se non fosse per il suo ceto politico inadeguato, se non fosse la volontà decisa di Matteo Renzi in  prima persona di considerare uno spazio vuoto il luogo della Sicilia tanto è vero che l’intero sud è distrutto dalla narrazione renziana.
La Sicilia dovrebbe avere consapevolezza di se stessa e reclamare un destino in un ambito geopolitico ma per fare questo ci vuole consapevolezza, una presa di coscienza, una volontà che difficilmente io vedo possa essere cucita sulla pelle dell’attuale ceto politico, perché pensano alle clientele e non a stabilire un destino, un percorso che possa dare respiro».

– Quanto è cambiata la cultura italiana?

«È diventata periferica, la lingua e la cultura italiana avevano un’universalità propria. Perse per sempre.
L’Italia, ad esempio, aveva la possibilità di determinare – e in questo la Sicilia è fondamentale –  il percorso della via della seta, un collegamento economico, commerciale e culturale che lega la civiltà italiana con l’estremo oriente. Sono cose che l’Italia ha perso, le ha perse sul fronte della politica di relazione, sul fronte culturale. Siamo stati superati da altri che con minori strumenti ma con maggiore volontà hanno raggiunto risultati soddisfacenti. Per me, la cultura non è erudizione la cultura è quella struttura che consente ai popoli di poter stabilire l’economia e il commercio del proprio destino strategico e tutto questo lo abbiamo perso diventando una colonia senza sovranità politica».

– Quali sono le radici da recuperare per attuare un miglioramento culturale e sociale?

«Il principio dell’universalità quella che abbiamo conosciuto attraverso l’impronta della romanità, della Sicilia saracena, la parola Italia ha saputo diffondere nel mondo quell’idea plurale che ha acconsentito di fare della nostra storia – la storia in un mare aperto –la carta e  l’approdo per le genti».
K.M.

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